Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘scrittori reggiani’ Category

IL SEGNO E LA VOCE: VITA DA ARTISTA

Il mondo di Alfredo Gianolio

 Il segno e la voce: vita da artista, documentario di Nicola Nannavecchia, narra il viaggio di Alfredo Gianolio nell’arte e nella cultura emiliana, soprattutto reggiana, dal dopoguerra ad oggi.

Alfredo Gianolio, avvocato, scrittore, giornalista, classe 1927, amico e collaboratore di Cesare Zavattini e di molti altri artisti, in questo filmato della durata di 90 minuti circa, ci guida alla scoperta del territorio e della gente attraverso racconti, opere e movimenti artistici nati nella nostra terra.

E’ un viaggio autobiografico che parte dal Po di Ligabue e dalla Luzzara di Zavattini, con sosta nelle osterie dei pittori naifs e visita ai luoghi contemporanei dell’arte, passando per Vetto, dove aveva la sua residenza estiva Luciano Anceschi, per giungere infine agli incanti paesaggistici dell’Appennino di Silvio D’Arzo.

Sullo sfondo di questi nostri luoghi, suggestivamente fotografati da Nannavecchia, gli incontri sono tanti, ma non ci si deve spaventare. Perché se è vero che la parola documentario evoca spesso un sentimento di noia, ci si accorge subito, invece, che quelle di Gianolio sono delle conversazioni tra amici che di queste hanno tutta la spontaneità e l’immediatezza, grazie anche alla capacità del regista di individuare e quindi di proporci i passaggi più significativi.

Ecco allora che pittori come Davide Benati, Nani Tedeschi, Alfonso Borghi, Galliano Cagnolati, Ermanno Beretti, scultori come Graziano Pompili, scrittori quali Cavazzoni e Nori ci parlano della loro opera e del senso di appartenenza alle loro radici. Critici come Massimo Mussini o Tullio Masoni ci offrono un supporto teorico alla nostra cultura. Festanti e Farioli ci spiegano l’attività delle istituzioni culturali della nostra provincia e ci rivelano il capitale nascosto del nostro patrimonio. E nemmeno manca la testimonianza di chi ha condiviso le esperienze artistiche con questi artisti come la recentemente scomparsa Paola Ghirri, moglie del “fotografo della luce”, Luigi Ghirri, oppure Annamaria Ternelli Gerra. E ancora: i movimenti culturali nati qui ma che hanno avuto risonanza nazionale come quello di Mulino di Bazzano (Parma), nella corte rurale di Corrado Costa, il gruppo avanguardistico di cui faceva parte anche Spatola: il laboratorio di sperimentazione poetica più importante della neoavanguardia, che “ha portato la cultura fuori dai territori protetti e dagli spazi claustrofobici della pagina scritta per aprire la scrittura – come dice Niva Lorenzini – a interferenze con esperienze verbovisive e fonetiche”.

Se a Nannavecchia chiediamo cosa lo ha spinto a cimentarsi in questa lunghissima e impegnativa avventura della durata di ben quattro anni, ci sentiamo rispondere che intanto lui, barese d’origine, considera Reggio come la sua seconda città. Poi l’incontro con Gianolio alla fine del 2007 e con gli amici del Centro Poesia CulturaArte che gli hanno chiesto se fosse interessato a fare un documentario che voleva essere anche e soprattutto un omaggio ad Alfredo. Questa è stata l’occasione. Poi dice alla presentazione del video: “io mi sono veramente innamorato del personaggio Gianolio e ho aderito con entusiasmo al progetto, anche se debbo dire che poi è stato veramente impegnativo realizzarlo; ma il privilegio di trascorrere questi quattro anni accanto ad Alfredo è stato veramente grande”.

Gianolio, invece, si dichiara ancora sorpreso di se stesso di fronte alla realizzazione del suo documentario. “E’ come se mi fosse franata addosso questa richiesta da parte di tante persone – confessa al numerosissimo pubblico presente in sala – Per quale motivo, mi chiedo? Penso che il motivo principale sia quello della mia vecchiaia. La vecchiaia non è poi quel male che dicono. Ha anche dei vantaggi…Uno, ad un certo punto, si sente come una sorta di archivio ambulante, ha tanti ricordi, tante riflessioni che a volte sembra che siano sepolte, ma poi riemergono improvvisamente. E c’è anche un’altra cosa che mi dà una certa soddisfazione: il fatto di essere anziano, ma anziano con una qualifica speciale, quella di ottuagenario (si pensi al celebre romanzo di Nievo, per esempio). Infine, alcune cose, alcune avventure, capitano anche per caso… O forse tutto parte da due incontri importanti nella mia vita e ai quali mi ricollego: uno è Cesare Zavattini che ho conosciuto quando lui veniva a Luzzara. Veniva a Luzzara tutte le volte che i suoi impegni, anche internazionali, glielo permettevano, perché era il posto dove si trovava meglio. Gli piaceva frequentare non degli intellettuali o degli uomini di cultura ma della gente semplice. E io mi vanto di aver fatto parte di questo gruppo di gente semplice con la quale andavamo nelle trattorie che sono lungo il Po e specialmente dai Nizzoli a Villa Strada. Per questo Nizzoli non poteva mancare nel documentario… Zavattini è importante anche perché è stato uno dei primi intellettuali che si possano definire d’avanguardia. La sua è un’avanguardia letteraria che non si esaurisce nel formalismo o nel Kitsch o nella volontà soltanto di sorprendere, ma scava in profondità nell’animo umano, della società per riscattarsi in modo autonomo, in modo creativo. E’ una commistione di realismo e irrealismo Di quotidianità e fantasia. C’è questo rapporto che ha reso le sue opere ancora tanto interessanti. Poi ho avuto anche la fortuna di conoscere uno scrittore, ma anche cineasta e documentarista: Gianni Celati. Lui anni fa era tra coloro che dirigevano una rivista chiamata “Il semplice” che si ispirava a una cultura orale. Non accademica o meditata, ma una cultura più spontanea. Ecco, a mio avviso, la tecnica cinematografica di Gianni si sposa un po’ con quella di Nicola perché, come sosteneva proprio Celati, il cinema documentaristico è superiore al cinema di tipo tradizionale, narrativo, basato sull’invenzione. Diceva, infatti, che l’invenzione ha sempre qualcosa di irreale e di falso. Ritrarre la realtà quotidiana, invece, è sempre sorprendente e non è vero che si tratta di mera riproduzione. E’ qualcosa di più. C’è anche un’immissione di fantasia, un’immissione di approfondimento del reale che porta a una verità superiore che ci prende di più e che amiamo di più. Io credo che Nannavecchia si sia messo su questa direzione e l’abbia fatto egregiamente. Concludo ricordando ancora una volta che mi sento particolarmente felice di essere vecchio. Mi ricordo un verso di Virgilio dalle Bucoliche, Ecloga I quando Melibeo, la voce del poeta, si rivolge ad un pastore anziano: “Fortunate senex, ergo tua rura manebunt…”. In questa figura, proprio per il fatto di essere vecchio, l’autore vede colui al quale il tempo ha concesso di riflettere appieno sull’esistenza: sul suo sviluppo e sulla sua fine”. 

(Questo mio articolo è apparso nel numero di febbraio del periodico mensile “Monte Piano” come commento alla proiezione del video di Nannavecchia e Gianolio avvenuta al cinema Rosebud di Reggio Emilia, il 23/01/2012)

Annunci

Read Full Post »

Il 30 gennaio del 1952 muore nella casa di cura di Villa Ida a Reggio Emilia, a trentadue anni non ancora compiuti, per un linfogranuloma diagnosticatogli l’anno precedente, Ezio Comparoni, oggi noto con lo pseudonimo di Silvio D’Arzo.

Gli amici che lo assistono nelle sue ultime ore, dicono che, pur immobilizzato dal male, riesce ancora a conservare un certo distacco non privo d’ironia: si informa sull’ultima soirée cittadina, chiede dettagli sugli abiti delle signore più in vista e ci scherza sopra.

Dopotutto, la morte gli è ormai familiare: ne ha indagato il senso con assiduità in tutta la sua opera e la consapevolezza della precarietà esistenziale è ormai radicata in lui, grazie anche alla inesausta frequentazione degli amati scrittori angloamericani, Shakespeare, Stevenson, Kipling, T.E.Lawrence, Conrad, James, Hemingway, più qualcuno della marca francese, Maupassant, Villon, messi tutti dialetticamente a confronto. I saggi critici a loro intitolati e poi raccolti postumi in Contea inglese, restano memorabili per l’acume interpretativo e il nitore linguistico: ricordiamo, su tutti, i due dedicati ad Hemingway, nei quali, in netto anticipo sui tempi, rigetta un’immagine dello scrittore come “barbaro”,“sano e felice”, ravvisando, invece, le stimmate, a lui ben note, della solitudine e dell’esclusione. Scrive, infatti a proposito del protagonista dei suoi romanzi, che a ben vedere poi è sempre il doppio dello scrittore: “èterribilmente solitario […]: tanto più solitario quanto più viene a trovarsi, gomito a gomito, in mezzo a fiumane di gente. Egli è l’uomo venuto da via, da molto lontano, che abita il mondo come altri una stanza d’albergo […]. E’ l’Americano, è quello che poi se ne andrà un giorno o l’altro, per una ragione o per l’altra, o anche senza una ragione, così.”.

Straordinaria sensibilità, quella di D’Arzo che, unico al suo tempo sa cogliere, dietro l’apparente vitalismo dello scrittore americano, il vuoto esistenziale che lo avrebbe portato, una decina d’anni più tardi e del tutto inaspettatamente, al suicidio. Ancor più sorprendente se si pensa alla posizione decentrata della provincia in cui abita.

Una provincia, Reggio, verso la quale, insieme ad un sentimento a tratti di oppressione e di limitazione, prova un attaccamento radicale e profondo, come dimostra la sua incapacità a distanziarsene (si allontana per brevi periodi e solo quando obbligato, come per il servizio di leva).

Anche la scelta dello pseudonimo D’Arzo (utilizzato nel 1942 per l’unico suo romanzo pubblicato in vita, All’insegna del Buon Corsiero), è testimonianza di questo legame: Arzo, infatti, come confida lui stesso ad un amico, è la sostantivazione geografica di arzan che in dialetto significa, appunto, reggiano. Quindi Silvio da Reggio. Negli ultimi anni e a guerra conclusa, medita poi di abbandonarlo, a causa di quella vaga e ormai anacronistica ascendenza dannunziana, e poi perché legato a un modo di fare letteratura, quello della Prosa d’arte, che si è ormai lasciato alle spalle. Vuole mutarlo in uno che, pur richiamando la provenienza d’origine, sia, però, dati i tempi ormai cambiati, meno altisonante e più quotidiano, anzi, per usare le sue stesse parole, “ordinario come la carta gialla”.

Tributi al luogo natio li troviamo, poi, disseminati in tutta la sua produzione, ora in maniera più evidente, si pensi al racconto per ragazzi, Penny Wirton e sua madre, dove la settecentesca cittadina inglese di Pictown mostra i tratti tutti emiliani della città natale dello scrittore; ora attraverso la suggestione metaforica di un paesaggio, quello dell’Appennino reggiano in Casa d’altri, immortalato nei colori dolenti delle sere autunnali: “C’è quassù una certa ora. I calanchi ed i boschi e i sentieri dei pascoli ed i prati si fanno color ruggine vecchia, e poi viola, e poi blu”.

Ma ciò che lo tiene ancorato a Reggio è soprattutto l’affetto esclusivo per sua madre, quella Rosalinda Comparoni che, rimasta incinta ormai non più giovane, è scesa in città dalle sue montagne, da Cerreto Alpi, dove ha sempre vissuto, per allevare tutta sola, il figlio illegittimo che porta in grembo e al quale dedicherà poi tutta la vita.

Insieme faranno fronte comune contro una miseria sempre incombente e sbarcheranno il lunario (“di tutta Quaresima”, come lo definisce D’Arzo in uno dei racconti più riusciti) barcamenandosi con lavori saltuari lei, anche i più fantasiosi, come quando legge le carte e i tarocchi nei giorni di mercato; lui, dopo aver conseguito la maturità classica da privatista a soli 16 anni e la laurea in Lettere a Bologna a 21 (con una tesi in glottologia, guarda un po’, su tre varietà del dialetto reggiano), facendo supplenze e dando ripetizioni private. Dedicando così solo le ore notturne allo scrivere, l’attività che più gli sta a cuore,“Niente al mondo è più bello che scrivere – afferma – anche male anche in modo da far ridere la gente. L’unica cosa che so è forse questa”. A scuola, testimoniano i suoi ex alunni, appariva, infatti, spesso stanco e provato, ma sempre pronto ad entusiasmarsi quando parlava dei suoi autori prediletti, non ultimi, Dante, Manzoni e Ariosto.

Il povero stanzone di via Aschieri n. 4 è divenuto, nel frattempo per madre e figlio ormai congiunti in un vincolo simbiotico e indissolubile, il comune riparo, invalicabile, dalla vergogna economica e da quella anagrafica che pesa, specialmente sul giovane, come una macchia indelebile che solo le assidue frequentazioni letterarie fanno un poco sbiadire.

Paradossalmente, proprio nei suoi ultimi giorni di vita, lo scrittore rimane, anche se solo apparentemente, separato dalla madre che se ne sta, inconsolabile, fuori della stanza d’ospedale, come per un tacito accordo, nell’ultima, altissima prova di pudore e riserbo.

Di questo profondo vincolo che unisce madre e figlio ci resta efficace rappresentazione in quello che, a nostro avviso, è il più autobiografico dei racconti darziani, anche se non il solo che ha scritto per i lettori più giovani: Penny Wirton e sua madre, specialmente nel personaggio di Anna Wirton, amorosissimo ritratto di Rosalinda Comparoni.

Anche se è con Casa d’altri, il capolavoro dello scrittore reggiano pubblicato postumo, che la madre viene immortalata in quella che è forse la figura femminile più drammaticamente intensa della nostra letteratura: Zelinda Icci, l’umile lavandaia, che però al pari del suo confratello, di verghiana memoria, Rosso Malpelo, conserva il senso di quella che dovrebbe essere una vita umanamente dignitosa e tutto ha compreso sulla provvisorietà e l’insensata ripetitività dell’esistenza; che ha capito che questa non può essere la sua, la nostra casa, come rivela alla fine ad un prete avvilito da una crisi esistenziale a cui non riusciva a dare un nome.

Casa d’altri. Il punto liricamente più alto della parabola darziana; in cui i temi della solitudine, dell’estraneità, della precarietà del vivere, che pervadono fin dagli esordi tutta la sua poetica perché parte dolorosa della sua esperienza personale, vengono universalizzati in una sintesi felice e originalissima di stile e di immagini.

Casa d’altri. “Il racconto perfetto”, come ebbe a dire Montale. Il più bel racconto del nostro Novecento, diciamo noi.

Read Full Post »

Ermanno Cavazzoni al Festival Filosofia

Ermanno Cavazzoni al Festival della Filosofia

Conversazione con Ermanno Cavazzoni

Ho incontrato Cavazzoni al festival della filosofia di Modena dove, nel cortile di palazzo Santa Margherita, ha letto al numeroso pubblico convenuto alcuni dei racconti contenuti nel volume. Per la rivista “Monte Piano” mi ha gentilmente concesso un’intervista che  permette di conoscere meglio l’autore e il suo ultimo libro .

D- Come le è venuta l’idea di parlare dei comportamenti, delle abitudini, dei vizi e delle peculiarità dell’Uomo attraverso la descrizione di questi animali fantastici?

E.C- Non è che io avessi intenzione di parlare dell’Uomo. Ho deciso di occuparmi degli animali fantastici perché, leggendo certi autori antichi, Plinio, Eliano, Aristotele, non si può non notare che il modo in cui trattano degli animali è profondamente diverso dal nostro. E’ un modo che a noi appare un po’ come fantastico. Nelle loro descrizioni accolgono, infatti, anche quelle che noi chiameremmo leggende o comportamenti misteriosi sia degli animali esotici, sia di quelli che non esistono (e che noi chiamiamo fantastici) che però vengono descritticome fossero esistenti grazie alle notizie e informazioni che arrivavano passando di bocca in bocca.

D- Questo ricorso alla letteratura, per così dire, ‘altra’ della classicità, ad autori, cioè, meno universalmente noti quali Eliano, Licinio Muciano, lo stesso Plinio… lei ritiene che oggi abbia ancora valore per gli spunti, l’interesse, la lezione che ci lascia?

E.C- Perché altra? Sono testi molto noti… Plinio, della sua Naturalis Historia c‘è una bella edizione Einaudi, è un autore molto conosciuto… Diciamo che oggi sono pochissimi quelli che leggono i testi antichi. Varrebbe la pena leggerli di più … Io ho cominciato a scrivere all’inizio riassumendo o raccontando cosa dicevano gli antichi degli animaliproprio per far venir voglia di andare a rileggerequesti libri. Poi, man mano che scrivevo, hanno preso l’aria di piccole storie indipendenti, che andavano verso l’anacronismo, le dicerie antiche miste alla contemporaneità, o verso il gioco del paradosso. Mi sono affidato a quello che saltava fuori, quello che il testo antico come punto di partenza poteva suggerire…

D- Quando ha cominciato a scrivere Guida agli animali fantastici, aveva in mente un pubblico, un destinatario in particolare?

E.C- Queste sono cose un po’ d’accademia… il lettore implicito, eccetera. Non trovo molto stimolante questa faccenda del lettore implicito. Lo scrivere è come il parlare, e quando si comunica l’altro lì presente oppure l’altro anche solo immaginato hanno sempre un peso e agiscono sui modi di parlare e di scrivere. Se uno scrive alla propria innamorata scrive in un certo modo, se pensa che quella lettera possa capitare in mano al marito, scriverà in un altro. Sono cose ovvie. Io, non è che avessi in mente un pubblico… le parole si fanno avanti un po’ da sole… scrivere è come sognare. Quando uno sogna ha forse in mente un pubblico?… Il sogno arriva come vuole lui.

D- Cosa ci può dire dell’esperienza del romanzo a puntate Cronache d’amore e guerra del 3001 che ci ha accompagnato nelle domeniche estive dalle pagine del “Sole 24 ore”?

E.C – Armando Massarenti, responsabile dell’inserto culturale del “Sole 24 ore”, mi ha chiesto se avevo voglia di scrivere un feuilleton a puntate da leggersi in spiaggia sotto l’ombrellone. Siccome ho sempre sperato di fare un romanzo di fantascienza (amo molto la fantascienza sia in letteratura che al cinema), e avevo già del materiale pronto, ritagliando una serie di piccoli episodi, sono saltate fuori le puntate, che sono parte di una narrazione più ampia che non so se mai vedrà la fine.

D- Ha percepito un mutamento nel rapporto con i suoi lettori? Lo ha sentito più diretto?

E.C. Col pubblico in questo caso nessun contatto. Per altre cose che ho scritto sul “Sole 24 ore” ci sono stati lettori che mi hanno scritto e a cui ho risposto. Mi piace molto interloquire con i lettori… ognuno di loro ha le sue manie, le sue visioni, a volte anche inaspettate… Questo è il bello del giornale: ha un effetto immediato. Ma viene anche dimenticato istantaneamente.

D- I nomi di ascendenza greca che ha scelto per i robot del romanzo a puntate mi hanno fatto pensare un po’ ad Asimov che aveva detto che per le sue storie di fantascienza si era ispirato in realtà alla storia antica. Anche per Lei l’ispirazione viene dal mondo antico?

E.C – Mi piacciono molto i nomi senza tempo dell’antichità… Poi mi piaceva dare un senso di continuità con l’antichità greca come se a distanza di tremila anni si fosse mantenuto un legame con quella civiltà. Almeno nei nomi. Come del resto succede oggi con la nostra onomastica di origine greca, romana, ebraica, e anche un po’ germanica.

D -Nella conclusione del mio saggio sul Penny Wirton di D’Arzo (2010), ipotizzavo una “linea emiliana” o forse anche reggiana che da Ariosto, passando per per D’Arzo, appunto, continua con scrittori come Benati, Cavazzoni e altri che, se è lecito mutuare da Contini, hanno instaurato un “accordo eretico” con la loro propria tradizione. Nelle loro opere, infatti, il quotidiano, il concreto virano in direzione dell’assurdo, offrendo in questo modo lo spazio per una riflessione critica non convenzionale… E’ pertinente, secondo lei, parlare di identità letteraria reggiana, o meglio emiliana?

E.C – C’è sicuramente una parlata emiliana che era già del Boiardo e dell’Ariosto. Una parlata legata al dialetto comune a città come Reggio, Modena, Parma, Ferrara…Una parlata che non si può definire semplicemente padana, perché la Padania comprende anche il Veneto che ha un’ altra cultura, un’altra lingua e altri dialetti. E così pure il Piemonte.

Sento però che anche la zona romagnola è imparentata, anche se il dialetto è abbastanza diverso e per noi a tratti incomprensibile… Penso a figure quali Fellini, a poeti quali Raffaello Baldini. Ecco, li sento affini. Per il loro modo di fare letteratura a metà tra il leggermente comico e il basso quotidiano che è caratteristico della nostra zona. Il Sud è molto più tragico e serioso.

Secondo me, l’aspetto del comico è comune agli autori emiliano-romagnoli, ed è forte. Un comico però leggero, non grasso. C’è una sottilissima ironia. Anche se la parola ironia rinvia ad una certa aggressività. Qui casomai c’è il leggero comico del gioco: i cavalieri dell’Ariosto sono un po’ come dei bambini che giocano con le spade… un comico che fa sorridere, direi. E non privo di grazia. Poi ci sono temi abbastanza ricorrenti: il tema dell’aldilà, della morte che interagisce con la vita. Come in Fellini, in Baldini, in Daniele Benati e molti altri. E’ una tematica costante. Nel mondo cavalleresco si guardava l’umanità dall’alto come noi guardiamo le formiche. Quindi come un brulichio alla superficie della terra. Nessuno pensa di fare la storia delle formiche. Le formiche ripetono all’infinito gli stessi gesti. Così, nei poemi cavallereschi non c’è l’idea che si fa la storia, eventi irripetibili, ma viene dato uno spettacolino in cui ogni cavaliere corre dietro alla sua mania. Si guarda all’umanità come a formiche, appunto, che fanno cose non memorabili, dove tutto è transitorio e la morte domina su tutto.

D- Perdoni la domanda un po’ banale, ma quali sono i suoi autori d’elezione?

E.C – Beh, senz’altro l’Ariosto. Che ho letto e riletto e che porto sempre con me nella piccola edizione Hoepli. Un autore che non finirei mai di leggere e rileggere. Così altri poemi cavallereschi che sono stati un momento insuperabile della letteratura italiana, di sua maggior diffusione nel mondo. E l’Ariosto è quello che brilla di più. Poi leggo volentieri i classici antichi. Le Vite parallele di Plutarco, ad esempio, è un libro impressionante. Della letteratura contemporanea, mi piacciono molto autori che sono anche amici, come Benati, Cornia, Celati… Un autore del ‘900 francese che mi ha insegnato molto è Georges Perec. La vita, istruzioni per l’uso è uno straordinario libro.

D – E tra i suoi libri ce n’è uno a cui è particolarmente legato?

E.C – Non saprei… l’ultimo… Quelli scritti tempo fa, faccio un po’ fatica a tirarli fuori. Sento che appartengono al passato, ad un altro momento della mia vita. L’ultimo che ho fatto è quello che riesco a leggere in pubblico. Succede che quando hai finito un libro, solo allora capisci come avresti dovuto farlo. Però rifarlo sarebbe un processo senza fine perché il tempo passa e tu cambi continuamente. Quindi non si smetterebbe mai di rifarlo. Giacometti, lo scultore, a ogni testa che faceva diceva sempre che gli era riuscita male.

D- Anche se il suo Cirenaica, le assicuro, non patisce l’effetto del tempo e, come i grandi romanzi, è ancora attuale e molto ha da dire sul nostro presente… Anzi, aspettiamo con ansia la sua ristampa…

E.C- Era un periodo in cui ero amareggiato dalla vita ed è uscito quel romanzo… Poi il titolo è sbagliato, è un titolo che non ho messo io, ma ha voluto l’editore. Il titolo che avrei dovuto mettere è Il paese dei ladri. Mentre di altri titoli sono contento: Il poema dei lunatici, Vite brevi d’idioti, Guida agli animali fantastici. Anche se inizialmente era Gli animali fantastici, l’aggiunta di quel Guida, suggerito da Brioschi direttore della Guanda, mi è piaciuto per una cera suggestione pedagogica. Quando uno sceglie un titolo lo fa anche per aiutare i lettori.

Ma un titolo non deve solo essere invitante. Scegliere un titolo è un po’ come dare un soprannome; che rispetto al nome anagrafico rispecchia di più la personalità o la storia dell’individuo.

Ci sono dei titoli nella storia della letteratura prodotti dai lettori. Come la Comedia di Dante che è diventata Divina Commedia, certamente giustissimo. Il Morgante di Pulci lo si è sempre chiamato Il Morgante maggiore per un equivocoOra i filologi vogliono tornare all’originale, ma trovo che, trattandosi di un gigante sia molto molto più illustrativo il secondo.

Sono cioè molto più giusti quei titoli aggiustati dalla tradizione.

D- Un’ultimissima domanda: Come è stata la Sua collaborazione con Fellini?

E.C – Fellini era una straordinaria personalità. Una personalità invidiabile. Un grande artista. Sapeva disegnare, faceva acutissime caricature, sapeva scrivere da grande scrittore. I suoi film, poi, sono memorabili: memorabili i personaggi, certi nomi da lui inventati sono entrati addirittura nel dizionario… lavorare con lui è stato molto istruttivo. 

Read Full Post »

Gli animali fantastici di Ermanno Cavazzoni

L’ultimo libro di Ermanno Cavazzoni, Guida agli animali fantastici, finalista al premio Chiara, più che una raccolta si potrebbe definirlo un itinerario originale che ripropone un repertorio di animali più o meno fantastici alla maniera degli antichi bestiari.
Un’ironia giocosa pervade il testo che propone una classificazione di animali a partire da autorevoli fonti di autori classici: da Plinio a Licino Muciano, da Eliano a Luciano di Samòsata, ad Aristotele .
Ritroviamo, quindi, i prodigiosi esseri che circolavano nel mondo antico: l’ippocentauro; la manticora; la remora che ha il potere di fermare tutto (se si attacca alla chiglia di una nave, la nave non va più avanti), anche le cause legali, impedire le nozze, ma può essere usata positivamente, dice Plinio, per evitare un parto prematuro; le sirene dall’aspetto di maliziose ragazze (ma è solo la parte emergente sul mare, perché sott’acqua sono pesci e non hanno organi genitali, ma un’unica cloaca come le rane, il loro famoso petto sono solo bolle di galleggiamento e l’aspetto di donna è un caso di mimetismo animale); l’ircocervo, l’onocentauro….
Ma in mezzo a loro, altrettanto fantastici, ci sono gli animali che sono rimasti e si incontrano comunemente: il pollo, ad esempio, con il suo sguardo sospettoso e un po’ sprezzante, o le formiche, sempre di corsa e preoccupate per la crisi economica, la cicala che “effettivamente passa l’estate a cantare, ed è falso che poi d’inverno vada a chiedere il cibo alla formica […] perché la cicala si nutre di rugiada […] [e] urla sempre la stessa canzone […]che è un’affermazione, una specie di sì ripetuto, sì, sì, sì che è anche il suo modo di pensare, che cioè tutto va bene, su tutti i fronti e che al mondo ci vuole dell’ottimismo”.
Man mano poi che ci si addentra nella narrazione, ci si accorge che questi animali presentano peculiarità e vizi propri dell’odierna umanità. Così, “l’uomo che si accompagna a una scimmia deve poi patirne la vanità. Lungi dall’essere una brava moglie, la scimmia si pittura la faccia, si dà il rosso alle labbra e tenta di arricciarsi i capelli in testa anche se non ce li ha, anzi per questa mancanza se la prende con il marito, lo pizzica, gli fa vedere la testa coi pochi peli e grida in modo significativo, per incolparlo”. Per contro, talvolta è l’Uomo che possiede tratti animaleschi: si veda, a tal proposito, la descrizione degli etiopi. “Paolino di Nola, vescovo, nel suo Epistolario, quinto secolo dopo Cristo, dice che gli etiopi sono neri non solo perché cotti dal sole, ma per gli orrendi peccati che compiono in continuazione. […]Paolino di Nola non poteva saperlo ma la sua idea è più vera che mai anche oggi; infatti i luoghi maggiori di peccato sono le coste marine nei mesi di luglio e di agosto, dove la gente arriva pallida e incomincia a peccare, e poiché contemporaneamente si cuoce al sole, come fanno gli etiopi, l’anima si fa nera mano a mano che anche la faccia, che è lo specchio dell’anima, diventa nera”.
Nonostante i suoi limiti e le evidenti carenze, però, il più fantastico tra tutti gli animali resta comunque l’uomo, si legge nel racconto conclusivo: senza piume, a due gambe, ma testimone unico del grande spettacolo dell’universo, “che guarda in cielo e dice: cosa sono quei lumini sospesi? E risponde: le stelle. Perché nessun altro animale le ha mai notate, nel corso di tanti milioni di anni e di tante notti stellate che sono passate su questo pianeta.”

L’AUTORE. Ermanno Cavazzoni è nato nel 1947 a Reggio Emilia e vive a Bologna dove insegna “poetica e retorica” all’Università. È autore di vari libri di narrativa: Il poema dei lunatici (1987, ristampa Guanda, 2008) Le tentazioni di Girolamo (Bollati Boringhieri, 1991); I sette cuori (Bollati Boringhieri, 1992); Scherzo letterario da De Amicis; Le leggende dei santi (Bollati Boringhieri, 1993), traduzione scherzosa e infedele da Jacopo da Varagine; Vite brevi di idioti (Feltrinelli, 1994), Cirenaica (Einaudi, 1999); Storia naturale dei giganti (Guanda 2007); Il limbo delle fantasticazioni (Quodlibet, 2009) e Gli scrittori inutili (Guanda 2010). E’ anche sceneggiatore. Celebre la sua collaborazione con Fellini per La voce della luna (tratto dal suo primo libro Il poema dei lunatici). È stato con Gianni Celati e altri, ideatore e curatore della rivista “Il semplice”.

Read Full Post »

 

L’anno scorso la casa editrice Quodlibet, a distanza di dodici anni dalla prima edizione Feltrinelli, ha riproposto all’attenzione dei lettori il fortunato romanzo Silenzio in Emilia dello scrittore reggiano Daniele Benati.

Accolto con successo di critica quando è uscito e vincitore di diversi premi, ultimamente il libro era divenuto introvabile.

Lieti per la ristampa, dopo le pagine dedicate a Silvio D’Arzo, proseguiamo la nostra rassegna sugli scrittori reggiani con questo autore a nostro avviso assai rappresentativo nel panorama letterario emiliano e non solo.

Silenzio in Emilia racconta dell’esperienza surreale di personaggi morti che “tornano indietro” nei luoghi della loro esistenza terrena per continuare quello che facevano in vita: “Ci sono molte credenze legate ai morti – dice l’autore stesso a inizio del primo episodio – che però in tempi moderni non valgono più. La gente non ci crede o non ci pensa, ecco il perché. Ma dice un tale dalle mie parti che i morti tornano spesso dove hanno vissuto, delle volte passandoci in treno di notte, oppure delle altre compiendo un’azione tipica della loro vita “.

Nel tornare al loro vecchio mondo, le anime, però, avvertono un attrito. Innanzitutto, perché non riconoscono più i luoghi familiari che adesso si sono modernizzati; in secondo luogo, perché non recepiscono la loro condizione metafisica. Questa inconsapevolezza è poi quella che dà origine a situazioni paradossali e spesso comiche, sottolineate da un lessico e da una fraseologia popolare o popolareggiante vivissimi, in cui l’impressione di linguaggio parlato viene restituita con l’utilizzo in chiave espressiva di ripetizioni, anacoluti, ellissi e attraverso la frammentazione del periodo.  Così a Baraldi gli hanno “tolto d’in mano la borsa”, mentre  il protagonista del terzo racconto dice: “vedevo tutta la scanalatura del petto. Vedevo il petto della moglie di Afro che sembrava morbido e profumato, e mi è venuta voglia di metterci il naso in mezzo e di annusare, che però non l’ho fatto”. Si aggiungono poi altre tipiche espressioni dell’oralità reggiana come: “ Veh, Cagnolati!; “è andato là a scuriosare”; la loro società era andata a ramengo”; “Ah, non lo so mica”; “Venga un canchero al Mecco”, ecc.

Il mimetismo linguistico, poi, insieme all’accurata selezione onomastica tutta rigorosamente reggiana dei Badodi, dei Cigarini, degli Ascari, dei Soncini è assai funzionale a renderci familiari questi eccentrici che ci appaiono come lo specchio di un’emilianità concreta e insieme originale, testarda, scontrosa ma anche bizzarra e un po’ strampalata.

Ma la soglia bassa della prospettiva narrativa e il ‘non sapere’ dei personaggi serve soprattutto, stando sempre alle parole dello scrittore, a ridare dignità alle cose banali della vita a cui normalmente non si fa caso: il fantastico di Benati non si manifesta dunque nello straordinario ma nell’ordinario, che viene così sottratto all’automatismo della percezione.

E proprio a partire dalla configurazione del paesaggio, la realtà circostante non ha più niente di consueto: ci si smarrisce in luoghi aperti e “distese di niente”, si fatica a trovare l’orientamento in strade che sembrano tuffarsi lontano in un banco di nebbia, ci si trova immersi in un silenzio irreale che avvolge tutte le cose.

Spazi metafisici e silenzi irreali rappresentano dunque i correlativi oggettivi della condizione sospesa di queste anime in un non-luogo posto a mezza via tra questo mondo e l’aldilà. Nelle avventure di questi morti che tentano di rivivere il loro passato e di cavarsela con “mezzi un poco al di sotto del bisogno“, emerge allora e intensamente il senso della tragicità dell’esistenza. Un tragico che non tocca mai le vette della disperazione ma che nondimeno si percepisce proprio a partire dal quotidiano avvertimento del contrario.

Per porre fine a questa situazione di incertezza, per lasciare definitivamente questa dimensione che pare una dimensione purgatoriale più che infernale, come invece è stato detto e come credono molti dei protagonisti del libro (“ho capito che stavo per morire come i peccatori di Dante Alighieri all’inferno”), è necessario, però, che i personaggi dei racconti rivivano la loro morte, cosa che puntualmente avviene a fine di ogni racconto.

Solo l’undicesimo e ultimo episodio, intitolato Tema finale, che l’autore ci ha detto essere la cornice narrativa dell’intero volume e la chiave interpretativa di tutte le storie, si conclude in modo diverso, con il protagonista, il figlio di Socetti, che va in Paradiso.

E ci va tenendo la bicicletta per mano, sotto la banalissima luce dei lampioni, mentre legge il tema alla sua guida, la compagna di classe di cui in vita era segretamente innamorato, che, guarda caso, di cognome fa Portinari come la Beatrice dantesca.

Alla fine, come direbbe Silvio D’Arzo, “non ci sono paradisi: umano il cercarli, umanissimo il crederci, ma di un triste ridicolo il trovarli davvero“.

Read Full Post »

« Newer Posts

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: