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Silvio D’Arzo

Nato nel 1920 Silvio D’Arzo, all’anagrafe Ezio Comparoni, è figlio di Rosalinda Comparoni, originaria di Cerreto Alpi, e di padre ignoto. L’assenza paterna, vissuta dallo scrittore come una macchia originaria ineliminabile (come si evince anche analizzando la sua produzione letteraria), intensifica il legame, che fin da subito si connota come simbiotico ed esclusivo, con la madre assieme alla quale, trascorre tutta la sua breve esistenza nel misero stanzone di via Aschieri n°4, in centro a Reggio Emilia, tra difficoltà economiche e aspirazioni letterarie, Rosalinda Comparoni (di cui è felice trasposizione letteraria la Zelinda di Casa d’altri), sebbene sia una povera e umile donna del popolo che si barcamena con lavori saltuari per sbarcare il lunario, è, però, capace di intuire le straordinarie doti del figlio che si qualifica subito come genio precoce conseguendo la maturità classica da privatista a soli sedici anni e laureandosi poi a ventuno all’università di Bologna con una tesi in glottologia su tre varietà del dialetto reggiano. La scelta di laurearsi con una tesi riguardante Reggio Emilia testimonia il profondo legame che il nostro autore ha sempre avuto con la sua città natale, evidente non solo nei riferimenti paesaggistici, nelle usanze e nei proverbi della tradizione reggiana che compaiono in tutti i suoi racconti, ma anche nella scelta dello pseudonimo D’Arzo (utilizzato nel 1942 per l’unica sua opera pubblicata in vita, All’insegna del Buon Corsiero) con cui, attraverso un’originale etimologia, vuol rendere omaggio alle sue radici: D’Arzo, infatti, come spiega lui stesso ad un amico, è sostantivazione geografica e in lingua di Arzan che nel nostro dialetto significa appunto da Reggio.Il profondo vincolo che lo lega alla sua città, che a tratti, però, si muta in profonda insofferenza per il clima chiuso della vita provinciale, rende lo scrittore restio ad abbandonarla e, se se ne allontana, è solo perché costretto, come quando deve frequentare la scuola Ufficiali per il servizio di leva che lo porta da Como a Barletta dove l’8 settembre 1943 viene catturato dai tedeschi ma riesce fortunosamente a fuggire; oppure quando soggiorna a Roma per sostenere il concorso a cattedre per insegnante di Lettere, e la breve permanenza sul lago di Garda quando ormai è in fin di vita.La sua attività principale è l’insegnamento; il suo campo di interesse è la letteratura, in cui i classici vengono dialetticamente messi confronto con i moderni (soprattutto inglesi e americani); solo nei ritagli di tempo si dedica a quella che è la sua vera passione: la scrittura. “Niente al mondo è più bello che scrivere -afferma, infatti – anche male anche in modo da far ridere la gente. L’unica cosa che so è forse questa”. Anche se D’Arzo muore giovanissimo, nel 1952, all’età di soli trentadue anni (per una forma grave di leucemia), la sua produzione appare abbastanza ampia ed eterogenea. Si va dai saggi critici, che si presentano come essays di taglio anglosassone, in cui emergono, per l’appunto, l’amore e la conoscenza profonda per la letteratura angloamericana, ora raccolti sotto il titolo, che lo scrittore stesso aveva ideato, di Contea inglese; all’attività poetica; alla narrativa per ragazzi, tra cui  ricordiamo Penny Wirton e sua madre, ma anche Il pinguino senza frac e Tobby in prigione; ai racconti brevi, tra cui spiccano Due vecchi e Alla giornata; e infine i romanzi di cui menzioniamo All’insegna del Buon Corsiero e, soprattutto, Casa d’altri (pubblicato postumo) che la critica unanime riconosce come il suo capolavoro (Montale ebbe a definirlo: “un racconto perfetto”), in cui i temi esistenziali della solitudine, dell’estraneità, della precarietà del vivere così presenti in tutta la sua poetica, toccano il vertice e vengono universalizzati in una sintesi felice e originale di stile e di immagini.

di Andrea Chesi

Riesce ancora assai difficile, pur dopo tanti anni dalla sua pubblicazione (postuma, era il 1976) trovare parentele, somiglianze, ascendenze per un libro come Essi pensano ad altro, marcatamente defilato, al di là delle apparenze, nel panorama letterario degli anni in cui fu scritto (i primi anni Quaranta).

Certo, la prosa d’arte, una tendenza a narrazioni brevi, le atmosfere rarefatte, ma queste non sono che generiche coordinate di una – diciamo pure – moda – entro la quale lo scrittore emiliano ha definito una sua personalissima posizione, difficilmente assimilabile a quella di altri narratori coevi cui pure D’Arzo affermava d’ispirarsi.

In una lettera all’editore Vallecchi, lo scrittore, rievocando quei primi anni di apprendistato letterario, e come a volersi scusare di certe giovanili ingenuità, attribuisce all’influenza di narratori come Bonsanti e Landolfi  la carenza di realismo di quei primi libri, dai quali sembra volere sempre più risolutamente prendere le distanze. Ma, a ben vedere, in quei primi libri darziani non v’è traccia della bonomia un po’ dolciastra di un narratore probabilmente allora assai sopravvalutato come Bonsanti , e nemmeno, d’altro canto,  si trovano le suggestioni  a volte sinistre, a volte macabre, o i frequenti inserti di grottesco di un maestro come Landolfi.  Risulta pertanto arduo individuare modelli precisi.

Andrebbe peraltro indagato in modo sistematico lo stile di quei libri (indicazioni importanti in merito si trovano nel volume Silvio D’Arzo, lo straniero, di Elisa Bondavalli) analisi che probabilmente riserverebbe più di una sorpresa. 

Nel caso di Essi pensano ad altro, ad ogni modo, anche dopo una prima lettura è facile notare una prevalenza della paratassi, l’utilizzo quasi sistematico del polisindeto (… ma pensava a Piàdeni e alle sue parole e alla sua casa…, oppure: senza stupore e nemmeno indulgenza o forse pietà…)  cui fa quasi da contrappunto, a tratti, in assenza della congiunzione coordinativa, l’eliminazione delle virgole fra coppie di aggettivi o sostantivi allineati (…una specie di bianco rosso e giallo…, e, qualche pagina più avanti: …una sottana nera una camicetta grigia due occhi grigi…) quasi a sottintendere l’immobilità, o, al limite, l’estrema e quindi effimera mutevolezza di uno sguardo che può solo accarezzare le cose senza viverle e possederle. Ne deriva un battito vagamente ipnotico, un ritmo disgregato – accentuato, fra l’altro, dal ricorso alle frequentissime formule dubitative. 

Più dell’influenza di altri narratori, un corrispettivo interessante di questa prosa, le cui percezioni sembrano avere smarrito quasi del tutto gli ordini e le gerarchie, potrebbero essere le sperimentazioni musicali di quei compositori che, qualche decennio innanzi, prima dell’infrazione definitiva dell’atonalità o della dodecafonia, avevano plasmato l’armonia con una libertà sconosciuta ai decenni precedenti, creando sequenze di note svincolate da gerarchie rigorose, come nelle atmosfere duttili e irrisolte delle melodie pianistiche di Debussy.

Basta aprire a caso il libro per imbattersi nel proverbiale “impressionismo” darziano, nello scivolamento liquido delle parole, nella formula immateriale che pervade la scrittura. Il tutto collocato in una multiformità di oggetti cui gli effetti di rimpicciolimento o di zoom (“Ogni cosa del resto nella stanza appariva di proporzioni enormi… Vaste gocce macchiarono di nuovo il pavimento…”) non riescono a dare concretezza o rilievo.

Del resto, mutando ancora prospettiva, se un’altra definizione si volesse coniare per questo stile così personale, si potrebbe mutuare dalla poesia italiana degli anni Dieci o Venti. Questa dell’Essi pensano ad altro è forse una narrativa crepuscolare. Si legga questo passo: 

Anche le botteghe dei carbonai, una topa morta a ventre in su fra l’immondizia ed un cieco seduto su uno sgabello a sentire quel ricordo di sole sulle facciate, erano silenzi o modi del silenzio, e un soldato di fanteria, che camminava senza risoluzione o meta in quel momento, stonava incredibilmente nella strada coi chiodi delle scarpe sopra le pietre (pag.114).

O ancora: 

Guardò allora la bambina in prima fila, vestita in maniera strana o inverosimile, come se tutto il grigio e la malinconia e l’odor morto delle chiese e dei cortili con l’erba in mezzo ai sassi, e forse anche di angoli di caserme o di distretti, si fossero posati sui suoi capelli e vestiti, e dentro lei : tanto che, nel sorridere nel parlare e nel respirare stesso, ne usciva soltanto tristezza desolata di caserma, di vespro, di domenica sera sette e un quarto… (pag. 80).

Il disadorno squallore dei luoghi, la rappresentazione di un quotidiano intriso di immobilità e inerzia sono aspetti fondanti della poetica crepuscolare, più Corazzini che Gozzano, o, al limite, un Gozzano al netto di ogni ironia e col pedale dell’acceleratore spinto drasticamente verso un senso acuto di nausea e di disagio. Non dimentichiamo che il minimalismo della poesia crepuscolare (illustre precedente, per molti aspetti, le Mirycae pascoliane) ha smarrito centri di gravità e principi ordinatori, e il tutto, nella sua stralunata sussistenza, permette coesistenze impensabili nella letteratura precedente. La giustapposizione degli oggetti, nella poetica darziana, riflette questa stessa disgregazione, che è tutt’uno con l’oltranza paratattica della scrittura.

E comunque, ogni rilettura di questo libro continua a spiazzare.

Tornano a riecheggiare le parole dell’editore che rifiutò il manoscritto – in una lettera in cui, peraltro, ne sottolineava l’originalità – come a rimarcare l’imbarazzo di chi riconosce una grandezza difficile da collocare. È come percepire la difficoltà di maneggiare un oggetto luccicante e misterioso, a suo modo sbagliato e ingombrante, perché nella libreria ideale della nostra mente qualunque posto, ancorché spazioso, assume connotati geometricamente troppo familiari e, perciò, inadatti a un oggetto il cui simbolismo scivoloso recalcitra ad ogni sistemazione.

Come ho fatto notare in un saggio di alcuni anni fa, la magrezza quasi surreale di Riccardo, la sua angosciosa ricerca di un altrove, alludono a una condizione di dolorosa evanescenza che i protagonisti, senza riuscirci, cercano di estremizzare. Nello sforzo di trovare una casa situata molto in alto e nel sogno quasi psicotico di una vita fatta di animali liberi per la casa e di musica notturna, senza orario, essi vorrebbero perseguire il riscatto impossibile di una “perfezione alla rovescia”.

La breve analisi ha certamente sparigliato le carte, confermando l’essenza sdrucciolevole di un libro affascinante, per molti aspetti ancora catafratto nel suo mistero.

 di Andrea Chesi

La domanda è sempre quella: “Prof, ma come fanno a piacerle questi cretini???”, quando in quinta, verso la fine dell’anno, comincio la mia lezioncina sulle avanguardie partendo dagli Skiantos.

E’ inutile, hai un bel da dire, per loro quei testi deliranti sono solo un conato un po’ scemo, grossolano, inutile…  vuoi mettere con il Liga?

Non che non ridano, anzi, si divertono da matti, direi quasi che il loro riso è quello eccessivo di chi in una cosa vede solo l’aspetto comico e liquida tutto sghignazzando.

E allora capisco quanto Roberto Freak Antoni , leader del gruppo, fosse davvero un marziano dadaista, un concentrato di sberleffi psichedelici sideralmente lontano dalla libertà obbligatoria, per dirla con un altro lunatico,  che è il tappeto rosso spianato davanti ai ragazzi di oggi (copyright Ramazzotti) che si arrabattano nell’idiozia  luccicante dei reality, dei talent, dei talk, delle Balivo, delle D’Urso e via nell’infinito del nulla.

Intendiamoci, il Freak sapeva benissimo di non avere inventato niente, ma era spregiudicato e sfrontato nel riproporre i modi delle avanguardie in una società inerte che infatti apprezza e addirittura mitizza Elio, la cui pseudocomicità artefatta è un prodotto perfetto per un certo tipo di utenza che si crede intelligente e raffinata…

FA AC 2

La sgangheratezza sublime degli Skiantos  è, consapevolmente, la caricatura di un linguaggio d’avanguardia  evocato con tenerezza, con nostalgia, da parte di chi in realtà ha ben poche illusioni e velleità di ricostruzioni futuriste dell’universo. Rimane, però, l’aspetto deflagratorio , corrosivo, agrodolce a scardinare i luoghi comuni e le ipocrisie più sottili (com’è difficile restare intelligenti quando c’è la nazionale dei cantanti…), le mitologie machistiche pullulanti nelle pubblicità (la voce di Stefano Accorsi, suadente al limite dell’ultrasuono, che magnifica la carrozzeria di un’automobile, i belli e impossibili che viaggiano in compagnia di gnocche da ufo). Il Freak sapeva farsene un baffo e queste cose le trattava per quello che sono, basterebbe un distico di endecasillabi  come questo, scemo fino alla soglia del genio: io spero di trovarne una carina|e di portarla in Vespa su in collina, a riassumerne la carica irrisoria e salutare, a misurare le boccate d’ossigeno che sapeva elargire la vena di questo Gran viaggione disperato e infaticabile, di cui ora più che mai, nel deserto di tronfiaggine dominato dall’arrivismo mediatico e dalla retorica dei tromboni, si sente il bisogno.

Andatevi a riascoltare, così, giusto per respirare meglio e cominciare a polmoni spiegati la giornata, certi classici intramontabili come Largo all’avanguardia, di cui si può dire che mai il non senso abbia avuto più significanza e bellezza (a me piace girare facendo dei giri non brevi ma lunghi… a me piace giocare facendo dei giochi ne ho pochi ma buoni…  a ma piace scoreggiare! Non mi devo vergognare, non c’ho niente da salvare! L’avanguardia alternativa non fa sconti comitiva, l’avanguardia è molto dura, e per questo fa paura!), oppure l’attacco folgorante di Eptadone, con quelle voci filtrate di adolescenti tossici che parlano di banane gigantesche e quell’unodueseinove sgangheratissimo che dà il via al riff frenetico di chitarra… fino alle più recenti  (sono veramente moltissime) come quell’atipica Io dentro, dall’album Doppia dose (due supposte in copertina), cinica e disperata nella sua sberleffante lucidità.

14022007-FREAK ANTÚNI-foto Nucci

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Insomma, il vuoto lasciato da questo ragazzo che faceva un vanto della propria bruttezza, che esibiva il suo pendente ombelico  e la pancia trasbordante, che si faceva fotografare in mutande e con le dita nel naso, è, per quanto mi riguarda, un vuoto lancinante, per questo, proprio in questi giorni (qualche giorno fa avrebbe compiuto sessantadue anni) abbiamo voluto ricordarlo.

 

Riporto,  per concludere,  il testo di una nota,  abbastanza lungo,  che avevo inserito nel saggio quando lo presentai al mio relatore.  Mi sembra un’integrazione funzionale al discorso fatto fin qui.

A partire dalle primissime pagine del Buon corsiero,  già molti meccanismi sono avviati che si riveleranno fondamentali nel corso della lettura.

L’arrivo della Marchesa innesca le reazioni dei servi e caratterizza una situazione esemplare.  Mentre tutti si danno da fare,  la giovane donna nota un particolarissimo senso di agitazione che anima il cortile,  e poco dopo interroga Lauretta e un servo per saperne la causa.  Alla domanda della Marchesa la ragazza risponde con infantile determinazione che in paese si sta per esibire il funambolista,  e la notizia viene accompagnata da una serie di minute spiegazioni che denotano l’assoluta singolarità che l’evento assume nella mente della gente.  Il servo,  poi,  conclude il racconto affermando di avere scommesso quindici scudi con Sertorio che il funambolo riuscirà ad attraversare,  e lo stupore,  scrive D’Arzo,  finisce per entrare nella Marchesa come una dolce malattia;  infine,  a un tratto,  tutta la locanda piomba nel silenzio magico e inquietante che da questo momento in poi accompagnerà tutte le entrate in scena dell’uomo in viola.  Lauretta,  poi,  richiesta dalla Marchesa,  scende le scale e si dirige nel cortile per scoprire la causa dell’improvviso mutamento.  Appena fuori dell’uscio,  sul corridoio,  incontra Lelio,  impegnato in maniera assolutamente sproporzionata alla bisogna,  nel lucidare le staffe di una sella,  allo scopo evidente di giustificare la sua presenza nel luogo in cui avrebbe potuto al più presto vedere la ragazza.  Mentre la locanda seguita ad essere immersa in un silenzio irreale,  si svolge il dialogo fra i due.  Lelio aggredisce,  o quasi,  Lauretta,  afferrandola per le spalle e chiedendole ansiosamente la conferma della notizia ricevuta casualmente e indirettamente,  quella mattina,  del matrimonio della sorella di Lauretta,  che vorrebbe dire,  per i due giovani,  la possibilità di sposarsi al più presto a loro volta.  Ma tutta l’audacia improvvisa di Lelio non è sufficiente a scuotere veramente la ragazza,  distratta da quel silenzio e già misteriosamente attratta da tutto ciò che quel silenzio sembra promettere e rappresentare.  Non senti questo silenzio?,  taglia corto,  a un tratto,  Lauretta;  poi,  senza attendere risposta,  scivola veloce giù dalle scale.  Nel cortile è entrato il funambolo,  e la sensazione comune,  annota lo scrittore,  è di totale sospensione del tempo,  pur nella consapevolezza,  da parte di tutti,  di quanto ciò sia eccessivo e inadeguato rispetto al pensiero di una pur straordinaria esibizione.

In ultimo,  a riprova delle somiglianze emerse – pur con le dovute proporzioni –  fra il mondo dello scrittore reggiano e certe soluzioni ricorrenti nella narrativa kafkiana,  vorrei citare queste parole,  tratte da una lettera scritta a Enrico Vallecchi,  del 26 dicembre 1948,  con cui D’Arzo definisce sinteticamente Il castello di Kafka:    la lettera che non viene mai,  la chiamata che si aspetta e non arriva.

La frase – dovrebbe venire in mente subito a tutti coloro che conoscono le opere dello scrittore reggiano – si potrebbe attribuire senza troppe forzature anche al suo Casa d’altri.
Ci sono, citati con essenzialità, gli stessi ingredienti.
Il tema della chiamata, prima di tutto ( non c’è dubbio che il prete si senta convocato a un appuntamento di importanza decisiva, che diventa ben presto esclusivo) che ha assunto nella narrativa novecentesca una portata allegorica non comune, specialmente con Kafka e nell’ambito della letteratura più vicina all’esistenzialismo.
E poi la lettera, uno degli strumenti e anche dei simboli della chiamata. Per alcuni aspetti succede, in Casa d’altri, anche se molto più in piccolo, come nei romanzi di Kafka. Gli indizi si moltiplicano, ma questo non fa che aumentare il turbamento, l’attesa, la confusione. C’è la lettera, appunto, che Zelinda porta e si affretta poco dopo a riprendere senza che il parroco possa leggerla, che irrita e accresce la sua irrazionale e ossessiva necessità di sapere, e molti altri minimi segni di intesa, offerte, indecisioni, che non fanno che infittire il mistero. Il prete si sente chiamato in causa con un’urgenza che supera la sua tentazione di tacere, di ritirarsi di fronte a un problema che sa di non poter risolvere; tutte le risposte che gli vengono alle labbra, infatti, sono tragicamente inutili: in realtà non fanno che ripresentare e confermare la domanda.
Il racconto si chiude su questo interrogativo. Come ha scritto Paolo Lagazzi, disponiamo solo della terribile domanda centrale, e di una storia che si chiude circolarmente intorno ad essa senza alcuna apertura ad altri spazi, ad altri sensi.
La domanda della Zelinda è della medesima specie di quelle terribili di cui parla Kafka nel passo che ho riportato dai suoi Diari: un puro segno.

 

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