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Archive for the ‘interviste’ Category

LA BIBLIOTECA DI CASTELNOVO CAMBIA NOME E SI INTITOLA A RAFFAELE CROVI

La nuova intitolazione della biblioteca comprensiva di Castelnovo a Raffaele Crovi, proposta dalla professoressa Clementina Santi e da Andrea Casoli (stretto collaboratore dello scrittore negli ultimi anni alla casa editrice Aragno), vuole essere un meritato riconoscimento della figura poliedrica di un grande intellettuale, originario di Cola di Vetto, che è stato narratore, editore, poeta, critico letterario, redattore, produttore e conduttore di programmi radiofonici e televisivi.
Un doveroso omaggio, quindi, ma anche un modo per ringraziare la famiglia dello scrittore di aver donato alla biblioteca castelnovese oltre 5000 volumi dal suo patrimonio librario.
Così, sabato 1 dicembre, prima dello scoprimento della targa, al teatro Bismantova, si è svolta la cerimonia inaugurale che ha preso l’avvio con i saluti dell’assessore alla cultura Correggi e le parole di Vera Romiti, consigliere della Provincia di Reggio Emilia, di Guido Tamelli, direttore generale della Banca di Cavola e Sassuolo, e, naturalmente, del sindaco Gian Luca Marconi, che ha voluto sottolineare come Crovi, scomparso nel 2007, sia stato non solo un protagonista importante della cultura italiana a partire dalla seconda metà del Novecento, ma anche un sensibile “cantore della sua terra”.
Sono seguiti, poi, gli interventi di Loriano Macchiavelli, Bianca Pitzorno e Giovanni Lindo Ferretti coordinati dal direttore amministrativo del teatro, Emanuele Ferrari.
Sia Macchiavelli che la Pitzorno hanno voluto ricordare subito, con gratitudine, chi li ha lanciati nella loro carriera, rispettivamente di giallista e scrittrice per ragazzi. Soprattutto la Pitzorno è riuscita a restituire un ritratto a tutto tondo della personalità di Crovi fin dai tempi in cui si erano conosciuti mentre lavoravano in RAI. Ha raccontato di lui (l’unico capo che abbia avuto durante tutta la sua carriera), che aveva il carisma dell’esempio (era approdato alla RAI dopo molte esperienze in editoria) e l’autorità del comando, con la quale incitava, proprio loro, giovani sessantottini, arrivati col desiderio di cambiare il mondo e quindi anche la produzione culturale dell’emittente televisiva, a fare molte cose diverse e audaci, perché “cultura – aveva affermato già nel ’72 – è rifiuto degli schematismi ideologici, è scandalo della verità (e della contraddizione), è pluralismo, è anticonformismo, è contestazione del potere, è, infine, utopia”.
Così la Pitzorno, pur confessando come il tirocinio sotto Crovi non sia stato dei più semplici e come l’abbia anche fatta piangere con alcune delle sue celebri sfuriate, tuttavia quel periodo è rimasto, nella sua esperienza, formativo e stimolante dato che proprio lo scrittore emiliano, da sempre lettore onnivoro con un istinto infallibile per tutte le novità rilevanti sia letterarie che sociali, l’aveva introdotta nel panorama letterario italiano più all’avanguardia.
Giovanni Lindo Ferretti, che ha incontrato Raffaele solo verso la fine della sua esistenza, ha raccontato che di certo è stata la persona più informata dei fatti che lui abbia mai conosciuto: “quando lui parlava, parlava di ciò che tutti sapevano, di ciò che qualcuno intuiva e di ciò che tu non avresti mai pensato. Fino al livello del pettegolezzo. Sapeva tutto, era curiosissimo di tutto”. Un giorno gli fece un vero e proprio interrogatorio sulle cose che lo riguardavano.
La conoscenza di Crovi avvenne in modo abbastanza casuale, tuttavia fondamentale fu la mediazione di Silvio D’Arzo. Crovi amava tantissimo Casa d’altri, e aveva molto apprezzato una piccola presentazione di Ferretti per la biblioteca di Cavriago. Era inoltre intrigato dal fatto che Giovanni Lindo fosse parente di Ezio Comparoni (vero nome di Silvio D’Arzo) e forse fu per questo che ne fece uno dei protagonisti del suo romanzo Appennino. A teatro, Ferretti ci ha raccontato della simpatia che si è poi sviluppata tra loro, pur nella differenza di personalità, di percorso, di esperienze, di età, ma anche delle tante affinità, non ultima quella di essere “entrambi legati ben saldi alla terra, alla famiglia, alla storia che li ha generati: due montanari mai fermi nel loro posto saldo; uno reduce, l’altro col mito di Bismantova e i suoi prati. Due montanari scolpiti e inchiodati dalla parola”.
Nei testi di Crovi, di certo, come ha evidenziato il grande italianista Raimondi a proposito del suo libro più famoso, quello che ha vinto il Campiello, La valle dei cavalieri e di quello che è unanimemente considerato il suo capolavoro, Le parole del padre, “c’è un’esperienza così ampia che va al di là della scrittura e immagina anche la civiltà oltre e dopo la scrittura. Il luogo, allora, diviene il luogo dell’origine, il luogo della mente, un atto di fedeltà che rappresenta il segno di un’autentica apertura al mondo”.
Apertura al mondo che in Crovi, l’abbiamo sentito, è anche e soprattutto apertura all’uomo sia nella sua dimensione pubblica che privata.
Ancora la Pitzorno ha ricordato la grandissima disponibilità e generosità dello scrittore emiliano: “tantissime – ci ha detto – erano le persone che andavano a trovarlo e tantissime quelle che avevano esperienza di vita che lui invitava a scrivere. Era una forma di democrazia, non il patrocinio di un’élite che fa cultura e si arrocca nel suo castello con sentimento di superiorità. Allo stesso modo, i libri che arrivavano in ufficio erano a disposizione di tutti, anche del fattorino che veniva a consegnare la busta, al quale diceva: ‘guardi è uscito un libro molto bello, lo vuol leggere?’. A casa sua, aveva, vicino all’ingresso, una cassapanca (quella che è stata riprodotta nell’invito) ricolma di tomi che donava poi a coloro che aveva invitato a cena. Quindi i libri, grazie a lui, circolavano. Non solo i suoi, ma i libri di tutti, quelli che aveva fatto nascere, quelli che venivano da fuori, quelli più strani (è stato uno dei primi ad apprezzare la letteratura sudamericana prima che Marquez, col realismo magico, diventasse di moda). Io penso, allora, che i libri donati alla biblioteca non possano fare altro che continuare questa sua operazione, che debbano (e ci riusciranno) far venire voglia di leggere, ma anche di scrivere; che debbano far venire voglia di allargare l’orizzonte: è sicuramente un bene partire dalle proprie radici, Cola, Castelnovo Monti, ma è necessario anche viaggiare nella cultura del mondo. Io ho fiducia che questi 5000 volumi possano farlo e siano una preziosissima opportunità per questo posto”.

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D’Arzo, Bertolucci e l’Appennino. Cosa rappresenta questo territorio per lo scrittore e per il poeta? Cos’hanno in comune? E’ quello che il sindaco di Collagna, Paolo Bargiacchi, e la curatrice, professoressa Clementina Santi, col convegno del 16 agosto a Cerreto Alpi, per il sessantesimo anniversario della morte dello scrittore reggiano, invitando Elisa Bondavalli (L’Appennino tra D’Arzo e Bertolucci), Gabriella Palli Baroni (Paesaggio d’Appennino profondo nella poesia di Attilio Bertolucci), Stefano Costanzi (Casa d’altri: la pratica della scrittura e la scrittura come etica in Silvio D’Arzo) e Alfredo Gianolio (Divagazioni intorno a Casa d’altri e dintorni), si sono proposti di indagare.
Cerreto Alpi per D’Arzo, lo ricordiamo, è il luogo nativo di sua madre, quella Rosalinda Comparoni che aveva dovuto abbandonare i suoi monti per trasferirsi in città e allevare tutta sola il figlio illegittimo che portava in grembo, che poi le renderà il suo supremo omaggio di scrittore immortalando lei e il suo paese natale nel capolavoro Casa d’altri.
Anche Casarola, nell’Appennino parmense, per Bertolucci è testimone di un profondo legame ancestrale: qui si trova la casa di famiglia costruita e poi abitata da generazioni prima di lui, come ci racconta in chiave epico-lirica ne La camera da letto.
Luoghi d’origine, quindi, ma, ancor di più, come ho evidenziato nel mio intervento, luoghi archetipici, nel loro essere remoti, impervi, resistenti; luoghi dove la fatica di vivere, soprattutto in passato, poteva diventare così alienante da essere uguale a quella degli animali, e pertanto non degna di essere vissuta (Casa d’altri); luoghi dove la pazienza è il valore essenziale e morale, perché atavica capacità d’adattamento, che nella sua prerogativa di tenacia per il compimento di un’opera, anche ordinaria come il restauro di un tetto, o di dedizione ad una mansione, anche umilissima, come quella di raccoglitrice di patate, diviene l’unico baluardo possibile all’assedio del tempo (Bertolucci).
E ancora, l’ho voluto sottolineare, luoghi epifanici, dove si può anche pensare di trovarsi ai confini del mondo (sempre Casa d’altri); dove il paesaggio acquista significato anche semplicemente attraverso gli accesi colori autunnali che la morta stagione si appresta ad inghiottire, quando “… un cielo vulnerato qua e là da lame preautunnali nell’ardore del giorno ci parla dell’approssimarsi di una stagione non mite” (Bertolucci, da Viaggio d’inverno), diventa correlativo oggettivo della nostra condizione umana.
Il convegno, quindi, come occasione non solo per ricordare due dei maggiori e più originali esponenti della nostra letteratura, ma un’opportunità per riscoprire i nostri posti, per guardarli con occhi diversi e nuovi, come ha confermato anche l’organizzatore, Paolo Bargiacchi, che si è dichiarato molto soddisfatto dell’esito dell’evento e della numerosa affluenza di pubblico:
P.B. “ Abbiamo dato vita a una buona, e a me pare anche riuscita, nonché doverosa e dovuta iniziativa insieme all’Associazione scrittori reggiani. Ho apprezzato la profondità e la serietà dei vostri contributi: voi oratori eravate di assoluta qualità nel panorama di quelli che si occupano specificamente di questi due scrittori”.
D- E’ stato anche un grande, e forse inaspettato, successo di pubblico…
P.B. “Sì, la grossa partecipazione in un giorno come il 16 di agosto, anche se forse era appetibile venire a trascorrere un pomeriggio in montagna, in un luogo così fortunato dal punto di vista ambientale, oltre a testimoniare quanto ormai D’Arzo sia sempre più conosciuto, mi conferma la validità di questa iniziativa.
A un sindaco, infatti, spetta il compito, tra gli altri, di trovare e fornire nuovi spunti e nuove scintille per far amare i luoghi che amministra, oltre che curarne, ovviamente il buon governo.
Promuovere, dunque, un incontro che faccia riscoprire queste case e questi paesaggi attraverso le parole di un grande, grande davvero (purtroppo strappato alla vita in troppo giovanile età – a soli 32 anni – da una forma di leucemia che la medicina oggi avrebbe potuto guarire) corrisponde sia a diffondere la conoscenza di uno scrittore locale che ha saputo portare il proprio luogo d’origine nel panorama di quelli nazionali e non solo (pensiamo alle traduzioni di Casa d’altri in inglese, francese e tedesco, perfino in olandese, come ci ha mostrato Costanzi), sia a suggerire a tutti coloro che hanno voluto fare questo percorso attraverso le voci dei relatori, uno sguardo diverso, nuovo, oserei dire, e lo dico, “letterario” di questi luoghi (penso che non sia casuale che in questo piccolo, grande paesino, possiamo annoverare in poco più di mezzo secolo oltre a Silvio D’Arzo, un passaggio importantissimo e frequenti, successivi ritorni di Cesare Zavattini; qui sono le origini di Joe Sentieri; qui è la dimora e il rifugio prediletto per l’elaborazione di ogni nuovo progetto di Giovanni Lindo Ferretti). Cerreto viene così a rappresentare un po’ la storia di tantissimi campanili italiani nel Bel Paese, che è quella parte un po’ speciale d’Europa dove la cultura e il paesaggio hanno trovato una fusione di notevole interesse. Con questa iniziativa, infine, vorremmo imboccare un sentiero da percorrere e recuperare poi in molti modi: non solo invitando studiosi a conversare di D’Arzo e di Bertolucci nei loro paesi d’origine, Cerreto Alpi di Collagna e Casarola di Monchio delle Corti, tra l’altro entrambi appartenenti oggi al Parco nazionale dell’Appennino tosco- emiliano, ma, proseguendo un fantastico (ma mica tanto) dialogo tra lo scrittore e il poeta (si erano conosciuti, stimati e frequentati) potremmo anche pensare al profilo specifico di una letteratura appenninica. Intanto, ci è piaciuto ospitare non solo studiosi, ma anche le opere di pittori che hanno ridetto in disegni e colori le atmosfere e i personaggi dei suoi racconti e, infine, rivestire delle citazioni di D’Arzo, anche solo di alcune sue frasi, i muri di queste case, segnando un percorso attraverso il borgo che abbiamo voluto giustamente chiamare Pagine di Pietra.
D- E’, infatti, molto bella l’idea delle Pagine di pietra, i pannelli con le parole che in Casa d’altri ritraggono Cerreto, appesi ai muri delle case come fogli di romanzo, così come è stato fatto a Casarola con i versi di Bertolucci. Inoltre, come ha accennato Lei prima, è stato possibile vedere nel fienile di Giovanni Lindo Ferretti la collezione permanente di quadri dell’Istituto D’Arzo di Montecchio Emilia, che merita una visita anche solo per la triste, solitaria capra nell’aspro paesaggio serale di Nani Tedeschi.

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A REGGIONARRA NE’ MONTI IL 10 GIUGNO 2012 ERA IN SCENA D’ARZO
La classe 2Q Liceo linguistico, con la regia di Marina Coli, ha interpretato Il pinguino senza frac

Anche Reggionarra ne’ monti, alla sua quarta edizione, ha voluto ricordare Silvio D’Arzo, nell’anniversario della sua scomparsa.
La mia 2Q del Liceo linguistico Dall’Aglio, infatti, sotto la direzione di Marina Coli, ha proposto la lettura scenica di un racconto darziano tra i meno noti, Il pinguino senza frac.
Quello che abbiamo deciso di mettere in scena per questa importante kermesse, che vede tra i suoi promotori la “Casina dei bimbi”, è una favola indirizzata ai più piccini, ma che non disdegna un pubblico adulto. La storia parla del piccolo Limpo, troppo povero per avere come gli altri pinguini un frac, cosa per cui viene emarginato e non gli è concesso frequentare la scuola. Decide così di lasciare i genitori e cercare fortuna lontano da casa, straniero ovunque e senza nome, chiamato “Cosa sei” e “Tutto un po’”, da gabbiani, foche e trichechi, ai quali si offre per piccoli servizi, cercando al contempo di informarsi su tutto e ampliare le sue conoscenze in modo da non rimanere indietro rispetto ai compagni che intanto stanno ricevendo un’istruzione. Il suo percorso alla conoscenza lo porterà alla fine della sua avventura a scoprire che nessuno è esente dal dolore, nemmeno il feroce orso bianco, terrore di tutti gli animali, che i suoi piccoli vedono ucciso dai fucili degli uomini, e neppure l’uomo, che il mare in tempesta può inghiottire in un baleno: la morte accomuna tutte le creature e i figli dell’uomo hanno la medesima voce dei piccoli d’orso e degli altri, cioè il pianto, la voce del dolore e dell’abbandono. Dopo questa terribile scoperta, cioè che la fragilità e la provvisorietà sono una condizione necessaria, il pinguino sconvolto, fa ritorno, senza accorgersi di avere indosso un frac, “il più morbido e bello e distinto e elegante e lucente che fosse mai dato vedere”.
Tra tutti i racconti di D’Arzo, abbiamo scelto proprio questo per la sua brevità, e anche perché è uno dei più significativi, nonché il più affine al capolavoro Casa d’altri, sia per datazione (1948), ma soprattutto per tematica.
Nella fase preparatoria abbiamo dovuto operare una necessaria riduzione del testo, pur di suo già abbastanza stringato, per facilitare la fruizione della lettura scenica, ma fondamentale, in tal senso è stato l’apporto registico di Marina Coli, che con la sua esperienza e la sua creatività di attrice prima ancora che di regista, è riuscita a renderlo vivo, colorato e vibrante e accessibile anche ai più piccoli.
Significativa, a tal proposito, è stata la prova generale che abbiamo fatto davanti agli alunni delle classi quarte e quinte della scuola elementare La Pieve: i giovani spettatori, infatti, hanno seguito con grande attenzione la recita e sono riusciti a cogliere in profondità il senso del testo, dando così ragione all’autore e alla fiducia che aveva nelle capacità interpretative dei bambini.
Domenica 10, poi, come si è detto, c’è stato il debutto vero e proprio nel foyer del teatro Bismantova, e non, come invece era previsto, a piazza Peretti, a causa del forte vento. Il pubblico ha partecipato numeroso e i miei studenti- attori sono stati davvero bravi nell’interpretazione: vederli così professionali, così compresi nella parte, coi loro costumi scenici è stato un momento per me veramente commovente.
Al termine dello spettacolo, poi, si sono gentilmente fermati per condividere le loro impressioni e riflessioni.
E.B. -”Innanzitutto, siete riusciti a farvi un’idea dell’autore Silvio D’Arzo e della sua poetica? Anche a partire dal testo, sebbene non sia il suo più famoso e sia una favola per bambini?
Veronica- “Sì. Quello che nel racconto emerge in modo più evidente è il tema autobiografico della diversità. All’inizio della storia il pinguino (uno dei tanti doppi dell’autore) viene discriminato a causa della sua povertà: lui è senza frac e viene indicato, annusato, deriso dai compagni e il maestro rifiuta di averlo in classe. Poi, quando è in esilio, le foche e i trichechi non lo chiamano mai col suo nome, ma spregiativamente Cosa sei, Tutto un po’, Giù di lì. Alla fine, però, la sua diversità è di altro segno: è quella data dall’aver conseguito una consapevolezza esistenziale”.
E. B. – E sotto l’aspetto linguistico come l’avete trovato? Facile? Difficile?
Laura – “Sicuramente non facile, soprattutto se si pensa che i destinatari sono dei bambini”.
Sara G.- “Pure il significato non è immediato, anche se ieri, gli alunni delle scuole elementari, hanno dato prova di grande capacità di analisi e d’interpretazione”.
E.B. – Avete voglia di raccontarci come è stata questa esperienza?
Veronica- “Quando abbiamo saputo di partecipare al progetto legato a Reggionarra ne’ Monti, non avevamo idea di cosa fosse. All’inizio eravamo tutti un po’ scettici e con qualche perplessità, poi ci siamo avvicinati piano piano all’autore e al racconto durante le ore di Italiano, quindi abbiamo fatto degli incontri anche pomeridiani con Marina Coli, e abbiamo progressivamente cominciato ad entrare nella parte”.
E.B. – Come è stato lavorare con Marina Coli?
Veronica – “Marina è sicuramente una persona molto originale, estroversa, che sa fare il suo lavoro, e anche se a volte ci è sembrata un po’ rigida e dogmatica nell’interpretazione, sicuramente ci ha insegnato molto e i suoi consigli artistici sono stati davvero preziosi”.
Laura- “Secondo me, molto importante è stato il lavoro che ci ha fatto fare su noi stessi: ci ha insegnato a vincere le nostre paure, a liberarci della nostra timidezza. Ha saputo tirare fuori la nostra personalità, il nostro carattere”.
Simona- “E ha saputo individuare subito chi era adatto a interpretare una specifica parte dopo la lettura di sole poche righe”.
E.B. – E l’esperienza odierna di Reggionarra è stata come ve l’aspettavate?
2Q (in un sovrapporsi di voci) – “Se la prova generale che abbiamo fatto ieri davanti agli alunni delle elementari è stata davvero un’esperienza stimolante, oggi dobbiamo dire che siamo rimasti un po’ delusi: il cambio di sistemazione a causa del maltempo non è stato felice, soprattutto la scelta di collocarci nel foyer, dove c’era molta confusione, un brusio di sottofondo molto fastidioso, porte che continuamente si aprivano e si chiudevano e poi… ci aspettavamo molti più bambini, invece erano quasi tutti adulti”.
E.B. – Cosa vi ha lasciato questa esperienza?
Anna- “Per prima cosa è servita a farci conoscere meglio e a farci sentire molto più unite, rispetto, ad esempio, allo scorso anno scolastico”.
Sara G. – “Abbiamo imparato a tirar fuori il meglio dalle nostre prestazioni, ad essere più sicuri e consapevoli, ma, allo stesso tempo, anche a non prenderci troppo sul serio e a ridere dei nostri errori”.
Sara R.- “Per quanto mi riguarda, posso dire che questa esperienza mi ha invogliato a leggere di più, ad approfondire ed estendere le mie letture”.
E.B. – Se ve lo riproponessero l’anno prossimo, lo rifareste?
Tutti- “Sì!”
Veronica- “Anche se all’inizio ci lamentavamo un po’: ‘Troppi impegni, non ce la facciamo’, adesso siamo davvero contenti di aver partecipato”.
Anna e Laura- “La scuola, le materie di studio, i voti sono importanti, ma anche queste esperienze, che ci arricchiscono davvero. Pensiamo che tutti i progetti a cui abbiamo aderito quest’anno, non solo questo, ci abbiano fatti crescere e siano stati importanti per la nostra formazione”.

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Il segno e la voce

Ho caricato sul mio canale YouTube una Clip tratta da: “Il segno e la voce: vita da artista. Il mondo di Alfredo Gianolio”,
un film di Nicola Nannavecchia, prodotto da Centro di Poesia Cultura Arte e Doc/film, in collaborazione con Pulsemedia.
www.docfilm.eu

lo trovate qui

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Il video di uno degli interventi

Io e Gianolio prima del forum

Io e Gianolio prima del forum

il Chiostro della Ghiara

il Chiostro della Ghiara

Da sinistra: Stefano Costanzi, io, Clementina Santi, Alfredo Gianolio, Maria Teresa Pantani.

Da sinistra: Stefano Costanzi, io, Clementina Santi, Alfredo Gianolio, Maria Teresa Pantani.

Gli oratori
Gli oratori

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IL SEGNO E LA VOCE: VITA DA ARTISTA

Il mondo di Alfredo Gianolio

 Il segno e la voce: vita da artista, documentario di Nicola Nannavecchia, narra il viaggio di Alfredo Gianolio nell’arte e nella cultura emiliana, soprattutto reggiana, dal dopoguerra ad oggi.

Alfredo Gianolio, avvocato, scrittore, giornalista, classe 1927, amico e collaboratore di Cesare Zavattini e di molti altri artisti, in questo filmato della durata di 90 minuti circa, ci guida alla scoperta del territorio e della gente attraverso racconti, opere e movimenti artistici nati nella nostra terra.

E’ un viaggio autobiografico che parte dal Po di Ligabue e dalla Luzzara di Zavattini, con sosta nelle osterie dei pittori naifs e visita ai luoghi contemporanei dell’arte, passando per Vetto, dove aveva la sua residenza estiva Luciano Anceschi, per giungere infine agli incanti paesaggistici dell’Appennino di Silvio D’Arzo.

Sullo sfondo di questi nostri luoghi, suggestivamente fotografati da Nannavecchia, gli incontri sono tanti, ma non ci si deve spaventare. Perché se è vero che la parola documentario evoca spesso un sentimento di noia, ci si accorge subito, invece, che quelle di Gianolio sono delle conversazioni tra amici che di queste hanno tutta la spontaneità e l’immediatezza, grazie anche alla capacità del regista di individuare e quindi di proporci i passaggi più significativi.

Ecco allora che pittori come Davide Benati, Nani Tedeschi, Alfonso Borghi, Galliano Cagnolati, Ermanno Beretti, scultori come Graziano Pompili, scrittori quali Cavazzoni e Nori ci parlano della loro opera e del senso di appartenenza alle loro radici. Critici come Massimo Mussini o Tullio Masoni ci offrono un supporto teorico alla nostra cultura. Festanti e Farioli ci spiegano l’attività delle istituzioni culturali della nostra provincia e ci rivelano il capitale nascosto del nostro patrimonio. E nemmeno manca la testimonianza di chi ha condiviso le esperienze artistiche con questi artisti come la recentemente scomparsa Paola Ghirri, moglie del “fotografo della luce”, Luigi Ghirri, oppure Annamaria Ternelli Gerra. E ancora: i movimenti culturali nati qui ma che hanno avuto risonanza nazionale come quello di Mulino di Bazzano (Parma), nella corte rurale di Corrado Costa, il gruppo avanguardistico di cui faceva parte anche Spatola: il laboratorio di sperimentazione poetica più importante della neoavanguardia, che “ha portato la cultura fuori dai territori protetti e dagli spazi claustrofobici della pagina scritta per aprire la scrittura – come dice Niva Lorenzini – a interferenze con esperienze verbovisive e fonetiche”.

Se a Nannavecchia chiediamo cosa lo ha spinto a cimentarsi in questa lunghissima e impegnativa avventura della durata di ben quattro anni, ci sentiamo rispondere che intanto lui, barese d’origine, considera Reggio come la sua seconda città. Poi l’incontro con Gianolio alla fine del 2007 e con gli amici del Centro Poesia CulturaArte che gli hanno chiesto se fosse interessato a fare un documentario che voleva essere anche e soprattutto un omaggio ad Alfredo. Questa è stata l’occasione. Poi dice alla presentazione del video: “io mi sono veramente innamorato del personaggio Gianolio e ho aderito con entusiasmo al progetto, anche se debbo dire che poi è stato veramente impegnativo realizzarlo; ma il privilegio di trascorrere questi quattro anni accanto ad Alfredo è stato veramente grande”.

Gianolio, invece, si dichiara ancora sorpreso di se stesso di fronte alla realizzazione del suo documentario. “E’ come se mi fosse franata addosso questa richiesta da parte di tante persone – confessa al numerosissimo pubblico presente in sala – Per quale motivo, mi chiedo? Penso che il motivo principale sia quello della mia vecchiaia. La vecchiaia non è poi quel male che dicono. Ha anche dei vantaggi…Uno, ad un certo punto, si sente come una sorta di archivio ambulante, ha tanti ricordi, tante riflessioni che a volte sembra che siano sepolte, ma poi riemergono improvvisamente. E c’è anche un’altra cosa che mi dà una certa soddisfazione: il fatto di essere anziano, ma anziano con una qualifica speciale, quella di ottuagenario (si pensi al celebre romanzo di Nievo, per esempio). Infine, alcune cose, alcune avventure, capitano anche per caso… O forse tutto parte da due incontri importanti nella mia vita e ai quali mi ricollego: uno è Cesare Zavattini che ho conosciuto quando lui veniva a Luzzara. Veniva a Luzzara tutte le volte che i suoi impegni, anche internazionali, glielo permettevano, perché era il posto dove si trovava meglio. Gli piaceva frequentare non degli intellettuali o degli uomini di cultura ma della gente semplice. E io mi vanto di aver fatto parte di questo gruppo di gente semplice con la quale andavamo nelle trattorie che sono lungo il Po e specialmente dai Nizzoli a Villa Strada. Per questo Nizzoli non poteva mancare nel documentario… Zavattini è importante anche perché è stato uno dei primi intellettuali che si possano definire d’avanguardia. La sua è un’avanguardia letteraria che non si esaurisce nel formalismo o nel Kitsch o nella volontà soltanto di sorprendere, ma scava in profondità nell’animo umano, della società per riscattarsi in modo autonomo, in modo creativo. E’ una commistione di realismo e irrealismo Di quotidianità e fantasia. C’è questo rapporto che ha reso le sue opere ancora tanto interessanti. Poi ho avuto anche la fortuna di conoscere uno scrittore, ma anche cineasta e documentarista: Gianni Celati. Lui anni fa era tra coloro che dirigevano una rivista chiamata “Il semplice” che si ispirava a una cultura orale. Non accademica o meditata, ma una cultura più spontanea. Ecco, a mio avviso, la tecnica cinematografica di Gianni si sposa un po’ con quella di Nicola perché, come sosteneva proprio Celati, il cinema documentaristico è superiore al cinema di tipo tradizionale, narrativo, basato sull’invenzione. Diceva, infatti, che l’invenzione ha sempre qualcosa di irreale e di falso. Ritrarre la realtà quotidiana, invece, è sempre sorprendente e non è vero che si tratta di mera riproduzione. E’ qualcosa di più. C’è anche un’immissione di fantasia, un’immissione di approfondimento del reale che porta a una verità superiore che ci prende di più e che amiamo di più. Io credo che Nannavecchia si sia messo su questa direzione e l’abbia fatto egregiamente. Concludo ricordando ancora una volta che mi sento particolarmente felice di essere vecchio. Mi ricordo un verso di Virgilio dalle Bucoliche, Ecloga I quando Melibeo, la voce del poeta, si rivolge ad un pastore anziano: “Fortunate senex, ergo tua rura manebunt…”. In questa figura, proprio per il fatto di essere vecchio, l’autore vede colui al quale il tempo ha concesso di riflettere appieno sull’esistenza: sul suo sviluppo e sulla sua fine”. 

(Questo mio articolo è apparso nel numero di febbraio del periodico mensile “Monte Piano” come commento alla proiezione del video di Nannavecchia e Gianolio avvenuta al cinema Rosebud di Reggio Emilia, il 23/01/2012)

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Ermanno Cavazzoni al Festival Filosofia

Ermanno Cavazzoni al Festival della Filosofia

Conversazione con Ermanno Cavazzoni

Ho incontrato Cavazzoni al festival della filosofia di Modena dove, nel cortile di palazzo Santa Margherita, ha letto al numeroso pubblico convenuto alcuni dei racconti contenuti nel volume. Per la rivista “Monte Piano” mi ha gentilmente concesso un’intervista che  permette di conoscere meglio l’autore e il suo ultimo libro .

D- Come le è venuta l’idea di parlare dei comportamenti, delle abitudini, dei vizi e delle peculiarità dell’Uomo attraverso la descrizione di questi animali fantastici?

E.C- Non è che io avessi intenzione di parlare dell’Uomo. Ho deciso di occuparmi degli animali fantastici perché, leggendo certi autori antichi, Plinio, Eliano, Aristotele, non si può non notare che il modo in cui trattano degli animali è profondamente diverso dal nostro. E’ un modo che a noi appare un po’ come fantastico. Nelle loro descrizioni accolgono, infatti, anche quelle che noi chiameremmo leggende o comportamenti misteriosi sia degli animali esotici, sia di quelli che non esistono (e che noi chiamiamo fantastici) che però vengono descritticome fossero esistenti grazie alle notizie e informazioni che arrivavano passando di bocca in bocca.

D- Questo ricorso alla letteratura, per così dire, ‘altra’ della classicità, ad autori, cioè, meno universalmente noti quali Eliano, Licinio Muciano, lo stesso Plinio… lei ritiene che oggi abbia ancora valore per gli spunti, l’interesse, la lezione che ci lascia?

E.C- Perché altra? Sono testi molto noti… Plinio, della sua Naturalis Historia c‘è una bella edizione Einaudi, è un autore molto conosciuto… Diciamo che oggi sono pochissimi quelli che leggono i testi antichi. Varrebbe la pena leggerli di più … Io ho cominciato a scrivere all’inizio riassumendo o raccontando cosa dicevano gli antichi degli animaliproprio per far venir voglia di andare a rileggerequesti libri. Poi, man mano che scrivevo, hanno preso l’aria di piccole storie indipendenti, che andavano verso l’anacronismo, le dicerie antiche miste alla contemporaneità, o verso il gioco del paradosso. Mi sono affidato a quello che saltava fuori, quello che il testo antico come punto di partenza poteva suggerire…

D- Quando ha cominciato a scrivere Guida agli animali fantastici, aveva in mente un pubblico, un destinatario in particolare?

E.C- Queste sono cose un po’ d’accademia… il lettore implicito, eccetera. Non trovo molto stimolante questa faccenda del lettore implicito. Lo scrivere è come il parlare, e quando si comunica l’altro lì presente oppure l’altro anche solo immaginato hanno sempre un peso e agiscono sui modi di parlare e di scrivere. Se uno scrive alla propria innamorata scrive in un certo modo, se pensa che quella lettera possa capitare in mano al marito, scriverà in un altro. Sono cose ovvie. Io, non è che avessi in mente un pubblico… le parole si fanno avanti un po’ da sole… scrivere è come sognare. Quando uno sogna ha forse in mente un pubblico?… Il sogno arriva come vuole lui.

D- Cosa ci può dire dell’esperienza del romanzo a puntate Cronache d’amore e guerra del 3001 che ci ha accompagnato nelle domeniche estive dalle pagine del “Sole 24 ore”?

E.C – Armando Massarenti, responsabile dell’inserto culturale del “Sole 24 ore”, mi ha chiesto se avevo voglia di scrivere un feuilleton a puntate da leggersi in spiaggia sotto l’ombrellone. Siccome ho sempre sperato di fare un romanzo di fantascienza (amo molto la fantascienza sia in letteratura che al cinema), e avevo già del materiale pronto, ritagliando una serie di piccoli episodi, sono saltate fuori le puntate, che sono parte di una narrazione più ampia che non so se mai vedrà la fine.

D- Ha percepito un mutamento nel rapporto con i suoi lettori? Lo ha sentito più diretto?

E.C. Col pubblico in questo caso nessun contatto. Per altre cose che ho scritto sul “Sole 24 ore” ci sono stati lettori che mi hanno scritto e a cui ho risposto. Mi piace molto interloquire con i lettori… ognuno di loro ha le sue manie, le sue visioni, a volte anche inaspettate… Questo è il bello del giornale: ha un effetto immediato. Ma viene anche dimenticato istantaneamente.

D- I nomi di ascendenza greca che ha scelto per i robot del romanzo a puntate mi hanno fatto pensare un po’ ad Asimov che aveva detto che per le sue storie di fantascienza si era ispirato in realtà alla storia antica. Anche per Lei l’ispirazione viene dal mondo antico?

E.C – Mi piacciono molto i nomi senza tempo dell’antichità… Poi mi piaceva dare un senso di continuità con l’antichità greca come se a distanza di tremila anni si fosse mantenuto un legame con quella civiltà. Almeno nei nomi. Come del resto succede oggi con la nostra onomastica di origine greca, romana, ebraica, e anche un po’ germanica.

D -Nella conclusione del mio saggio sul Penny Wirton di D’Arzo (2010), ipotizzavo una “linea emiliana” o forse anche reggiana che da Ariosto, passando per per D’Arzo, appunto, continua con scrittori come Benati, Cavazzoni e altri che, se è lecito mutuare da Contini, hanno instaurato un “accordo eretico” con la loro propria tradizione. Nelle loro opere, infatti, il quotidiano, il concreto virano in direzione dell’assurdo, offrendo in questo modo lo spazio per una riflessione critica non convenzionale… E’ pertinente, secondo lei, parlare di identità letteraria reggiana, o meglio emiliana?

E.C – C’è sicuramente una parlata emiliana che era già del Boiardo e dell’Ariosto. Una parlata legata al dialetto comune a città come Reggio, Modena, Parma, Ferrara…Una parlata che non si può definire semplicemente padana, perché la Padania comprende anche il Veneto che ha un’ altra cultura, un’altra lingua e altri dialetti. E così pure il Piemonte.

Sento però che anche la zona romagnola è imparentata, anche se il dialetto è abbastanza diverso e per noi a tratti incomprensibile… Penso a figure quali Fellini, a poeti quali Raffaello Baldini. Ecco, li sento affini. Per il loro modo di fare letteratura a metà tra il leggermente comico e il basso quotidiano che è caratteristico della nostra zona. Il Sud è molto più tragico e serioso.

Secondo me, l’aspetto del comico è comune agli autori emiliano-romagnoli, ed è forte. Un comico però leggero, non grasso. C’è una sottilissima ironia. Anche se la parola ironia rinvia ad una certa aggressività. Qui casomai c’è il leggero comico del gioco: i cavalieri dell’Ariosto sono un po’ come dei bambini che giocano con le spade… un comico che fa sorridere, direi. E non privo di grazia. Poi ci sono temi abbastanza ricorrenti: il tema dell’aldilà, della morte che interagisce con la vita. Come in Fellini, in Baldini, in Daniele Benati e molti altri. E’ una tematica costante. Nel mondo cavalleresco si guardava l’umanità dall’alto come noi guardiamo le formiche. Quindi come un brulichio alla superficie della terra. Nessuno pensa di fare la storia delle formiche. Le formiche ripetono all’infinito gli stessi gesti. Così, nei poemi cavallereschi non c’è l’idea che si fa la storia, eventi irripetibili, ma viene dato uno spettacolino in cui ogni cavaliere corre dietro alla sua mania. Si guarda all’umanità come a formiche, appunto, che fanno cose non memorabili, dove tutto è transitorio e la morte domina su tutto.

D- Perdoni la domanda un po’ banale, ma quali sono i suoi autori d’elezione?

E.C – Beh, senz’altro l’Ariosto. Che ho letto e riletto e che porto sempre con me nella piccola edizione Hoepli. Un autore che non finirei mai di leggere e rileggere. Così altri poemi cavallereschi che sono stati un momento insuperabile della letteratura italiana, di sua maggior diffusione nel mondo. E l’Ariosto è quello che brilla di più. Poi leggo volentieri i classici antichi. Le Vite parallele di Plutarco, ad esempio, è un libro impressionante. Della letteratura contemporanea, mi piacciono molto autori che sono anche amici, come Benati, Cornia, Celati… Un autore del ‘900 francese che mi ha insegnato molto è Georges Perec. La vita, istruzioni per l’uso è uno straordinario libro.

D – E tra i suoi libri ce n’è uno a cui è particolarmente legato?

E.C – Non saprei… l’ultimo… Quelli scritti tempo fa, faccio un po’ fatica a tirarli fuori. Sento che appartengono al passato, ad un altro momento della mia vita. L’ultimo che ho fatto è quello che riesco a leggere in pubblico. Succede che quando hai finito un libro, solo allora capisci come avresti dovuto farlo. Però rifarlo sarebbe un processo senza fine perché il tempo passa e tu cambi continuamente. Quindi non si smetterebbe mai di rifarlo. Giacometti, lo scultore, a ogni testa che faceva diceva sempre che gli era riuscita male.

D- Anche se il suo Cirenaica, le assicuro, non patisce l’effetto del tempo e, come i grandi romanzi, è ancora attuale e molto ha da dire sul nostro presente… Anzi, aspettiamo con ansia la sua ristampa…

E.C- Era un periodo in cui ero amareggiato dalla vita ed è uscito quel romanzo… Poi il titolo è sbagliato, è un titolo che non ho messo io, ma ha voluto l’editore. Il titolo che avrei dovuto mettere è Il paese dei ladri. Mentre di altri titoli sono contento: Il poema dei lunatici, Vite brevi d’idioti, Guida agli animali fantastici. Anche se inizialmente era Gli animali fantastici, l’aggiunta di quel Guida, suggerito da Brioschi direttore della Guanda, mi è piaciuto per una cera suggestione pedagogica. Quando uno sceglie un titolo lo fa anche per aiutare i lettori.

Ma un titolo non deve solo essere invitante. Scegliere un titolo è un po’ come dare un soprannome; che rispetto al nome anagrafico rispecchia di più la personalità o la storia dell’individuo.

Ci sono dei titoli nella storia della letteratura prodotti dai lettori. Come la Comedia di Dante che è diventata Divina Commedia, certamente giustissimo. Il Morgante di Pulci lo si è sempre chiamato Il Morgante maggiore per un equivocoOra i filologi vogliono tornare all’originale, ma trovo che, trattandosi di un gigante sia molto molto più illustrativo il secondo.

Sono cioè molto più giusti quei titoli aggiustati dalla tradizione.

D- Un’ultimissima domanda: Come è stata la Sua collaborazione con Fellini?

E.C – Fellini era una straordinaria personalità. Una personalità invidiabile. Un grande artista. Sapeva disegnare, faceva acutissime caricature, sapeva scrivere da grande scrittore. I suoi film, poi, sono memorabili: memorabili i personaggi, certi nomi da lui inventati sono entrati addirittura nel dizionario… lavorare con lui è stato molto istruttivo. 

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