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Archive for the ‘scrittori reggiani’ Category

 

Riporto,  per concludere,  il testo di una nota,  abbastanza lungo,  che avevo inserito nel saggio quando lo presentai al mio relatore.  Mi sembra un’integrazione funzionale al discorso fatto fin qui.

A partire dalle primissime pagine del Buon corsiero,  già molti meccanismi sono avviati che si riveleranno fondamentali nel corso della lettura.

L’arrivo della Marchesa innesca le reazioni dei servi e caratterizza una situazione esemplare.  Mentre tutti si danno da fare,  la giovane donna nota un particolarissimo senso di agitazione che anima il cortile,  e poco dopo interroga Lauretta e un servo per saperne la causa.  Alla domanda della Marchesa la ragazza risponde con infantile determinazione che in paese si sta per esibire il funambolista,  e la notizia viene accompagnata da una serie di minute spiegazioni che denotano l’assoluta singolarità che l’evento assume nella mente della gente.  Il servo,  poi,  conclude il racconto affermando di avere scommesso quindici scudi con Sertorio che il funambolo riuscirà ad attraversare,  e lo stupore,  scrive D’Arzo,  finisce per entrare nella Marchesa come una dolce malattia;  infine,  a un tratto,  tutta la locanda piomba nel silenzio magico e inquietante che da questo momento in poi accompagnerà tutte le entrate in scena dell’uomo in viola.  Lauretta,  poi,  richiesta dalla Marchesa,  scende le scale e si dirige nel cortile per scoprire la causa dell’improvviso mutamento.  Appena fuori dell’uscio,  sul corridoio,  incontra Lelio,  impegnato in maniera assolutamente sproporzionata alla bisogna,  nel lucidare le staffe di una sella,  allo scopo evidente di giustificare la sua presenza nel luogo in cui avrebbe potuto al più presto vedere la ragazza.  Mentre la locanda seguita ad essere immersa in un silenzio irreale,  si svolge il dialogo fra i due.  Lelio aggredisce,  o quasi,  Lauretta,  afferrandola per le spalle e chiedendole ansiosamente la conferma della notizia ricevuta casualmente e indirettamente,  quella mattina,  del matrimonio della sorella di Lauretta,  che vorrebbe dire,  per i due giovani,  la possibilità di sposarsi al più presto a loro volta.  Ma tutta l’audacia improvvisa di Lelio non è sufficiente a scuotere veramente la ragazza,  distratta da quel silenzio e già misteriosamente attratta da tutto ciò che quel silenzio sembra promettere e rappresentare.  Non senti questo silenzio?,  taglia corto,  a un tratto,  Lauretta;  poi,  senza attendere risposta,  scivola veloce giù dalle scale.  Nel cortile è entrato il funambolo,  e la sensazione comune,  annota lo scrittore,  è di totale sospensione del tempo,  pur nella consapevolezza,  da parte di tutti,  di quanto ciò sia eccessivo e inadeguato rispetto al pensiero di una pur straordinaria esibizione.

In ultimo,  a riprova delle somiglianze emerse – pur con le dovute proporzioni –  fra il mondo dello scrittore reggiano e certe soluzioni ricorrenti nella narrativa kafkiana,  vorrei citare queste parole,  tratte da una lettera scritta a Enrico Vallecchi,  del 26 dicembre 1948,  con cui D’Arzo definisce sinteticamente Il castello di Kafka:    la lettera che non viene mai,  la chiamata che si aspetta e non arriva.

La frase – dovrebbe venire in mente subito a tutti coloro che conoscono le opere dello scrittore reggiano – si potrebbe attribuire senza troppe forzature anche al suo Casa d’altri.
Ci sono, citati con essenzialità, gli stessi ingredienti.
Il tema della chiamata, prima di tutto ( non c’è dubbio che il prete si senta convocato a un appuntamento di importanza decisiva, che diventa ben presto esclusivo) che ha assunto nella narrativa novecentesca una portata allegorica non comune, specialmente con Kafka e nell’ambito della letteratura più vicina all’esistenzialismo.
E poi la lettera, uno degli strumenti e anche dei simboli della chiamata. Per alcuni aspetti succede, in Casa d’altri, anche se molto più in piccolo, come nei romanzi di Kafka. Gli indizi si moltiplicano, ma questo non fa che aumentare il turbamento, l’attesa, la confusione. C’è la lettera, appunto, che Zelinda porta e si affretta poco dopo a riprendere senza che il parroco possa leggerla, che irrita e accresce la sua irrazionale e ossessiva necessità di sapere, e molti altri minimi segni di intesa, offerte, indecisioni, che non fanno che infittire il mistero. Il prete si sente chiamato in causa con un’urgenza che supera la sua tentazione di tacere, di ritirarsi di fronte a un problema che sa di non poter risolvere; tutte le risposte che gli vengono alle labbra, infatti, sono tragicamente inutili: in realtà non fanno che ripresentare e confermare la domanda.
Il racconto si chiude su questo interrogativo. Come ha scritto Paolo Lagazzi, disponiamo solo della terribile domanda centrale, e di una storia che si chiude circolarmente intorno ad essa senza alcuna apertura ad altri spazi, ad altri sensi.
La domanda della Zelinda è della medesima specie di quelle terribili di cui parla Kafka nel passo che ho riportato dai suoi Diari: un puro segno.

 

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C’è un altro brevissimo racconto kafkiano,  Primo dolore,  dove la situazione vissuta dal protagonista è,  ancora,  la storia di una trascendenza che non si compie.  Questa volta la metafora è quella dell’infanzia.

Il protagonista,  un trapezista di abilità straordinaria,  ci viene presentato come un fanciullo,  sebbene questo non venga mai affermato direttamente.  Già il titolo sembra alludere al primo momento di un cammino di crescita:  il dolore di cui si parla è una raggiunta consapevolezza,  il primo grado di una cognizione che si realizza pian piano,  come il passaggio dall’infanzia all’età adulta.

Verso le ultime battute della parabola si precisa ai nostri occhi la figura del trapezista,  colta nel momento della sua primissima e parziale – ma decisiva –  trasformazione,  che si consuma nel breve e intenso dialogo con l’impresario del circo in cui si esibisce.  L’acrobata dapprima chiede il secondo trapezio,  presentato come oggetto insostituibile senza cui non sarà più possibile eseguire altri numeri,  poi,  nonostante le promesse sincere e affettuose dell’altro,  scoppia improvvisamente in lacrime con la stessa violenza ingenua e apparentemente irrazionale di una nevrosi infantile.  E’ molto interessante osservare come si comporta a questo punto l’impresario,  che,  per consolarlo,  lo accarezza e preme il viso contro il suo fino a rimanere bagnato dalle sue lacrime.  Il rapporto che si istituisce fra i due non risulta simile a quello esistente fra persone alla pari,  come due adulti,  ma ricorda molto di più quello che si verrebbe a creare fra un adulto e un bambino:  non a caso Kafka descrive la fronte dell’acrobata come liscia e infantile,  e le rughe che vi si formano,  ci dice,  sono le prime.

Il protagonista di Primo dolore è un individuo strano,  la cui originalità ci stupisce.  La sua storia è quella della sua diversità e della sua sofferenza,  derivata dall’impossibilità di rendere inattaccabile lo spazio prescelto per la sua ansia di perfezione:  l’alta volta del circo dove è situato il trapezio,  che vorrebbe essere,  come ha scritto giustamente Ferruccio Masini,  una costruita trascendenza.

Sono tante,  ovviamente,  le affinità fra l’illusione di un distacco assoluto,  che è la condizione del trapezista,  e la ricerca di un isolamento totale da parte di Arseni e Riccardo nell’Essi pensano ad altro.  E’ già stato visto come molti tratti delle personalità dei due amici siano caratterizzati da un candore fanciullesco:  è la rappresentazione di una sorta di verginità interiore poco prima di essere segnata e logorata dall’esperienza,  o nella fase in cui ciò sta avvenendo.  Alla condizione di mistica beatitudine,  subito infranta,  del trapezista,  ne corrisponde una,  praticamente identica e ugualmente crollata,  anche per i due protagonisti dell’Essi pensano:  Prima sì,  disse infine riposandosi.  – Perché non sapevamo neanche cosa c’era fuori di questa stanza o questa casa,  o solamente per sentito dire.  Le bestie e il violino ci bastavano e non abbiamo mai pensato che qualche cosa valesse come quelle o meritasse di farcele dimenticare,  di’ di no.  E se poi io ti mettevo una tortora o un coniglio sopra l’ottomana,  sul violino,  tu non dicevi ancora niente, i primi giorni,  ma io capivo lo stesso,  e forse anche meglio.  Perché ci sono cose che si capiscono subito,  fra noi due. –

Inoltre Riccardo e Arseni,  alla stessa maniera del trapezista,  si sforzano di proiettare l’isolamento lungo una direzione verticale,  in uno spazio trascendente.  Non a caso,  infatti,  appena ricevuto lo sfratto,  l’obiettivo principale delle loro ricerche è un appartamento situato il più in alto possibile:    – La cosa più importante è trovare la casa,  certamente,  magari a un quinto piano o anche più su. –

– Deve essere quasi impossibile più su,    obiettò il vecchio.  Si guardava nei vetri quasi ostilmente.

– Ma sarebbe bello no?-  s’ostinò ancora il ragazzo a voler quasi ignorare difficoltà numeri e logica.

Arseni distolse lo sguardo dai negozi.

– Certo che a un quinto piano sarebbe bello,    pensò poi ad alta voce.

– Sarebbe come vivere in un’altra terra,  specialmente d’inverno o quando piove. 

Per il trapezista,  così come per Arseni e Riccardo  – tutti individui la cui stranezza è definibile come una specie di diserzione dagli schemi d’abitudine nei quali ci radica il senso comune –  ogni residuo,  ogni frammento di comunicazione fra il mondo normale degli uomini e lo spazio trascendente a cui tendono ne impedisce l’assoluta giustificazione e realizzazione.

Nel Buon corsiero è naturalmente Lelio il luogo della contraddizione;  Lepic nell’ Osteria.  Sono entrambi incapaci di decidersi e la loro incapacità assume connotazioni di colpevolezza.  Tutti e due si affannano per dimostrare qualcosa:  Lelio,  nel discorso finale,  concitato e caotico,  ma pieno di superstizioso terrore;  Lepic con le rabbiose proteste rivolte allo sconosciuto,  che terminano con l’angosciata supplica di non parlare più.

Anche se non vi è, nella narrativa darziana,  quella dimensione di schiacciante trascendentalità che caratterizza quasi tutta la produzione di Kafka,  è possibile definire il dramma di Lelio e Lepic,  e in parte anche quello di Arseni e Riccardo,  con queste parole scritte da Ladislao Mittner per descrivere il travaglio dei personaggi kafkiani:  L’uomo escluso dalla vita che pur vorrebbe vivere…  si ribella all’istanza superiore ritenuta inumanamente dura o almeno si scoraggia e,  per giustificarsi del suo fallimento o della sua fiacchezza,  applica il proprio metro personale…  onde dimostrare,  a se stesso più che agli altri,  che l’istanza superiore è ingiusta.

La conclusione del saggio nella settimana successiva

 

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Si riconfermano così i ruoli di tutti i personaggi.

L’assassinio del funambolo,  non riuscito,  ripropone la situazione iniziale.  Come solitamente accade nei racconti darziani e come Paolo Lagazzi non ha mancato di sottolineare,  alla fine della vicenda non avviene nessun sostanziale cambiamento rispetto a ciò che precede.

Nelle ultime scene del libro,  quelle relative all’allestimento dello spettacolo ideato da Androgeo,  Lelio compare di nuovo nella veste del pellegrino pronto a partire dalla locanda per non tornare forse più.  Sembra deciso a realizzare in altra maniera quel suo distacco dal mondo e dalle cose che il fallito assassinio del funambolo non gli ha permesso.  Tuttavia esita ancora.  Comincia a pensare di attenuare il proposito,  bello soltanto:  …a patto… che si riducesse a non più che una corporea scomparsa da quei luoghi e che egli poi potesse riguardare la locanda il prato Lauretta ed ogni cosa magari dall’alto di un ulivo o sopra un faggio…

Quando si accorge della scena che in quel momento si sta svolgendo sul parco e riconosce immediatamente,  nell’attore dalla casacca color crema,  proprio il funambolo,  Lelio non scappa più.  Comincia a gridare che quello è il diavolo,  che lui stesso gli ha tagliato la fune sotto i piedi ma che quello è riapparso poco dopo,  e che occorre catturarlo al più presto.  In breve,  tutta la locanda parte alla caccia del funambolo.

La parabola dell’uomo in viola si è compiuta,  e anche quella di Lelio.  Non ci sarà nessun distacco per lui che diventa paradossalmente il portavoce della folla.  E mentre Lauratta e la Marchesa,  osservando la scena,  si scoprono di nuovo indissolubilmente legate e,  ancora di più,  solidali con l’acrobata,  sopraggiunge Sertorio,  l’uomo concreto e volgare,  dal corpo massiccio:  l’ideale antagonista del funambolo,  come ho già avuto occasione di notare all’inizio del saggio,  per la sua immanenza perfetta al mondo rustico e popolare della locanda.

E’ lui che dà inizio alla caccia.

Non molto resta da dire sul terzo racconto,  L’osteria.

Si ripetono,  come è stato sottolineato all’inizio,  situazioni molto simili a quelle incontrate negli altri due libri,  specialmente nel Buon corsiero.

L’individuo misterioso,  che entra,  durante la festa degli uomini di Sivilek,  nella sala del locale,  è accompagnato da quello strano e particolarissimo silenzio che ha caratterizzato tutte le entrate in scena del funambolo.  Nel momento della sua apparizione si viene a creare,  come ad ogni ingresso dell’acrobata,  il vuoto temporale,  un senso di sospensione,  tanto che Eva e lo staffiere,  animati da qualcosa di più della curiosità,  interrompono quasi senza accorgersene la discussione avuta nella cucina per vedere al di là della tenda e scoprire la causa dell’improvviso mutamento.

Ma,  come è stato notato all’inizio,  anche per quanto riguarda  L’osteria è la metafora dell’infanzia che costituisce il nucleo simbolico centrale di tutta la storia.  L’innocenza inarrivabile della bambina Maghit,  attenta alle spiegazioni dell’uomo con straordinaria serietà e fiducia,  è il luogo della assoluta purezza,  l’esatta controparte della stanca passività dei pescatori di Sivilek,  pure appena segnata da un’ombra di slancio,  come un remoto ricordo.

Il personaggio più problematico,  relegato nell’altrove alla stessa maniera di Lelio,  è naturalmente Lepic,  forse doppiato,  all’interno del medesimo racconto,  dal secondo staffiere. 

 Lepic vuole molto bene alla bambina e ne condivide i giochi.  E’ senza dubbio il più vicino a lei,  prima che arrivi l’uomo.  A questo punto si rivela tutta la sua diffidenza,  la sua pigra volontà che lo rende ostile,  intrattabile.  Non è più capace di dominare la situazione,  che gli sfugge di mano,  e comincia ad argomentare,  a protestare,  con un atteggiamento molto simile a quello assunto da Riccardo durante l’incontro con Nemo nell’Essi pensano ad altro.  Sembra che Lepic intuisca una propria invisibile colpa,  una mancanza che non vuole ammettere,  e per questo si accanisce,  sgarbato e duro,  a smontare le affermazioni dell’uomo.

Anche l’epilogo del racconto è soltanto una variazione di qualcosa già accaduto negli altri libri darziani.  La scomparsa dell’uomo nell’acqua del canale,  il suo autoannientamento,  è un modo di disarmare,  di eludere i gesti offensivi degli antagonisti sottolineandone l’impotenza,  come la rigenerazione del funambolo dopo l’assassinio compiuto da Lelio.

Seguiranno le parti successive

 

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Nel Buon Corsiero l’immaterialità è,  in generale,  più degli ambienti che dei corpi;  è una dimensione diffusa,  particolarmente viva in certi momenti,  capace di abbracciare indifferentemente il cortile della locanda,  le sue stanze,  la strada,  la piazza del paese.  Assai frequentemente il vuoto è anche vuoto temporale,  è sospensione del movimento,  interruzione.

Le metafore dell’infanzia e del vuoto sono trucchi sistematici della scrittura darziana:  non è difficile trovarle accostate o intrecciate in diversi passi.  La loro integrazione caratterizza le situazioni con evidenza ancora maggiore.

Il brano della visita alla villa delle statue,  nel Buon Corsiero, ne è un esempio interessante.

Mentre Lauretta e la Marchesa si avvicinano alla villa,  lo scrittore annota che,  nella mente di quest’ultima,  l’immagine del funabolista…  che fra qualche ora avrebbe attraversato il vuoto della piazza con quel suo pallido e severo sorriso di una statua,  continuava a vivere ancora…  come i sogni di una miracolosa infanzia…

Poco dopo leggiamo:  un cancello di lance nere e verdi…  separava la villa dalla strada,  conferendole anzi un aspetto di cosa non più accessibile agli uomini e ormai morta,  come se però,  per mezzo appunto di quel cancello a lance nere e verdi,  l’attimo fosse stato fermato per miracolo e tutto,  atteggiamento di statue,  pesci,  fronde,   apparisse ancora come in quell’istante prima della morte.

E’ un costellare la storia di simboli,  una continua generazione di maschere.  Il tempo che viene frequentemente bloccato è l’elevazione dello stato di incompiutezza a categoria di base nella complessa struttura del racconto.

A un tratto,  alle due donne sopraffatte dal silenzio del luogo e intente ad osservare,  dal bordo del parco,  l’animazione di uomini e ragazzi presente nella strada,  sembra di trovarsi al di fuori della vita,  come osservatici estranee e lontane. Ma per loro,  di cui viene riconfermata la posizione privilegiata,  non è difficile riacquistare velocemente la dimensione originaria,  la grazia che affranca,  la trascendenza infantile:  E,  poi che quella loro presunta gioia era di una facilità infantile e così a portata di mano,  veramente,  che anche ritardandola di un momento o due,  non l’avrebbero in nessun modo compromessa,  decisero di avvicinarsi senz’altro alla fenditura della siepe,  ma di attraversarla soltanto,  e di uscirne quindi sulla strada,  quando gli ultimi fossero già passati avanti a loro.

Per la Marchesa e Lauretta non ci sono situazioni vincolanti;  vi è una fondamentale libertà,  un’autonomia pressoché assoluta mediante cui ogni condizione perde i suoi aspetti minacciosi e diventa semplicemente un’avventura piacevole. La presenza del funambolo,  reale o soltanto immaginata,  continua a occupare i loro pensieri fino a renderle certe di essere giunte all’acme della loro esistenza.

Lelio è fermamente convinto che l’assassinio del funambolo gli farà rompere i ponti con la vita;  pensa cioè di andare incontro a un cambiamento sostanziale. Si sente perseguitato dal destino e per questo,  mentre si trova a frugare furtivamente nelle cucine della locanda per impossessarsi di un coltello abbastanza robusto e tagliente col quale recidere la fune su cui l’uomo in viola attraverserà la piazza,  qualcosa di definitivo lo anima,  a cui,  annota lo scrittore,  a nessun costo avrebbe voluto rinunciare. Il ragazzo prova una sensazione di fierezza e di orgoglio attraverso la quale vorrebbe realizzare non soltanto l’ambizione di un gesto clamoroso,  ma l’assolutizzazione della sua condizione negativa di sradicato. E’ ansioso di portare a termine l’impresa e,  giunto ai bordi della piazza,  anche lui,  – come Riccardo nell’Essi pensano ad altro   deve scontrarsi con la consapevolezza fastidiosa della sua incorporeità,  della sua fisicità ben proporzionata ma alquanto esigua:  Lelio…  cercava per dir così di orizzontarsi e dirigersi così verso la fune…  proposito,  questo suo,  tutt’altro che facilmente realizzabile,  perché le spalle,  i gomiti,  le teste,  che egli sentiva premere da ogni parte e continuamente contro sé,  mostravano solidezza e insensibilità come di cosa e,  in una parola,  disarmanti. 

Ad un certo momento gli accadde anzi,  per l’improvvisa pressione di una squadra di doganieri lasciati in libertà,  di sentirsi quasi sollevato e trasportato via con una forza lenta ma implacabile…

Infine Lelio raggiunge l’estremità della fune infissa a terra e si appresta a concludere. D’Arzo non dimentica di sottolineare ancora una volta quanto il giovane si senta malinconicamente estraneo non soltanto agli occhi,  pendenti dal filo,  del funambolo,  ma anche a tutta la folla:  provò la sensazione di essere diverso da loro anche nel corpo,  di essere una cosa curiosa in mezzo ad uomini.

Ma in fondo è proprio questo che Lelio vuole: mettere una distanza definitiva fra sé e il mondo. Quando,  fra poco,  si troverà nuovamente di fronte l’uomo in viola sulla strada del ritorno,  la sorpresa sarà enorme,  ma ancora maggiore sarà l’angoscia dovuta alla consapevolezza d’essere di nuovo,  per Lauretta e per tutti,  il mediocre Lelio di sempre,  lo staffiere scontroso e timido.

Adesso l’ironia che lo investe è ancora più profondamente umiliante:  quella ammiccante del funambolo,  e quella inconsapevole,  innocente di Lauretta.

Alla domanda della giovane:  Perché qualche volta si cade?,  l’acrobata posa lo sguardo su Lelio e risponde sorridendo,  rivolto a lui,  come per segno di un’antica intesa,  che qualche volta si può anche cadere,  dopo tutto.

Le altre parti del saggio nelle prossime settimane

 

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di Andrea Chesi

Anche nel romanzo Essi pensano ad altro il mito della fanciullezza torna con la consueta carica metaforica.

C’è, nella personalità dei due protagonisti, soprattutto in quella di Arseni, qualcosa di irrimediabilmente infantile: ”Arseni non rispose al ragazzo una parola, ma s’accontentò di atteggiare le sue labbra a mestolo, incerto forse e un poco rincresciuto e quasi offeso. Egli aveva un modo infantile e primordiale di manifestare i suoi sentimenti più marcati, con implacabile serenità e innocenza, specialmente la paura era in lui qualcosa di grosso, di corposo, come in un bimbo sano e senza sogni.”

Si può dire con più precisione, che il modo con cui il vecchio e il ragazzo cercano l’isolamento passa attraverso un processo di eliminazione di attributi – vincolanti, rigorosi- caratteristici della vita dell’adulto.

È significativo che la ricerca dei due non si configuri nei termini di una lotta, di una battaglia da condurre contro qualcuno, ma soltanto come desiderio di silenzioso allontanamento. Non c’è spazio per atteggiamenti arroganti, c’è soltanto l’imperativo del distacco, sentito come l’unico possibile modo di essere.

Arseni li guardava attorno a sé, senza collera o stupore… pieno di quella sua incomprensibile innocenza che sconcertava o esasperava tutti… ma l’astio cresceva in loro e li prendeva per quella serenità del vecchio, quasi d’altri mondi o cieli che impediva di giungere fino a lui”.

Questo modo d’essere, D’Arzo ha creduto opportuno presentarlo con caratteristiche simili a quelle di una personalità infantile, perché l’estraneità del bambino al mondo delle convenzioni non è trasgressione o provocazione, ma assoluta spontaneità.

C’era adesso qualche cosa di vagamente infantile nella stanza, e come un po’ d’odore di lontana infanzia dissepolta da un mucchio di disegni o di ritratti, o un ricordo anzi d’antico innocente giuoco, quasi d’angeli, che ora si volesse ripetere per scherzo. Riccardo e il vecchio, infatti, ascoltavano in camicia accanto all’uscio con una cauta complicità di ragazzo sveglio la notte di befana.”

Ma anche nel caso di Arseni e Riccardo nessuna trascendenza può compiersi (trascendenza perseguita anche fisicamente, in un appartamento situato molto in alto “…magari a un quinto piano e anche più su.”): l’esistenza concreta e “terrena” degli altri uomini pone dolorosi ostacoli alla loro ricerca che risulta perciò sfasata, sbagliata, impossibile.

Per quanto riguarda l’Osteria i riferimenti sono altrettanto evidenti.

Assai frequentemente D’Arzo definisce “ vecchi bambini” gli uomini di Sivilek. La metafora dell’infanzia coinvolge quasi tutto il gruppo umano del racconto, ma, come al solito, in maniera parziale. È presente un principio di slancio, di affrancamento, nelle esistenze innocentemente e lievemente bestiali dei partecipanti alla festa, slancio che rimane però come un presentimento o un ricordo, come una luce morta.

L’innocenza assoluta e invincibile della bambina Maghit è invece un punto d’arrivo, simile alla dimensione di pura libertà che è la realtà del Funambolo nel Buon corsiero. 

Viene abbastanza spontaneo leggere sinotticamente Buon corsiero e Osteria.

Accanto al Funambolo-diavolo del primo, si pone l’uomo misterioso e senza nome venuto a turbare la malinconica allegria dei pescatori, nell’Osteria. Maghit, subito fiduciosamente attratta dall’uomo, ripete, evidentemente, il personaggio di Lauretta. Lepic è Lelio, scettico ma, in fondo, superstizioso, fortemente infastidito e irritato dalla familiarità con cui il nuovo venuto riesce a parlare e a giocare con la bambina. La sua irritazione è esagerata, sfasata rispetto alla placida serenità d’altri mondi dell’uomo: “ ma parla di fiori azzurri e gialli”  gridò poi… “di fiori gialli e verdi, mai visti io!”.

Infine l’Osteria si conclude, come il Buon corsiero, con una scena di caccia all’uomo; Lepic e lo staffiere, diffidenti e ostili, all’inseguimento di un altro angelico o diabolico Funambolo.

Seguiranno le altre parti del saggio nelle settimane successive.

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La biblioteca Panizzi ha dedicato il pomeriggio del 25 ottobre a Corrado Costa (Neviano degli Arduini, Parma, 1929 – Reggio Emilia 1991), autore geniale di poesia, prosa, teatro, opere grafiche, nonché collaboratore, insieme agli amici del Mulino di Bazzano (Adriano Spatola, Giulia Niccolai, Nanni Balestrini, Patrizia Vicinelli…), di riviste letterarie, festival, e altre iniziative in una stagione di sperimentazione assai viva, tra gli anni Sessanta e Ottanta,
Il direttore, Giordano Gasparini, ha introdotto l’evento, sottolineando come l’archivio Costa, completo di tutta la produzione dello scrittore e ultimamente arricchito da 23 libri d’artista consultabili sulla biblioteca digitalizzata, sia frequentatissimo e pertanto si è dichiarato felice che da esso  abbiano preso le mosse interessanti e nuove pubblicazioni come quelle presentate in giornata.
I primi relatori sono stati Milli Graffi, direttrice de “il Verri” , Giovanni Anceschi (figlio di Luciano) e Gian Luca Picconi che  hanno illustrato il numero di giugno interamente dedicato al reggiano.

Giovanni Anceschi, Milli Graffi, Gian Luca Picconi

Giovanni Anceschi, Milli Graffi, Gian Luca Picconi

Milli Graffi: “Abbiamo preparato questo numero con grande entusiasmo e abbiamo ricevuto numerosissime proposte d’intervento da veramente tanti studiosi, segno importante della vitalità di questo scrittore”.
E’ toccato, però, a Picconi introdurre il volume e spiegare che  presenta materiale d’autore inedito o di difficile reperimento, compreso tra il 1954 e il 1980 e interventi critici, tra gli altri, di Nanni Balestrini, Luigi Ballerini, Milli Graffi, Eugenio Gazzola, Giovanni Anceschi, Giulia Niccolai.
Il materiale d’autore (anche inedito) con carrellata di quanto Costa aveva pubblicato su riviste in cui davvero si stava formando la nuova letteratura, da “malebolge” (con articolo-stroncatura della poesia di Pasolini, “L’auleta esibizionista”), a “Nuova corrente, a “il Caffè”, consente una storicizzazione interna dell’opera dello scrittore a partire dal lavoro teatrale del 1954, La Bambina perduta nel Carnevale, che ci mostra un Costa in qualche modo già ricco di umori palazzeschiani, laforguiani, e in un certo senso già patafisici. In più c’è anche il versante dell’opera grafica, di cui ricordiamo, soprattutto, la magnifica serie di vignette, Western mode retro, apparsa nel ’77 su “Alter Alter”. “L’approccio di questo numero del “Verri”, rispetto alla critica precedente” – ha sottolineato- “è nuovo perché cerca di far dialogare l’elemento della scrittura con quello della scrittura visuale in quanto Costa, situando il suo lavoro nella frattura che sussiste, come diceva Focault, tra referente e rappresentazione, non viene mai meno a un esercizio di nominazione antecedente l’opera grafica, anche se magari fallito”. Milli Graffi, infatti, conclude il suo intervento di analisi di alcuni enigmi grafici del reggiano, dicendo che lui rimane sostanzialmente un poeta della parola. Mentre Anceschi aggiunge che tra l’esperienza della scrittura e quella della poesia visuale, c’è l’ossessione dis-velare cosa c’è dietro (essendo quello del retro, uno dei temi fondamentali dell’opera costiana). Anche Giammei parla di artista che tenta di scomparire all’interno della sua produzione grafica e così pure Andrea Inglese, in “Cine-Costa”, ci parla del suo esercizio volto alla sparizione e distruzione del soggetto. Ci sono poi i saggi in cui l’opera dell’autore viene messa a confronto con la tradizione e la nuova avanguardia (Ballerini), con la post-avanguardia (Giovenale), dove ne viene analizzata l’evoluzione, da un primo periodo tragico, quello dello Pseudobaudelaire, fino all’approdo comico e alla logica del paradosso. Del suo paradosso particolare, però, simile a quello del mentitore e quindi fondato su una logica di autoreferenzialità (Berisso). Si aggiungono, inoltre, la divertente testimonianza di Aldo Tagliaferri e del suo viaggio in Libia col poeta e il dialogo estremamente interessante e inedito tra il Costa avvocato, che raccoglie intercettazioni, testi e verbali della polizia e il Costa poeta (Gazzola).
Dopo gli interventi della Graffi e di Anceschi, la parola è passata a Ivanna Rossi, autrice di Poesia oscura con presa. Leggere Corrado Costa. “Un reportage- come illustra la quarta di copertina- sul poeta e avvocato, che mette ordine in tutte le fughe, i nascondigli, gli introvabili piccoli editori, in quell’invisibilità che Costa, per una sua irriducibile coerenza, praticò sempre, sia nell’arte che nella vita”, in 15 capitoli che esplorano i luoghi costiani tra cui, importantissima, la Val d’Enza ma anche Cavriago, i suoi rapporti col gruppo 63, la sua passione per gli interessi popolari: l’enigmistica, i rebus, pure le canzonette. E anche i compagni di giochi, il suo viaggio in America, dove ha incontrato un poeta, John Thomas, allievo del maestro Suzuki (Lo zen e il tiro dell’arco) di cui resteranno tracce importanti nella sua poesia.

Ivanna Rossi

Ivanna Rossi mentre autografa il suo libro

L’ultimo intervento ha riguardato, invece, la ristampa per Benway series con traduzione in inglese de La sadisfazione letteraria, uscito per la prima volta nel 1976 per Cooperativa Scrittori. Ripubblicazione importantissima per un testo di cui da anni le librerie erano prive, che è stata possibile grazie al consenso della biblioteca reggiana. Si tratta di un racconto originale in più tappe che si presenta anche come un ironico e giocoso manifesto poetico-erotico sulla “scrittura che non vuole più riprodurre, né servire alla riproduzione” (del reale).
Per concludere, ci sembra che le parole che Picconi ha usato al termine del suo intervento, siano le più adatte per prendere provvisoriamente commiato da un artista così enigmatico e poliedrico che, ancora a distanza di molti anni, suscita interrogativi e volontà di indagarne l’opera sempre più a fondo. Un artista a cui la sua città resta sempre molto legata.
“Mi risulta difficile leggere o guardare un’opera di Costa – dice infatti – senza pensare a quanto quell’uomo dovesse essere simpatico, come mi hanno confermato le numerosissime testimonianze. E così, se è vero quanto scrive Ernesto Laclau nel suo libro La ragione populista, che ad un autore perché si inserisca in un canone letterario, sono necessarie quelle che lui chiama catene equivalenziali, quegli elementi affettivi, cioè, indispensabili a trovare una ricezione adeguata e una propria fortuna, in questo senso “il Verri” è un atto di affetto e di amore. Che cerca, da un lato, di solidificare Costa come autore, mentre dall’altro in qualche modo “tradisce” il suo progetto di letteratura che invece era quello di sminuire e indebolire la figura autoriale. In questo tradimento, cioè come abbiamo “tràdita” la figura di Costa, c’è un po’ il nostro segreto. A cui si unisce la consapevolezza che questo atto d’amore non sarebbe stato possibile senza quell’altro, grande, della biblioteca Panizzi a cui va un sentitissimo ringraziamento”.

1) Corrado Costa, immagine da La sadisfazione letteraria, Benway series: “… non resta altro, allora, che  oltraggiare la letteratura, cioè oltraggiare l’ideologia dominante della riproduzione…”

 Corrado Costa, immagini da La sadisfazione letteraria, Benway series.

2) Corrado Costa, immagine da La sadisfazione letteraria, Benway series:”Questa sì che è stata una bella giornata! Quella sì che è stata una bellissima cupa estate!”

 Corrado Costa, immagini da La sadisfazione letteraria, Benway series.

Sullo stesso autore, il mio Leggere Corrado Costa, oggi , pubblicato sulla rivista “MontePiano”, dicembre 2013.

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LA BIBLIOTECA DI CASTELNOVO CAMBIA NOME E SI INTITOLA A RAFFAELE CROVI

La nuova intitolazione della biblioteca comprensiva di Castelnovo a Raffaele Crovi, proposta dalla professoressa Clementina Santi e da Andrea Casoli (stretto collaboratore dello scrittore negli ultimi anni alla casa editrice Aragno), vuole essere un meritato riconoscimento della figura poliedrica di un grande intellettuale, originario di Cola di Vetto, che è stato narratore, editore, poeta, critico letterario, redattore, produttore e conduttore di programmi radiofonici e televisivi.
Un doveroso omaggio, quindi, ma anche un modo per ringraziare la famiglia dello scrittore di aver donato alla biblioteca castelnovese oltre 5000 volumi dal suo patrimonio librario.
Così, sabato 1 dicembre, prima dello scoprimento della targa, al teatro Bismantova, si è svolta la cerimonia inaugurale che ha preso l’avvio con i saluti dell’assessore alla cultura Correggi e le parole di Vera Romiti, consigliere della Provincia di Reggio Emilia, di Guido Tamelli, direttore generale della Banca di Cavola e Sassuolo, e, naturalmente, del sindaco Gian Luca Marconi, che ha voluto sottolineare come Crovi, scomparso nel 2007, sia stato non solo un protagonista importante della cultura italiana a partire dalla seconda metà del Novecento, ma anche un sensibile “cantore della sua terra”.
Sono seguiti, poi, gli interventi di Loriano Macchiavelli, Bianca Pitzorno e Giovanni Lindo Ferretti coordinati dal direttore amministrativo del teatro, Emanuele Ferrari.
Sia Macchiavelli che la Pitzorno hanno voluto ricordare subito, con gratitudine, chi li ha lanciati nella loro carriera, rispettivamente di giallista e scrittrice per ragazzi. Soprattutto la Pitzorno è riuscita a restituire un ritratto a tutto tondo della personalità di Crovi fin dai tempi in cui si erano conosciuti mentre lavoravano in RAI. Ha raccontato di lui (l’unico capo che abbia avuto durante tutta la sua carriera), che aveva il carisma dell’esempio (era approdato alla RAI dopo molte esperienze in editoria) e l’autorità del comando, con la quale incitava, proprio loro, giovani sessantottini, arrivati col desiderio di cambiare il mondo e quindi anche la produzione culturale dell’emittente televisiva, a fare molte cose diverse e audaci, perché “cultura – aveva affermato già nel ’72 – è rifiuto degli schematismi ideologici, è scandalo della verità (e della contraddizione), è pluralismo, è anticonformismo, è contestazione del potere, è, infine, utopia”.
Così la Pitzorno, pur confessando come il tirocinio sotto Crovi non sia stato dei più semplici e come l’abbia anche fatta piangere con alcune delle sue celebri sfuriate, tuttavia quel periodo è rimasto, nella sua esperienza, formativo e stimolante dato che proprio lo scrittore emiliano, da sempre lettore onnivoro con un istinto infallibile per tutte le novità rilevanti sia letterarie che sociali, l’aveva introdotta nel panorama letterario italiano più all’avanguardia.
Giovanni Lindo Ferretti, che ha incontrato Raffaele solo verso la fine della sua esistenza, ha raccontato che di certo è stata la persona più informata dei fatti che lui abbia mai conosciuto: “quando lui parlava, parlava di ciò che tutti sapevano, di ciò che qualcuno intuiva e di ciò che tu non avresti mai pensato. Fino al livello del pettegolezzo. Sapeva tutto, era curiosissimo di tutto”. Un giorno gli fece un vero e proprio interrogatorio sulle cose che lo riguardavano.
La conoscenza di Crovi avvenne in modo abbastanza casuale, tuttavia fondamentale fu la mediazione di Silvio D’Arzo. Crovi amava tantissimo Casa d’altri, e aveva molto apprezzato una piccola presentazione di Ferretti per la biblioteca di Cavriago. Era inoltre intrigato dal fatto che Giovanni Lindo fosse parente di Ezio Comparoni (vero nome di Silvio D’Arzo) e forse fu per questo che ne fece uno dei protagonisti del suo romanzo Appennino. A teatro, Ferretti ci ha raccontato della simpatia che si è poi sviluppata tra loro, pur nella differenza di personalità, di percorso, di esperienze, di età, ma anche delle tante affinità, non ultima quella di essere “entrambi legati ben saldi alla terra, alla famiglia, alla storia che li ha generati: due montanari mai fermi nel loro posto saldo; uno reduce, l’altro col mito di Bismantova e i suoi prati. Due montanari scolpiti e inchiodati dalla parola”.
Nei testi di Crovi, di certo, come ha evidenziato il grande italianista Raimondi a proposito del suo libro più famoso, quello che ha vinto il Campiello, La valle dei cavalieri e di quello che è unanimemente considerato il suo capolavoro, Le parole del padre, “c’è un’esperienza così ampia che va al di là della scrittura e immagina anche la civiltà oltre e dopo la scrittura. Il luogo, allora, diviene il luogo dell’origine, il luogo della mente, un atto di fedeltà che rappresenta il segno di un’autentica apertura al mondo”.
Apertura al mondo che in Crovi, l’abbiamo sentito, è anche e soprattutto apertura all’uomo sia nella sua dimensione pubblica che privata.
Ancora la Pitzorno ha ricordato la grandissima disponibilità e generosità dello scrittore emiliano: “tantissime – ci ha detto – erano le persone che andavano a trovarlo e tantissime quelle che avevano esperienza di vita che lui invitava a scrivere. Era una forma di democrazia, non il patrocinio di un’élite che fa cultura e si arrocca nel suo castello con sentimento di superiorità. Allo stesso modo, i libri che arrivavano in ufficio erano a disposizione di tutti, anche del fattorino che veniva a consegnare la busta, al quale diceva: ‘guardi è uscito un libro molto bello, lo vuol leggere?’. A casa sua, aveva, vicino all’ingresso, una cassapanca (quella che è stata riprodotta nell’invito) ricolma di tomi che donava poi a coloro che aveva invitato a cena. Quindi i libri, grazie a lui, circolavano. Non solo i suoi, ma i libri di tutti, quelli che aveva fatto nascere, quelli che venivano da fuori, quelli più strani (è stato uno dei primi ad apprezzare la letteratura sudamericana prima che Marquez, col realismo magico, diventasse di moda). Io penso, allora, che i libri donati alla biblioteca non possano fare altro che continuare questa sua operazione, che debbano (e ci riusciranno) far venire voglia di leggere, ma anche di scrivere; che debbano far venire voglia di allargare l’orizzonte: è sicuramente un bene partire dalle proprie radici, Cola, Castelnovo Monti, ma è necessario anche viaggiare nella cultura del mondo. Io ho fiducia che questi 5000 volumi possano farlo e siano una preziosissima opportunità per questo posto”.

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