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Si riconfermano così i ruoli di tutti i personaggi.

L’assassinio del funambolo,  non riuscito,  ripropone la situazione iniziale.  Come solitamente accade nei racconti darziani e come Paolo Lagazzi non ha mancato di sottolineare,  alla fine della vicenda non avviene nessun sostanziale cambiamento rispetto a ciò che precede.

Nelle ultime scene del libro,  quelle relative all’allestimento dello spettacolo ideato da Androgeo,  Lelio compare di nuovo nella veste del pellegrino pronto a partire dalla locanda per non tornare forse più.  Sembra deciso a realizzare in altra maniera quel suo distacco dal mondo e dalle cose che il fallito assassinio del funambolo non gli ha permesso.  Tuttavia esita ancora.  Comincia a pensare di attenuare il proposito,  bello soltanto:  …a patto… che si riducesse a non più che una corporea scomparsa da quei luoghi e che egli poi potesse riguardare la locanda il prato Lauretta ed ogni cosa magari dall’alto di un ulivo o sopra un faggio…

Quando si accorge della scena che in quel momento si sta svolgendo sul parco e riconosce immediatamente,  nell’attore dalla casacca color crema,  proprio il funambolo,  Lelio non scappa più.  Comincia a gridare che quello è il diavolo,  che lui stesso gli ha tagliato la fune sotto i piedi ma che quello è riapparso poco dopo,  e che occorre catturarlo al più presto.  In breve,  tutta la locanda parte alla caccia del funambolo.

La parabola dell’uomo in viola si è compiuta,  e anche quella di Lelio.  Non ci sarà nessun distacco per lui che diventa paradossalmente il portavoce della folla.  E mentre Lauratta e la Marchesa,  osservando la scena,  si scoprono di nuovo indissolubilmente legate e,  ancora di più,  solidali con l’acrobata,  sopraggiunge Sertorio,  l’uomo concreto e volgare,  dal corpo massiccio:  l’ideale antagonista del funambolo,  come ho già avuto occasione di notare all’inizio del saggio,  per la sua immanenza perfetta al mondo rustico e popolare della locanda.

E’ lui che dà inizio alla caccia.

Non molto resta da dire sul terzo racconto,  L’osteria.

Si ripetono,  come è stato sottolineato all’inizio,  situazioni molto simili a quelle incontrate negli altri due libri,  specialmente nel Buon corsiero.

L’individuo misterioso,  che entra,  durante la festa degli uomini di Sivilek,  nella sala del locale,  è accompagnato da quello strano e particolarissimo silenzio che ha caratterizzato tutte le entrate in scena del funambolo.  Nel momento della sua apparizione si viene a creare,  come ad ogni ingresso dell’acrobata,  il vuoto temporale,  un senso di sospensione,  tanto che Eva e lo staffiere,  animati da qualcosa di più della curiosità,  interrompono quasi senza accorgersene la discussione avuta nella cucina per vedere al di là della tenda e scoprire la causa dell’improvviso mutamento.

Ma,  come è stato notato all’inizio,  anche per quanto riguarda  L’osteria è la metafora dell’infanzia che costituisce il nucleo simbolico centrale di tutta la storia.  L’innocenza inarrivabile della bambina Maghit,  attenta alle spiegazioni dell’uomo con straordinaria serietà e fiducia,  è il luogo della assoluta purezza,  l’esatta controparte della stanca passività dei pescatori di Sivilek,  pure appena segnata da un’ombra di slancio,  come un remoto ricordo.

Il personaggio più problematico,  relegato nell’altrove alla stessa maniera di Lelio,  è naturalmente Lepic,  forse doppiato,  all’interno del medesimo racconto,  dal secondo staffiere. 

 Lepic vuole molto bene alla bambina e ne condivide i giochi.  E’ senza dubbio il più vicino a lei,  prima che arrivi l’uomo.  A questo punto si rivela tutta la sua diffidenza,  la sua pigra volontà che lo rende ostile,  intrattabile.  Non è più capace di dominare la situazione,  che gli sfugge di mano,  e comincia ad argomentare,  a protestare,  con un atteggiamento molto simile a quello assunto da Riccardo durante l’incontro con Nemo nell’Essi pensano ad altro.  Sembra che Lepic intuisca una propria invisibile colpa,  una mancanza che non vuole ammettere,  e per questo si accanisce,  sgarbato e duro,  a smontare le affermazioni dell’uomo.

Anche l’epilogo del racconto è soltanto una variazione di qualcosa già accaduto negli altri libri darziani.  La scomparsa dell’uomo nell’acqua del canale,  il suo autoannientamento,  è un modo di disarmare,  di eludere i gesti offensivi degli antagonisti sottolineandone l’impotenza,  come la rigenerazione del funambolo dopo l’assassinio compiuto da Lelio.

Seguiranno le parti successive

 

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di Andrea Chesi

Anche nel romanzo Essi pensano ad altro il mito della fanciullezza torna con la consueta carica metaforica.

C’è, nella personalità dei due protagonisti, soprattutto in quella di Arseni, qualcosa di irrimediabilmente infantile: ”Arseni non rispose al ragazzo una parola, ma s’accontentò di atteggiare le sue labbra a mestolo, incerto forse e un poco rincresciuto e quasi offeso. Egli aveva un modo infantile e primordiale di manifestare i suoi sentimenti più marcati, con implacabile serenità e innocenza, specialmente la paura era in lui qualcosa di grosso, di corposo, come in un bimbo sano e senza sogni.”

Si può dire con più precisione, che il modo con cui il vecchio e il ragazzo cercano l’isolamento passa attraverso un processo di eliminazione di attributi – vincolanti, rigorosi- caratteristici della vita dell’adulto.

È significativo che la ricerca dei due non si configuri nei termini di una lotta, di una battaglia da condurre contro qualcuno, ma soltanto come desiderio di silenzioso allontanamento. Non c’è spazio per atteggiamenti arroganti, c’è soltanto l’imperativo del distacco, sentito come l’unico possibile modo di essere.

Arseni li guardava attorno a sé, senza collera o stupore… pieno di quella sua incomprensibile innocenza che sconcertava o esasperava tutti… ma l’astio cresceva in loro e li prendeva per quella serenità del vecchio, quasi d’altri mondi o cieli che impediva di giungere fino a lui”.

Questo modo d’essere, D’Arzo ha creduto opportuno presentarlo con caratteristiche simili a quelle di una personalità infantile, perché l’estraneità del bambino al mondo delle convenzioni non è trasgressione o provocazione, ma assoluta spontaneità.

C’era adesso qualche cosa di vagamente infantile nella stanza, e come un po’ d’odore di lontana infanzia dissepolta da un mucchio di disegni o di ritratti, o un ricordo anzi d’antico innocente giuoco, quasi d’angeli, che ora si volesse ripetere per scherzo. Riccardo e il vecchio, infatti, ascoltavano in camicia accanto all’uscio con una cauta complicità di ragazzo sveglio la notte di befana.”

Ma anche nel caso di Arseni e Riccardo nessuna trascendenza può compiersi (trascendenza perseguita anche fisicamente, in un appartamento situato molto in alto “…magari a un quinto piano e anche più su.”): l’esistenza concreta e “terrena” degli altri uomini pone dolorosi ostacoli alla loro ricerca che risulta perciò sfasata, sbagliata, impossibile.

Per quanto riguarda l’Osteria i riferimenti sono altrettanto evidenti.

Assai frequentemente D’Arzo definisce “ vecchi bambini” gli uomini di Sivilek. La metafora dell’infanzia coinvolge quasi tutto il gruppo umano del racconto, ma, come al solito, in maniera parziale. È presente un principio di slancio, di affrancamento, nelle esistenze innocentemente e lievemente bestiali dei partecipanti alla festa, slancio che rimane però come un presentimento o un ricordo, come una luce morta.

L’innocenza assoluta e invincibile della bambina Maghit è invece un punto d’arrivo, simile alla dimensione di pura libertà che è la realtà del Funambolo nel Buon corsiero. 

Viene abbastanza spontaneo leggere sinotticamente Buon corsiero e Osteria.

Accanto al Funambolo-diavolo del primo, si pone l’uomo misterioso e senza nome venuto a turbare la malinconica allegria dei pescatori, nell’Osteria. Maghit, subito fiduciosamente attratta dall’uomo, ripete, evidentemente, il personaggio di Lauretta. Lepic è Lelio, scettico ma, in fondo, superstizioso, fortemente infastidito e irritato dalla familiarità con cui il nuovo venuto riesce a parlare e a giocare con la bambina. La sua irritazione è esagerata, sfasata rispetto alla placida serenità d’altri mondi dell’uomo: “ ma parla di fiori azzurri e gialli”  gridò poi… “di fiori gialli e verdi, mai visti io!”.

Infine l’Osteria si conclude, come il Buon corsiero, con una scena di caccia all’uomo; Lepic e lo staffiere, diffidenti e ostili, all’inseguimento di un altro angelico o diabolico Funambolo.

Seguiranno le altre parti del saggio nelle settimane successive.

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