Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for aprile 2011

La provincia

Comparoni trascorre, quindi, le sue giornate fra libri e incontri culturali con gli amici, nell’ambiente della piccola provincia emiliana, anzi neppure cercando di evadere fisicamente dalla città di nascita per conoscere altri ambienti. Se si allontanò da Reggio fu solo perché costretto da qualche necessità esterna: frequentò la facoltà di Lettere a Bologna; il servizio di leva lo trasferì prima a Como, poi ad Avellino alla scuola Ufficiali, infine a Barletta, dove avrebbe dovuto imbarcarsi per il fronte Egeo. Qui, diventò protagonista di un’avventura straordinaria, quasi rocambolesca, che gli ispirò poi due racconti1: l’8 settembre 1943 fu catturato insieme ai commilitoni dai tedeschi, ma, quando già era avviato ai campi di concentramento, durante una sosta del treno in campagna, riuscì a fuggire con un sottotenente nei pressi di Francavilla a Mare; trovando rifugio, fino a novembre, presso una casa di contadini, da dove riuscì a tornare, senza sostanziale pericolo, a Reggio Emilia. Negli anni successivi, ci furono solo uno o due soggiorni a Firenze, uno o due a Roma per il concorso a cattedre di insegnante di Lettere, la breve permanenza sul lago di Garda, su consiglio del medico, nella speranza che il clima del luogo potesse giovare alla sua precaria condizione di salute.

Ezio Comparoni trascorse, quindi, la sua breve vita, come dice lui stesso, da provinciale, ma il sentimento che lo legò alla provincia fu ambivalente: certamente fu forte in lui il vincolo con il luogo natale, e forse fu proprio questo che gli impedì di allontanarsi da Reggio, perfino durante il periodo dei bombardamenti; nello stesso tempo però, fu pienamente consapevole dei condizionamenti culturali ed umani dell’ambiente; e più volte manifestò la sua insofferenza. Scriveva, per esempio, a Cecchi il 21 luglio 1948: “… io sono quello che sono: e faccio il professore, e vivo in una città di provincia, dove il passeggio verso le sette per la via principale è quasi un’avventura. I giorni, le ore non mi passano mai”.2 D’Arzo, aveva l’abitudine, infatti, di osservare il passeggio cittadino: ogni sera a partire dalle sei, ora nella quale uscivano operai ed impiegati riversandosi nella via Emilia, si poneva in disparte, addossato ai muri di Palazzo Bussetti, nella frequentatissima Piazza del Monte, tutto assorto ad indagare le fisionomie; lo spettacolo di una realtà limitata e sempre uguale, e, lungi dal procurargli noia, diventava quasi momento di estraniazione dal contingente, come si può ricavare dalla prefazione a Nostro Lunedì: “mi piaceva molto guardare, ecco tutto: avevo il discutibile dono d’una fantasia superiore alla media che mi permetteva di verniciare di fresco anche gli aspetti più degradanti o più miseri, e un’ironia un poco ignobile per riderci o sorriderci su, e una meridionale pigrizia che mi impediva di conoscere fino in fondo la noia”3. La povertà degli eventi e degli incontri, che caratterizzavano l’esperienza ambientale,provocavano in D’Arzo anche un’insicurezza di comportamento: il timore di avere acquisito maniere inadeguate al vivere. Ad esempio, a Emilio Cecchi, così scriveva l’undici luglio 1946: “… non ho parole per chiederle scusa e per ringraziarla e per pregarla di dare, in buona parte colpa alla provincia”4 (Lettera del 11 luglio 1946) , e il 29 agosto 1947: “… Mi lasci, questa volta, parlare da ragazzo e da provinciale…”5

Non vorrei che Lei mi considerasse ambizioso come un provinciale” – scriveva ancora il 20 agosto 1950 – “… non frequentando quasi nessuno, non ho nemmeno il senso del limite: qualche volta credo di essere indiscreto solo chiedendo il nome di una strada, qualche volta sono maleducato addirittura”6.

Il tema della vita provinciale costituisce un vero e proprio Leitmotiv della corrispondenza darziana: in una lettera del 26 novembre 1948 scriveva al suo editore: “Caro Vallecchi ti auguro di cuore di non arrivare a conoscere mai che cosa sia una cittadina di provincia, a novembre, in una continua attesa di risposte che arrivano da lontano7; e alla sua amica Ada Gorini, il 27 novembre 1949: “Forse tutto è stata colpa della provincia e della domenica. (Oltre a tutto pioveva)”.8

1 Una fasciatura ben fatta e Alla giornata

2 Lettere a Emilio Cecchi, raccolte nel volume: Contea Inglese, a cura di Eraldo Affinati, Sellerio editore Palermo, 1987, pag. 109

3 op. cit. pag. 245

4 op. cit. p.101.

5 op. cit. p.103.

6 op. cit. pag.116

7 op. cit. pag.245

8 Lettere a Ada Gorini, contenute nel volume: Contea inglese, a cura di Eraldo Affinati, Sellerio, 1987, pag. 119.

Annunci

Read Full Post »

TORNANDO VERSO CASA

La Mup Editore, in occasione del novantesimo anniversario della nascita di Silvo D’Arzo, a partire dal 6 febbraio 2010 ripropone una serie di quattro volumi dell’autore: Penny Wirton e sua madre, Casa d’altri, Il pinguino senza frac, All’insegna del Buon Corsiero. La casa editrice parmense riscopre a distanza di anni un autore molto importante per la letteratura del Novecento, ma ancora non sufficientemente noto.

Silvio D’Arzo, nato in provincia di Reggio Emilia nel 1920, espresse il suo talento precoce, pubblicando la prima raccolta, Maschere, a soli quindici anni. In realtà si chiamava Ezio Comparoni, ma in ogni sua opera utilizzò pseudonimi, poiché non amava la notorietà. Molto legato ai suoi luoghi natali, condusse una vita sedentaria e priva di fatti rilevanti che si concluse a soli trentadue anni a causa di una grave forma di leucemia. Professore di Lettere, laureato a soli ventun anni all’Università di Bologna, dimostrò un’apertura verso la letteratura anglo-americana senza tralasciare i classici. Una delle sue opere più conosciute è Casa d’altri, definita da Montale “un racconto perfetto”.

Il romanzo si può riassumere in poche righe: <<un’assurda vecchia: un assurdo prete: tutta un’assurda storia da un soldo >>. Il libro narra di un prete e del suo incontro con Zelinda, una vecchia che porta dentro di sé un segreto, che in qualche modo riguarda anche lui.

<<Fu una sera sul finire di ottobre. […] L’ombra proprio non era ancora scesa: campanacci di pecore e capre si sentivano a tratti qua e là un po’ prima della prata dei pascoli. Proprio l’ora, capite, che la tristezza di vivere sembra venir su assieme al buio e non sapete a chi darne la colpa: brutt’ora. […] Solo allora […] vidi una donna un po’ più vecchia di me. Sulla sessantina sapete. In mezzo a tutto quel silenzio e quel freddo e a quel livido e a quell’immobilità un poco tragica, l’unica cosa viva era lei >>. La storia è fatta di silenzi, perché le parole non sono adatte ad esprimere ciò che i protagonisti si portano dentro. Questi silenzi, però, assumono un significato profondo, rappresentano la vera comunicazione tra queste due anime. Il prete capisce ben presto che la vecchia è custode di una verità che riguarda tutti gli uomini. Zelinda, infatti, rappresenta la figura dello “straniero” (presente in tutta l’opera darziana), portatore di una verità “altra” e di una consapevolezza esistenziale. Importanti nel romanzo sono poi i luoghi: il paesino di montagna, Montelice, dove vive il prete, è riconducibile a Cerreto Alpi, sull’Appennino Reggiano, paese natale della madre di Silvio D’Arzo, dove si può ritrovare anche il canale al quale Zelinda si reca a lavare i panni. È questo un luogo carico di significato, in quanto rappresenta il confine fra questo mondo e l’aldilà ignoto all’uomo, che viene definito come la vera casa che, prima o poi, tutti gli uomini raggiungeranno. Nel romanzo anche i colori sono molto significativi e assumono una valenza simbolica: << C’è quassù una cert’ora. I calanchi ed i boschi e i sentieri ed i prati dei pascoli si fanno color ruggine vecchia, e poi viola, e poi blu>>. Il romanzo infine presenta delle modalità da storia d’amore, ma con l’aggiunta di una suspence da libro giallo. Questa è la più originale delle opere di D’Arzo ed è rivolta a chi è capace di scavare in profondità nella lettura per ricavarne e scoprirne i veri significati. Ha la capacità di suscitare delle riflessioni profonde sull’esistenza, grazie alle quali si può raggiungere una nuova consapevolezza e la capacità di guardare la vita da una diversa prospettiva. << E allora mi vien sempre più da pensare ch’è ormai ora di preparar le valige e senza chiasso partire verso casa>> è la conclusione del prete. Ora non resta che scoprire, leggendo questo libro, qual è la nostra vera casa.

Silvio D’Arzo, Casa D’Altri, Mup Editore, 2010 .

Lisa Anghinolfi, Lisa Erriu,

Isabella Fontana, Chiara Scavo

II^A (a.s.2009-2010) Liceo scientifico  Silvio D’Arzo, Montecchio Emilia, R.E.

Questa recensione è ora pubblicata nel numero 31/2010 della rivista “Palazzo Sanvitale”

Read Full Post »

Premiate le studentesse del D’Arzo vincitrici del concorso letterario indetto dalla MUP editore in ricordo dello scrittore reggiano.

 Nel limpido pomeriggio domenicale dell’appena trascorso 17 Aprile, nella quiete agreste di Ozzano Taro dove si trova il museo dedicato a Ettore Guatelli, il presidente della MUP editore, Maurizio Dodi, ha ufficialmente consegnato il premio agli alunni dell’Istituto D’Arzo, quali vincitori del concorso “Scrivi di D’Arzo e sarai pubblicato”.

Il concorso, indetto lo scorso anno per celebrare i 90 anni dalla scomparsa dello scrittore reggiano, era rivolto agli studenti di tutte le scuole di Reggio Emilia e provincia e prevedeva la recensione di uno dei quattro racconti darziani ristampati per l’occasione dalla casa editrice parmense.

Le recensioni migliori, dopo una lunga e attenta selezione, sono state ora pubblicate sul numero 31 della rivista quadrimestrale della MUP, “Palazzo Sanvitale”.

Le adesioni sono state numerose e, sottolinea uno dei promotori (nonché all’epoca direttore), Guido Conti: “crediamo proprio che l’entusiasmo, la passione e soprattutto l’intelligenza con cui i ragazzi hanno letto l’opera del loro conterraneo, dimostrino ancora una volta che è possibile avvicinare gli studenti alla letteratura con motivazioni che vanno ben oltre i compiti scolastici”.

“La scelta dei vincitori – prosegue poi – è stata difficile e l’esclusione dolorosa. Abbiamo voluto dare la preferenza alla voce dei ragazzi quando esprimesse il loro rapporto con la lettura e la bellezza della scoperta. Per questo abbiamo premiato con questa pubblicazione gli studenti che hanno saputo lavorare in maniera originale, personale, autentica”.

Le parole di Guido Conti risultano molto significative e lusinghiere per la professoressa Elisa Bondavalli, insegnante delle alunne vincitrici, che ha coinvolto la sua classe, la 2^ A (a.s. 2009- 2010) Liceo Scientifico dell’istituto Silvio D’Arzo di Montecchio Emilia, nel percorso di conoscenza e approfondimento di Silvio D’Arzo, da sempre suo autore d’elezione, e voce tra le più originali e rappresentative del nostro Novecento, anche se certamente non di facile e immediata fruizione, soprattutto per dei quindicenni.

Tutti gli alunni, poi, per le loro letture critiche si sono focalizzati sul capolavoro darziano, Casa d’altri, dando prova di grande sensibilità e capacità esegetica.

In particolare, con la loro recensione Tornando verso casa, pur vincolate dal numero limitato di battute imposte dal bando, le quattro ragazze vincitrici, Lisa Anghinolfi, Lisa Erriu, Isabella Fontana, Chiara Scavo, sono riuscite a restituire al lettore (anche a quello che non ha mai letto niente di D’Arzo) l’atmosfera evocativa, le suggestioni profonde del racconto, l’originalità e l’intensità del motivo di fondo con un approccio rigoroso e al tempo stesso acuto e originale.

E questo, per riallacciarci ancora alle parole di Conti, dimostra che la scuola, nonostante le critiche di cui ultimamente è fatta oggetto, è ancora fucina di idee, valorizzazione di talenti, luogo elettivo della trasmissione di un sapere indispensabile alla formazione dell’individuo.

E’, pertanto, motivo di grande orgoglio per il professor Athos Nobili, dirigente scolastico dell’Istituto intitolato a Silvio D’Arzo, che da sempre approfondisce l’indagine sull’opera darziana ed è inesausto promotore di iniziative, anche extra scolastiche, per la divulgazione e la memoria dello scrittore reggiano, constatare che proprio gli studenti della sua scuola hanno ottenuto un riconoscimento così prestigioso.

Questo articolo, in forma ridotta, è uscito su  “L’informazione” di giovedì 21 aprile 2011.

Read Full Post »

Queste le impressioni del grande scrittore Fabio Stassi su Casa d’altri, letto dopo il nostro incontro a Reggio Emilia

Ho letto casa d’altri in treno, al ritorno, Non ho resistito. Avevo tante cose da fare, ma le ho lasciate perdere. Il racconto mi ha preso dalle prime pagine. Per la meraviglia dello stile, così particolare. Una lingua che simula il dialetto, forse, ma che è la lingua dello scrittore, sua e soltanto sua. Una voce fortissima. Quell’originalità nel mettere le parole… come Verga o Vittorini. E poi l’apparizione di Zelinda. La tensione. La rappresentazione secca e misteriosa del suo dolore. Era tanto che non mi entusiasmavo più così per uno scrittore italiano. E il finale. Sospeso, duro, tagliente, malinconico, così umano. Sì, ha ragione Montale, è un racconto perfetto.

Molto ci sarebbe da dire, e da scrivere. Quel racconto mi è entrato sotto le unghie e la pelle. Più ci penso e più mi rendo conto che è davvero uno tra i racconti italiani più belli che ho letto. La sua chiave è universale, e il suo paesaggio vale per ogni paesaggio. La lingua, soprattutto, un miracolo.

Read Full Post »

Il gruppo dei dodici

Se l’isolamento sembra caratterizzare la vita di Comparoni, tuttavia, grosso modo a partire dal periodo universitario, egli frequentò un gruppo di giovani, con i quali non solo condivise i momenti di svago, ma soprattutto intrattenne discussioni letterarie in uno scambio di opinioni e di scelte di letture: il cosiddetto “Gruppo dei Dodici”, di cui rimane una fotografia ricordo. Il gruppo nacque in una sera dell’ultimo dell’anno del 1939, quando i dodici amici si trovarono nella sala del caffè della stazione di Reggio Emilia: il luogo era triste; la guerra iniziata in Europa, già incombeva sull’Italia; un senso di precarietà e di “pericolo” avvolgeva nell’incertezza il loro futuro. I giovani presero allora l’impegno solenne di ritrovarsi ogni dieci anni “perché ognuno potesse raccontare cosa gli era accaduto”1. Mantennero fede alla promessa e si trovarono dieci anni dopo, nel 1949, in undici, poiché uno di loro era morto; continueranno a riunirsi anche negli anni seguenti, dopo la scomparsa di Comparoni, per mantenere viva la sua memoria. Saranno proprio questi amici gli unici in grado di fornire le poche notizie biografiche su Ezio; da essi apprendiamo anche che Comparoni influenzava in modo determinante, le scelte culturali di tutto il gruppo, indirizzandoli verso la letteratura straniera, soprattutto quella inglese ed americana, di cui era in grado di citare interi brani a memoria. I suoi vasti interessi culturali, congiunti alla vivacità intellettuale lo rendevano avido di letture, per cui intrecciava con gli amici, come essi stessi testimoniano, complicati scambi di libri, che egli quasi mai restituiva, o riconsegnava privi delle pagine bianche e fitti fitti di sue annotazioni. Nella cittadina, infatti, dove i giorni trascorrevano lenti e monotoni, la lettura rappresentava l’unica possibilità di evasione. D’Arzo ne rivendicava il ruolo consolatorio già per l’infanzia, nel suo saggio critico su Stevenson, quando afferma espressamente che il libro può dischiudere al bambino un mondo di sogno ricco di emozioni e sentimenti; egli riconosce allo scrittore scozzese il merito di avere inventato un’isola sapendo: “Che grande valore essa può mai avere alle volte, soprattutto quando si è bambini, malati, e all’intorno non ci sono che le nere strade di una vecchia città”.2 Appare evidente che, nel chiuso ambiente provinciale dove rare o inesistenti erano le occasioni culturali, la lettura diventava ancora più importante, dopo l’adolescenza, quando rappresentava non solo un passatempo, ma il principale mezzo formativo. Tale almeno era sentito dal gruppo di giovani reggiani che si riunivano intorno ad Ezio Comparoni, i quali si rivolgevano ai libri con interesse appassionato, desiderosi di affacciarsi al mondo, consapevoli che la lettura poteva rompere le barriere e dare loro una percezione più ampia e profonda dei problemi dell’uomo e dell’esistenza: “Leggevamo già il vecchio Conrad, e il vecchio Melville, e Cechov: ci salutavamo alle volte citando una frase di Lord Jim o di Bartleby, e per scrivere una novella alla Cechov avremmo dato ogni cosa e anche più. ‘Che umanità…che umanità’ dicevamo, ed eravamo magari capaci di organizzare in settimana un convegno con l’intervento di qualche quarto di gloria locale.” , dice l’autore nell’autobiografica premessa a Nostro Lunedì3, suo ultimo romanzo, rimasto allo stato di mero abbozzo. Essi, infatti, trascorrevano insieme i pomeriggi fra il 1938 e il 1941 “ sui gradini del Caffè Centrale in Piazza del Monte, e intere, lunghissime serate nella sala interna di quel caffè o seduti nella distesa del Cibotto, sotto i portici del Teatro Municipale”,4a discutere di letteratura e cinema. Era soprattutto la letteratura americana, conosciuta attraverso le traduzioni di Pavese e di Vittorini (Americana, era la loro “Bibbia”), a colpire ed affascinare l’animo dei giovani, come espressione di un mondo “nuovo diverso, soprattutto libero”5; ma, nonostante le lunghe e periodiche discussioni con gli amici, Ezio, con loro, non parlava quasi mai di questioni ideologiche, né strettamente filosofiche; amava, invece, indagare la tecnica dello scrittore e il processo costruttivo dell’opera, evitando con cura le indagini psicologiche, forse nel timore di lasciare trapelare, per quanto indirettamente, qualcosa di sé. Per lo stesso motivo, disprezzava la psicanalisi e ne parlava con sarcasmo, probabilmente perché la sentiva “come un nemico, capace di gettare luce nei più profondi recessi della sua anima, e svelarla traumaticamente”6.

1 Mosti, Augusto, Il gruppo dei dodici nacque al bar della stazione, Reggiostoria, 1981, n°1, pp. 41-42

2 L’Isola di Tusitala, “Paragone”, a. I, n. 6, giugno 1950. Contenuto anche in Contea Inglese, pag.45.

3 Premessa a Nostro Lunedì, in Nostro Lunedì, a cura di R. Macchioni Jodi, Vallecchi, Firenze, 1960, pag. 241.

4 Mosti, Augusto, Il Gruppo dei Dodici nacque al bar della stazione, “Reggiostoria”, 1981, n.1, p.40

5 Ibidem

6Magnani, Paolo, Il male oscuro di Ezio Comparoni, in AA. VV. Silvio D’Arzo uno pseudonimo per legittima difesa,1994,p.103.

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: