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Archive for gennaio 2012

Il 30 gennaio del 1952 muore nella casa di cura di Villa Ida a Reggio Emilia, a trentadue anni non ancora compiuti, per un linfogranuloma diagnosticatogli l’anno precedente, Ezio Comparoni, oggi noto con lo pseudonimo di Silvio D’Arzo.

Gli amici che lo assistono nelle sue ultime ore, dicono che, pur immobilizzato dal male, riesce ancora a conservare un certo distacco non privo d’ironia: si informa sull’ultima soirée cittadina, chiede dettagli sugli abiti delle signore più in vista e ci scherza sopra.

Dopotutto, la morte gli è ormai familiare: ne ha indagato il senso con assiduità in tutta la sua opera e la consapevolezza della precarietà esistenziale è ormai radicata in lui, grazie anche alla inesausta frequentazione degli amati scrittori angloamericani, Shakespeare, Stevenson, Kipling, T.E.Lawrence, Conrad, James, Hemingway, più qualcuno della marca francese, Maupassant, Villon, messi tutti dialetticamente a confronto. I saggi critici a loro intitolati e poi raccolti postumi in Contea inglese, restano memorabili per l’acume interpretativo e il nitore linguistico: ricordiamo, su tutti, i due dedicati ad Hemingway, nei quali, in netto anticipo sui tempi, rigetta un’immagine dello scrittore come “barbaro”,“sano e felice”, ravvisando, invece, le stimmate, a lui ben note, della solitudine e dell’esclusione. Scrive, infatti a proposito del protagonista dei suoi romanzi, che a ben vedere poi è sempre il doppio dello scrittore: “èterribilmente solitario […]: tanto più solitario quanto più viene a trovarsi, gomito a gomito, in mezzo a fiumane di gente. Egli è l’uomo venuto da via, da molto lontano, che abita il mondo come altri una stanza d’albergo […]. E’ l’Americano, è quello che poi se ne andrà un giorno o l’altro, per una ragione o per l’altra, o anche senza una ragione, così.”.

Straordinaria sensibilità, quella di D’Arzo che, unico al suo tempo sa cogliere, dietro l’apparente vitalismo dello scrittore americano, il vuoto esistenziale che lo avrebbe portato, una decina d’anni più tardi e del tutto inaspettatamente, al suicidio. Ancor più sorprendente se si pensa alla posizione decentrata della provincia in cui abita.

Una provincia, Reggio, verso la quale, insieme ad un sentimento a tratti di oppressione e di limitazione, prova un attaccamento radicale e profondo, come dimostra la sua incapacità a distanziarsene (si allontana per brevi periodi e solo quando obbligato, come per il servizio di leva).

Anche la scelta dello pseudonimo D’Arzo (utilizzato nel 1942 per l’unico suo romanzo pubblicato in vita, All’insegna del Buon Corsiero), è testimonianza di questo legame: Arzo, infatti, come confida lui stesso ad un amico, è la sostantivazione geografica di arzan che in dialetto significa, appunto, reggiano. Quindi Silvio da Reggio. Negli ultimi anni e a guerra conclusa, medita poi di abbandonarlo, a causa di quella vaga e ormai anacronistica ascendenza dannunziana, e poi perché legato a un modo di fare letteratura, quello della Prosa d’arte, che si è ormai lasciato alle spalle. Vuole mutarlo in uno che, pur richiamando la provenienza d’origine, sia, però, dati i tempi ormai cambiati, meno altisonante e più quotidiano, anzi, per usare le sue stesse parole, “ordinario come la carta gialla”.

Tributi al luogo natio li troviamo, poi, disseminati in tutta la sua produzione, ora in maniera più evidente, si pensi al racconto per ragazzi, Penny Wirton e sua madre, dove la settecentesca cittadina inglese di Pictown mostra i tratti tutti emiliani della città natale dello scrittore; ora attraverso la suggestione metaforica di un paesaggio, quello dell’Appennino reggiano in Casa d’altri, immortalato nei colori dolenti delle sere autunnali: “C’è quassù una certa ora. I calanchi ed i boschi e i sentieri dei pascoli ed i prati si fanno color ruggine vecchia, e poi viola, e poi blu”.

Ma ciò che lo tiene ancorato a Reggio è soprattutto l’affetto esclusivo per sua madre, quella Rosalinda Comparoni che, rimasta incinta ormai non più giovane, è scesa in città dalle sue montagne, da Cerreto Alpi, dove ha sempre vissuto, per allevare tutta sola, il figlio illegittimo che porta in grembo e al quale dedicherà poi tutta la vita.

Insieme faranno fronte comune contro una miseria sempre incombente e sbarcheranno il lunario (“di tutta Quaresima”, come lo definisce D’Arzo in uno dei racconti più riusciti) barcamenandosi con lavori saltuari lei, anche i più fantasiosi, come quando legge le carte e i tarocchi nei giorni di mercato; lui, dopo aver conseguito la maturità classica da privatista a soli 16 anni e la laurea in Lettere a Bologna a 21 (con una tesi in glottologia, guarda un po’, su tre varietà del dialetto reggiano), facendo supplenze e dando ripetizioni private. Dedicando così solo le ore notturne allo scrivere, l’attività che più gli sta a cuore,“Niente al mondo è più bello che scrivere – afferma – anche male anche in modo da far ridere la gente. L’unica cosa che so è forse questa”. A scuola, testimoniano i suoi ex alunni, appariva, infatti, spesso stanco e provato, ma sempre pronto ad entusiasmarsi quando parlava dei suoi autori prediletti, non ultimi, Dante, Manzoni e Ariosto.

Il povero stanzone di via Aschieri n. 4 è divenuto, nel frattempo per madre e figlio ormai congiunti in un vincolo simbiotico e indissolubile, il comune riparo, invalicabile, dalla vergogna economica e da quella anagrafica che pesa, specialmente sul giovane, come una macchia indelebile che solo le assidue frequentazioni letterarie fanno un poco sbiadire.

Paradossalmente, proprio nei suoi ultimi giorni di vita, lo scrittore rimane, anche se solo apparentemente, separato dalla madre che se ne sta, inconsolabile, fuori della stanza d’ospedale, come per un tacito accordo, nell’ultima, altissima prova di pudore e riserbo.

Di questo profondo vincolo che unisce madre e figlio ci resta efficace rappresentazione in quello che, a nostro avviso, è il più autobiografico dei racconti darziani, anche se non il solo che ha scritto per i lettori più giovani: Penny Wirton e sua madre, specialmente nel personaggio di Anna Wirton, amorosissimo ritratto di Rosalinda Comparoni.

Anche se è con Casa d’altri, il capolavoro dello scrittore reggiano pubblicato postumo, che la madre viene immortalata in quella che è forse la figura femminile più drammaticamente intensa della nostra letteratura: Zelinda Icci, l’umile lavandaia, che però al pari del suo confratello, di verghiana memoria, Rosso Malpelo, conserva il senso di quella che dovrebbe essere una vita umanamente dignitosa e tutto ha compreso sulla provvisorietà e l’insensata ripetitività dell’esistenza; che ha capito che questa non può essere la sua, la nostra casa, come rivela alla fine ad un prete avvilito da una crisi esistenziale a cui non riusciva a dare un nome.

Casa d’altri. Il punto liricamente più alto della parabola darziana; in cui i temi della solitudine, dell’estraneità, della precarietà del vivere, che pervadono fin dagli esordi tutta la sua poetica perché parte dolorosa della sua esperienza personale, vengono universalizzati in una sintesi felice e originalissima di stile e di immagini.

Casa d’altri. “Il racconto perfetto”, come ebbe a dire Montale. Il più bel racconto del nostro Novecento, diciamo noi.

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