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La repubblica della tua voce - Nazim Comunale - copertina

di Elisa Bondavalli

A cinque anni di distanza da Tu, ira (2021), sempre per i tipi de Il Convivio Editore, Nazim Comunale torna con una nuova, intensa raccolta poetica dal titolo fortemente evocativo: la repubblica della tua voce.

Una silloge che, pur nell’impaginazione scabra, mostra fin da subito la stratificazione complessa, gli echi vasti e raffinatissimi, che spaziano da Rilke a Eliot, da Paz a Magrelli e ancora Nooteboom, Mutis, Cheblinikov, senza tralasciare l’affondo nella cultura pop con i versi dedicati a Battiato.

Non è impresa da poco, quindi, immergersi nella grammatica allagata dell’autore, orientarsi nel mondo che lui, poeta ulisside, tenta disperatamente di mappare, prima che il diluvio lo sommerga del tutto.

Figura convessa, che si muove in una geometria di intenzioni autunnali e sotto un cielo elettronico, il suo è un Ulisse ormai privo di ali, senza memoria di se stesso, relitto urbano, gonfio e vestito di stracci come una puttana da manuale, accattone perso nell’Oceano Ipermercato, luogo di smarrimento non più ontologico, ma consumistico.    

                                                                     .Nazim Comunale - Inediti

In una terra orfana di padri, con madri che rompono la scopa in testa a figli jazz (irregolari, sincopati, improvvisati), totalmente calato nella melassa del quotidiano, tra la volgarità di donne opache e la foga miope dei pollici (lo smartphone), l’eroe può solo tentare di sopravvivere quotidianamente cercando Dio all’Eurospin e la salvezza nel loop di una canzone.

L’Epos è dunque ridotto a frammenti e il trauma si fa vuoto pneumatico che aspira e deforma la realtà quotidiana.

Una realtà quotidiana che da tempo ha perso il contatto con il divino, dove l’Angelus Novus, non più mediatore tra gli uomini, né entità biblica o filosofica unitaria e pura, si liquefa in un mantra di nomi: Anubi, Ra, Madre di Dio, Coltrane e, soprattutto, Angelica, il festival di musica contemporanea di Bologna (nonché figura ariostesca di fuga e di ritorno ciclico).

Ormai oggettivamente incapace di guardare le rovine di pietra, posta di fronte alla polvere, all’intelligenza celeste, di conseguenza, non rimane altro che ascoltare la tempesta (come chi ascolta piovere).

Il senso privilegiato nella post-modernità acustica di Comunale, allora, non è più l’occhio che fallisce (gli specchi non riflettono la tua immagine), ma l’orecchio. È il crollo della struttura classica (Rilke) e della dialettica storica (Benjamin) a favore dell’improvvisazione e del loop, in un esilio che è anzitutto linguistico.

Io non sono più Nessuno – scrive però l’autore in Neftalì, dove andremo?- perché, in ultima analisi, nell’atto erotico all’uomo è data ancora una possibilità di sottrarsi all’anonimato del frastuono della modernità e recuperare nome e consistenza (eco, iride e rima): l’epica, se può essere salvata, si salva nell’intimità. Nella poesia di Comunale c’è infattiuna sacralità carnale (sacro incavo del gomito, segni santi) che ricorda la poesia mistica ma rovesciata, dove il corpo dell’amata si fa vangelo apocrifo e atlante. E Itaca, tutta la pelle/dove non mi hai ancora toccato, rimane l’unico inesplorato che valga la pena di possedere, conoscere. La stessa Penelope, non più malinconica mentre disfa la tela in attesa di un re, tesse e ride, consapevole della propria sessualità e del potere del ritorno (isola: un giorno sono tornato) dell’altro su di sé.

Se l’isola è la pelle, allora la nazione è la voce di chi amiamo e il tu che trama tutta la raccolta è a tutti gli effetti una voce viva, quella che chiama altre nuvole.

La repubblica della tua voce viene così ad assumere la valenza di spazio politico del dissenso poetico, dove lo storpio può cantare e dove il niente su cui prendiamo appunti diventa, finalmente, un canto condiviso.

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