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Posts Tagged ‘Enrico Vallecchi’

Elisa Bondavalli © febbraio 2021

Questa è la storia di Limpo e di come un giorno riuscì ad avere il suo frac; e se il vostro maestro per caso vi dovesse dire che è una storia un po’ strana e che queste cose non capitano mai, ebbene, tanto peggio per lui, mi dispiace. Tutto quel che vi resta da fare, ragazzi, è di cambiare senz’altro maestro. E di dirgli di aprire più gli occhi./ Ma voi intanto aprite bene le orecchie. Ecco qui.

Il pinguino senza frac e tobby in prigione | 962

Con questo disinvolto e accattivante incipit, D’Arzo invita i lettori più giovani a sospendere l’incredulità e ad abbandonarsi senza remore alla sua narrazione. D’altra parte, già il suo editore Vallecchi, con felice intuizione, gli scriveva: “Con la vostra fantasia, che si accende anche nelle occasioni più modeste, mi sembra che potreste riuscire brillantemente anche nel settore della letteratura infantile1.

Sicuramente non si sbagliava, visto che Comparoni (questo il vero nome dello scrittore), ci ha regalato tre proveoriginalissime per intreccio e soluzioni linguistiche. Che poi lui non considerasse la narrativa per l’infanzia un genere minore e non intendesse comporre semplici intrattenimenti per bambini, è cosa nota già a partire dal suo saggio critico Kipling senza trombe 2, dove afferma che scrittori come James Barry e Charles Kingsley, con le loro due favole, hanno raggiunto i loro risultati più alti e duraturi.

E a conferma di ciò, scrive a Vallecchi: “[…] E poi ho scritto un breve libro per ragazzi, che, ti giuro, mi ha divertito e riposato assai: Il pinguino senza frac […] Questa storia, dico, scritta per ragazzi, mi ha servito a chiarire molte cose”3.

Il racconto ha quindi come protagonista il piccolo Limpo, troppo povero per avere come gli altri pinguini un frac (ancora in controluce il motivo autobiografico), per cui viene emarginato e allontanato da scuola. Decide così di abbandonare i genitori e andare in cerca di fortuna lontano da casa. Forestiero ovunque e senza nome, chiamato “Cosa sei”, “Tutto un po’”, Suppergiù” da gabbiani, foche e trichechi, con cui intrattiene varie attività commerciali, a poco a poco comincia a mettere da parte i soldi per comprarsi la tanto sospirata marsina. Ad un certo punto, però, si rende conto che il denaro non basta, gli occorre anche un’istruzione: “Ma che sciocco! Che sciocco – pensò Limpo. Mentre io me ne sto qui a lavorare dalla mattina alla sera, gli altri intanto se ne vanno a scuola ogni giorno, e finisce così che s’imparano un bel mucchio di cose. Così io, quando potrò finalmente tornare e, magari, comprare anche il mio frac, farò ridere tutti lo stesso4.

Cambia pertanto sistema e quando foca, tricheco, renna, pinguino, gabbiano gli vogliono pagare quel che gli devono, lui ne prende la metà e dice. “Tenetevi pure il resto, signori. Sciocchezze… Semmai, quando ne avrete il tempo e la voglia, mi favorirete di dirmi perché…5. Così Limpo inizia il suo percorso verso la conoscenza: passano i mesi, mentre il pinguino apprende sempre di più, fino a quando quasi si sente pronto per tornare a casa. Gli resta, però, da scoprire un’ultima cosa.

Si chiede infatti perché il solo orso, tra tutti gli animali, sia esente dal dolore e dalla paura. Indubbiamente – si dice – perché è un essere forte e invincibile, temuto da tutti. Un giorno, però, lo stesso orso incontra la morte per mano di un animale ancor più terribile, l’uomo, a cui basta alzare le braccia per uccidere: “Il grande Orso spiccò un balzo in avanti e poi cadde sulla campagna di neve: si agitò, si contorse, diede un ultimo urlo tremendo, e poi si distese. Era morto. Attorno al suo corpo la neve cominciò a tingersi tutta di rosso. I quattro orsacchiotti cominciarono a piangere. Lo annusavano, lo leccavano da tutte le parti, gli soffiavano dolcemente sul muso […]. Dal crepaccio del monte uscirono quattro o cinque uomini guidando una slitta e dei cani: si presero i quattro orsacchiotti, legarono per le zampe il grande Orso e se lo trascinarono via6.

Tutti gli altri animali festeggiano la scomparsa del grande nemico: ballano tutta la notte, cantano, urlano e fanno chiasso. Solo Limpo sta in disparte, turbato, e ripete fra sé e sé: “Ma Dio mio… ma Dio Mio. Quei quattro orsacchiotti che voce…”7.

Pensa allora che sia l’uomo il solo essere vivente esente dal dolore, ma un giorno anche lui trova la morte a causa di una forza superiore, in questo caso quella della Natura sotto forma di tempesta. “Sulla riva un gruppo di uomini guardava laggiù, in mezzo al mare. E in mezzo al mare, ma fissando ben bene, Limpo finalmente riuscì a vedere un altr’uomo. Le onde, nere o azzurre o verdastre, lo scagliavano da una parte e dall’altra; due, tre volte, e poi dieci e anche di più, e l’uomo spariva, appariva, spariva; e via ancora così.

Dalla riva gli uomini non distoglievano un momento gli occhi da lui e anche Limpo non faceva che guardare e guardare. 

All’improvviso, due o tre ondate giganti si alzarono e poi si abbatterono subito; e poi niente: e poi ancora niente; e infine anche il mare si venne a poco a poco calmando. E adesso era proprio come ogni giorno. E l’uomo, ecco, era sparito.

– Che cosa curiosa, però. Come l’orso, – disse Limpo. Anche questa non me la sarei mai immaginata mai e mai. Anche “lui” è morto così; come l’orso.

In mezzo al gruppo di uomini due o tre piccoli si misero a piangere.8

Di nuovo gli altri animali fanno festa, perché anche l’ultimo nemico, il più terribile, è stato eliminato. Limpo, invece, entra in una crisi profonda (ma la crisi, come ci ricorda Pasolini, è sempre una forma di salvezza) al punto che rischia di ammalarsi, di diventare pazzo, tanto è traumatico quello che ha visto: “Sì… sì. È proprio così. Quei poveri piccoli d’uomo, però, – pensava Limpo con grande tristezza, – la stessa voce dei piccoli d’orso… E dei piccoli di foca e gabbiano e pinguino e di tutti…9.

Limpo completa così il suo percorso conoscitivo nel momento in cui comprende che la sofferenza è la legge stessa dell’universo e nessun essere vivente ne è immune. La sua formazione, di fatto, si conclude qui, anche se lui ancora non ne è pienamente consapevole. Avvilito e senza nemmeno il frac, decide che è comunque ora di avviarsi verso casa. 

Il pinguino senza frac - un'edizione di lusso

Anche perché non ha più niente da condividere con l’ambiente circostante: le morti a cui ha assistito, anziché rallegrarlo, come succede a tutti gli altri, lo gettano nello sconforto più nero, avendone intuito la valenza universale.Solo lui, il pinguino, per usare le parole dello stesso Leopardi, ha ormai “il coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza […] e accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa ma vera”10.

Se gli animali intorno a lui vivono in maniera inconsapevole le dure leggi dell’universo e non arrivano a comprenderne la portata, Limpo, altro straordinario straniero darziano, approda invece a una consapevolezza lucida dei meccanismi di una realtà tragica quanto immodificabile. In questo senso risulta essere il doppio del prete di Casa d’altri (peraltro i due racconti sono coevi), che non solo patisce il dramma della vecchia Zelinda, ma lo universalizza, consapevole che la vita è sempre condizione di precarietà ed estraneità e il mondo è una dimora che non è stata creata per noi, per tornare ancora al Leopardi del Dialogo della Natura. È una casa d’altri, per l’appunto. Il merito di aver capito, l’approdo a quel sentimento virile della vita (di cui D’Arzo parla a proposito di Maupassant) distinguono quindi il pinguino dalla società in cui vive: non per niente, una volta tornato a casa, si accorge di avere indosso l’ambito frac: “il più morbido e bello e distinto e elegante e lucente che fosse mai dato vedere: un frac da domenica; proprio con la catena dell’orologio per giunta”. È la conquista della dignità, di cui il frac è evidente correlativo oggettivo: “e tutti gli altri erano poveri e goffi, e al confronto facevano pena. Non valevano l’ombra di un soldo11.

Torna al Teatro Biondo ''Il pinguino senza frac'': una fiaba moderna per  adulti e bambini | Giornale Cittadino Press

NOTA DELL’AUTRICE: Questo è il testo preparatorio al mio breve intervento per il comune di Montecchio Emilia in occasione dell’anniversario darziano del 6 febbraio 2021. Chi fosse interessato può trovarlo qui sotto.

1Silvio D’Arzo- Enrico Vallecchi, Carteggio 1941-1951. Contributi annoVIII 1984, nn.15-16 Biblioteca A. Panizzi, di Reggio Emilia, Mucchi editore, Modena, 1984, lettera n. 31 di Vallecchi, pag. 72. Ora in Lettere, MUP, Parma, 2004, pag.39.

2Kipling senza trombe, in Contea inglese, a cura di Eraldo Affinati, Sellerio, Palermo, 1987

3Cfr. Carteggio D’Arzo- Vallecchi, lettera n.119; edizione MUP, pag.174

4Silvio D’Arzo, Il pinguino senza frac e Tobby in prigione. Illustrazioni di Alberto Manfredi, Einaudi, 1983; pag.26.

5Ibidem, pag.26.

6Silvio D’Arzo, Il pinguino senza frac e Tobby in prigione. Illustrazioni di Alberto Manfredi, Einaudi, 1983; pag.32

7Ibidem, pag.35.

8Ibidem, pag.39.

9 Ibidem, pag.40

10Giacomo Leopardi, Operette morali, Dialogo di Tristano e di un amico, Bur, 2008.

11Ibidem, pag. 50.

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I rapporti epistolari

Questi sfoghi e confidenze non devono stupire, in quanto Comparoni riuscì a rivelare molto di sé negli intensi rapporti epistolari che ebbe nei dieci anni di corrispondenza con l’editore Vallecchi e nei sei con Cecchi. La forma epistolare non fu senz’altro di ostacolo all’espressione dei sentimenti dello scrittore perché gli dava una tranquillità che gli permetteva di raggiungere il delicato punto di equilibrio tra il nascondersi e lo svelarsi; lo scrittore lo dichiara espressamente in una lettera del luglio1945 all’editore: “… per quanto si dica il contrario, io sono del parere che almeno in certe circostanze ci si intenda meglio per lettera, anche perché si possono vincere certi pudori e la sincerità non corre il rischio di essere presa per retorica”1. Lo scrittore reggiano, poi, visse questo singolare rapporto editore – autore con un sincero sentimento d’affetto, tanto che fu sempre riluttante a rivolgersi ad altre case editrici, anche quando le promesse editoriali vallecchiane non presero la via della realizzazione. In Vallecchi, infatti, D’Arzo vedeva non tanto o non solo l’editore, quanto un amico capace di comprenderlo e rassicurarlo, come appare dalla lettera del 24 febbraio 1943: “Caro Vallecchi, poiché i nostri rapporti non debbono essere soltanto di natura, diremo commerciale, non è giusto che io vi scriva per o mandarvi un fascio di bozze o chiedervi il giudizio su qualche miolavoro. Questa volta, ad esempio, ho sentito il bisogno di scrivere qualche parola o breve impressione ad un amico”2; o da altri stralci di lettere: “Vorrei ringraziarvi soprattutto per quelle gentili sfumature, per tutto quello cui io non posso dare un nome preciso, definibile, ma che ha dato a quello che in fondo non era che un contratto, un sapore, un valore, un’intimità davvero singolari: ed è quello a cui tengo e terrò sopra ogni altra cosa.[…] Libri se ne possono scrivere o inventare: quello cui tengo, invece, è la vostra vecchia amicizia”,3 e ancora: “Vorrei ringraziarvi di tutto, di gran cuore, e dirvi che, fra le (chiamiamole così) avventure dei miei anni, la vostra amicizia è certo la più grata e confortante”.(31 agosto 1943)4. Nella figura dell’editore, l’ansioso e inquieto D’Arzo trovava un ascoltatore attento e rassicurante e il pacato e ottimista Vallecchi veniva ad assumere, in questo caso, quasi il ruolo del padre che non aveva mai conosciuto. Le stesse parole dello scrittore sono rivelatrici a questo proposito: quando seppe che i bombardamenti del ‘43 avevano danneggiato la casa editrice, gli scrisse il 2 novembre dello stesso anno: “Caro Vallecchi, quando partii il 7 settembre mi accompagnò la vostra cara lettera: e, poiché siete sempre così invidiabilmente sereno, possibile, penso, che abbiate potuto soffrire gravi danni? No, no: vi dico che non riesco sul serio a crederci, come pensare (da bimbo) che anche i padri possono piangere talvolta”.5

Molto importante per Comparoni fu anche il rapporto epistolare con Emilio Cecchi, che interessa gli anni dal 1946 al 1951; D’Arzo, che nutriva una grande ammirazione e una cieca fiducia nelle capacità critiche dell’autore di Scrittori inglesi ed americani, si rivolgeva a lui come ad un maestro e una guida a cui confidare i suoi dubbi e le sue incertezze di scrittore, e gli inviava le opere che andava ultimando, accompagnate da insistenti preghiere per averne un giudizio critico. Casa d’altri, ad esempio, ebbe un commento favorevole, accompagnato da suggerimenti che D’Arzo, rielaborando l’opera, seguì scrupolosamente.

D’altra natura fu l’amicizia con Ada Gorini, quale ci viene rivelato da undici lettere scritte dal 1949 al 1951, che probabilmente sono solo una parte di quelle che lo scrittore indirizzò alla donna.

Ada era una tormentata pittrice reggiana; non sappiamo come Ezio la conobbe, né come iniziò il loro rapporto; in una lettera all’amico Azzali, Comparoni accenna ad un grosso debito di riconoscenza da parte sua e della madre nei confronti della Gorini. Si potrebbe pensare, quindi, che all’inizio sia stato il desiderio dello scrittore di sdebitarsi, ad indurlo a cercare la Gorini; ma dalle prime lettere si ricava l’impressione che la donna abbia cercato, almeno inizialmente, di sottrarsi agli incontri.

A questo avvio piuttosto lento ed incerto seguì una relazione non senza contrasti ed incomprensioni, complicata dalle acute e ombrose sensibilità dello scrittore e della pittrice e tutta pervasa da un’atmosfera in cui la vita reale si compenetrava di letteratura: “Eccole i libri […]fossi in lei, io comincerei col ‘Caro estinto’: e poi ‘L’altare dei morti’ (che troverà alla fine di ‘Giro di vite’): e poi, negli anni prossimi gli altri. Quanto a James, non dimentichi: ore 5 tè, caminetto convenientemente acceso. Mi raccomando però: niente castagne o caramelle Golia: basterebbero a rovinare ogni cosa”6, scrive ironicamente il 21 novembre 1949. Più seriamente, invece, il 19 maggio 1950: “Ada eccoti il nostro Lord Jim: spero che tu mi permetta di chiamarlo così: oggi non c’è niente di più nostro di quel libro: neanche noi. […] Credo che Lord Jim continuerà ad essere una presenza silenziosa e comprensiva su noi due. Certi libri, per certe persone, sanno servire anche a questo: e il silenzio alle volte ha illimitate possibilità e risonanze.”7

1 op. cit. pagg. 129 – 130.

2 op. cit. pag.78.

3 op.cit. pag. 79

4 op. cit. pag.96.

5 op. cit. pag.99. (l’ultima frase sarà presente anche nel racconto L’uomo che camminava per le strade).

6 op. cit. pag. 119.

7 op. cit. pagg. 120 –121.

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Lo scrittore e il mimetismo onomastico

Comprendiamo dalle sue stesse parole cosa significasse lo scrivere per Ezio Comparoni: “Niente al mondo è più bello che scrivere. Anche male. Anche in modo da far ridere la gente. L’unica cosa che so è forse questa.”1. E in una lettera a Cecchi, del 26 luglio 1947, confessa la centralità di questa esperienza nella sua vita: “… Dipenderà dalle sue parole se io continuerò a scrivere o lascerò per sempre ogni cosa. Per altri, questo non sarà certo importante: ma io non ho altro, non ho niente altro, e questo per me è quasi tutto”.2Si tratta, dunque, di una passione, e di una passione molto precoce: a soli quindici anni, infatti, pubblica una raccolta di poesie, Luci e penombre e una di racconti, Maschere, sotto il primo parziale pseudonimo di Raffaele Comparoni.

Già da questo primo momento, lo scrittore manifesta la volontà di non lasciare trapelare il suo segreto fuori delle mura domestiche e della ristretta cerchia d’amici: sempre, infatti, terrà celata la paternità delle sue opere sotto svariati pseudonimi, come Andrew Mackenzie, Andrea Colli, Sandro Nedi. Il più noto di tutti fu Silvio D’Arzo, con cui firmò l’unico libro che vide pubblicato mentre era in vita, il romanzo All’Insegna del Buon Corsiero.

È lo scrittore stesso che simpaticamente spiega la scelta di tale pseudonimo, in una delle rarissime confidenze ad un amico: “Se t’incuriosisce conoscere, una curiosità meramente glottologica s’intende, la ragione della scelta e la derivazione dello pseudonimo che qualche volta uso per i miei scritti…, c’è da sorridere e da non crederlo, se valesse la pena mentire su una quisquilia del genere. Non è un nome di fantasia, come qualcuno può ritenere, né si riferisce a qualche personaggio di leggenda. Creandolo ho inteso semplicemente richiamare le mie origini. D’Arzo vuol dire ‘da Reggio’. Arzo è la sostantivazione geografica e in lingua di ‘arzan’ che in dialetto significa reggiano. Quindi Silvio da Reggio”Questo pseudonimo, utilizzato all’inizio della sua produzione letteraria, come si diceva, appare dunque legato agli anni della formazione universitaria, che si conclusero con la discussione della tesi in glottologia, intitolata Aggiunte e correzioni all’A.I.S.4 Per il centro 444.5 Se, in questo caso, le parole dello scrittore ci permettono di cogliere l’origine linguistica del nome d’arte, più difficile è trovare una spiegazione esaustiva del suo mimetismo onomastico. Lo pseudonimo, infatti, non fu per Ezio Comparoni un capriccio: la scelta stessa lo tormentava, come ci permettono di capire alcuni passi della lettera ad Emilio Cecchi del 29 agosto 1947: “Scrivo dalla provincia […], con uno pseudonimo da attore di rivista […]. E il racconto uscirà con un nuovo pseudonimo, che debbo ancora trovare, ma che sarà il più normale, umano possibile, e che le farò certo sapere: tutto quello che ho scritto prima del mio incontro con lei voglio che sia cancellato del tutto”6. In quest’ultima affermazione, la scelta di un nuovo pseudonimo appare come la volontà di un netto stacco dalla produzione precedente, la possibilità di convogliare tutte le forze verso un nuovo inizio, un rinnovamento artistico. Sembra avvalorare un’interpretazione di questo genere anche il passo di una lettera a Enrico Vallecchi, il suo editore, lettera non datata, ma da collocarsi sicuramente fra il settembre e l’ottobre del 1947: “… C’è poi un’altra cosa: ormai, dati i tempi mutati, data quest’epoca nuova, dopo una guerra del genere, chiamarsi Silvio D’Arzo è nello stile del peggiore d’Annunzio e di qualche cantante d’operetta: io lo scelsi quando ero ancora un ragazzo, e mi si poteva anche perdonare. Adesso no: non si può: e, dal momento che, per un libro per ragazzi, scritto e stampato per i ragazzi, il fatto che io abbia scritto una volta ‘Il buon corsiero’, non può destare né curiosità né interesse, né influire benevolmente in qualche modo, ne prendo un altro: Aldo Colli: che è comunissimo: oppure Aldo Collin”.7

A considerare attentamente l’aspetto del mutamento del nome d’arte, come sostiene Anna Luce Lenzi8, appare dunque evidente che lo pseudonimo per Ezio Comparoni rispondeva anche alle esigenze letterarie dell’artista, e cioè “che il suo mimetismo onomastico finì per costituire un aspetto dell’ininterrotta ricerca d’identità stilistica, l’unica identità che profondamente premeva allo scrittore”. La stessa Lenzi, poi, approfondisce il concetto, ribadendo che per Comparoni “gli pseudonimi non erano solo una maschera anagrafica; racchiudevano anche il senso che di volta in volta voleva assumere l’artista nei confronti della realtà in sede di trasposizione letteraria. Anche quello di Silvio D’Arzo, tanto per parlare del più durevole, parve intonato a una forma d’arte, alle eleganze della letteratura d’evasione. Il nome andò legato soprattutto al romanzo fantastico All’insegna del Buon Corsiero: con quella patina di nobile arcaismo derivantegli dal vago D’Arzo […]. Altri pseudonimi, come Andrea Colli, Sandro Nedi, indicavano invece la svolta che lo scrittore avrebbe imboccato nei suoi ultimi tempi verso la coscienza del reale, quando l’esperienza bellica gli aveva ormai aperto gli occhi su una tristezza e uno squallore non più soltanto suoi. Ed ecco che si proponeva allora, con una semplicità e convinzione particolare, seria e fanciullesca insieme, di scegliere un nome di quelli “ordinari come la carta gialla”, per usare una sua vecchia espressione: Paterlini Dante, o Ferrari, o Paccini; e si proponeva al tempo stesso di parlare nei suoi racconti di cuoio, di ferro, di cannoni. […]. D’Arzo aveva ideato per il romanzo lasciato, alla morte, appena abbozzato e su cui puntava tutte le sue speranze, uno pseudonimo che faceva parte integrante del titolo: Nostro Lunedì – Di Ignoto del XX secolo. Con questo confondersi in una folla, ignoto fra gli ignoti, ma loro uguale, Ezio Comparoni avanzò di un altro passo, l’ultimo, verso quella dignitosa accettazione della vita che andava cercando”9. Conferma la tesi della Lenzi, l’amico più caro dello scrittore, Canzio Dasioli10, secondo il quale, infatti, ogni pseudonimo di Comparoni costituisce per così dire uno dei tanti ‘assaggi’ al coperto dell’anonimato per avvicinarsi ai suoi modelli letterari, verso una meta, un sogno cullato fin dall’infanzia, ma di cui non si sentiva ancora all’altezza.

Si intrecciano con questa motivazione artistica così importante e significativa per comprendere la produzione letteraria darziana, e in un certo senso si fondono in un nucleo complesso dalle sfaccettature varie e a volte sfuggenti, altre motivazioni di carattere psicologico  – ambientale, che aiutano a capire il suo calarsi in sempre nuovi pseudonimi, quasi alla ricerca di una mai soddisfatta identità e per un bisogno di ritagliare alla sua attività di scrittore uno spazio di anonimato e di silenzio.

Ezio Comparoni si sentiva, infatti, condizionato dall’ambiente di provincia: temeva i pettegolezzi, la pubblicità e lo pseudonimo era condizione di libertà interiore e di concentrazione. Da sempre, poi, si portava dentro, come si è già detto, l’insicurezza della sua condizione di figlio illegittimo, per cui il dato anagrafico – sempre secondo la Lenzi- riuscì a lui: “più di ingombro che di garanzia: tanto da essere paragonato ad uno zaino da abbandonare, secondo le parole del disilluso tenente, che, in un racconto del 1950, attribuisce il proprio nome ad un morto sconosciuto, cui occorre dare sepoltura”.11

A tutto ciò si aggiunga la ritrosia, il fastidio, quasi il timore di essere additato come fenomeno cittadino, come espresse già in una lettera a Vallecchi del 20 giugno 1942: “Mi raccomando, per la mia buona pace provinciale, di tirare via la parola ‘Reggio Emilia’ da ogni pubblicità: e di non dirlo nemmeno a questi librai. Pensate che abbiamo glorie pugilistiche, tenori, direttori di biblioteche che scrivono odi saffiche alle statue, e che il minimo che potrebbe capitarmi sarebbe di vedermi messo fra tanta fama e onore municipali”.12 Ancora a Vallecchi, il 17 febbraio 1943, questa volta quasi a giustificare la sua usuale ritrosia: “…Non giudicatemi male, compatitemi: ma l’ambiente provinciale mi è così insopportabile, che voglio a tutti i costi ignorarlo ed esserne ignorato”.13 Non tralascia di accennare ai suoi timori nemmeno ad Emilio Cecchi, in una lettera del 29 agosto 1947: “…qui, in provincia, dove chi scrive è considerato dai più come uno stravagante, un bohemiens”. (sic).14

1 Nostro Lunedì, op. cit. pag. 240.

2 Op. cit. pag. 102.

3 AA. VV. Silvio D’Arzo uno pseudonimo per legittima difesa, 1994, pagg. 77-78.

4 A.I.S.: Atlante Linguistico Italo Svizzero a cura di P. Scheuermeier, G. Rohlfs, M.L.Wagner

5 Il centro 444 comprendeva i comuni reggiani di Albinea, Montericco e Piscerotto (toponimo quest’ultimo, scritto in modo errato dall’A.I.S., in quanto l’esatta grafia è Pissarotto).

6 op. cit. pag. 104.

7 Silvio D’Arzo – Enrico Vallecchi, Carteggio 1941-1951, “Contributi”, Biblioteca Municipale <<A. Panizzi>>, 1984, pag.205.

8 Lenzi, Anna Luce, Postfazione al volume: Lettere per Ada, ed. Diabasis, 1995, Reggio Emilia, p.35.

9 Ibidem.

10 Carteggio Dasioli –D’Arzo, presso la Biblioteca municipale A. Panizzi di Reggio Emilia.

11 Lenzi, Anna Luce, postfazione al volume: Lettere per Ada, Diabasis, 1995, Reggio Emilia, p.35.

12 Silvio D’Arzo – Enrico Vallecchi, Carteggio 1941- 1951, pag. 53.

13 op. cit. pag.73.

14 op. cit. pag. 104.

 

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