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Archive for the ‘letture critiche’ Category

Lo scrittore e il mimetismo onomastico

Comprendiamo dalle sue stesse parole cosa significasse lo scrivere per Ezio Comparoni: “Niente al mondo è più bello che scrivere. Anche male. Anche in modo da far ridere la gente. L’unica cosa che so è forse questa.”1. E in una lettera a Cecchi, del 26 luglio 1947, confessa la centralità di questa esperienza nella sua vita: “… Dipenderà dalle sue parole se io continuerò a scrivere o lascerò per sempre ogni cosa. Per altri, questo non sarà certo importante: ma io non ho altro, non ho niente altro, e questo per me è quasi tutto”.2Si tratta, dunque, di una passione, e di una passione molto precoce: a soli quindici anni, infatti, pubblica una raccolta di poesie, Luci e penombre e una di racconti, Maschere, sotto il primo parziale pseudonimo di Raffaele Comparoni.

Già da questo primo momento, lo scrittore manifesta la volontà di non lasciare trapelare il suo segreto fuori delle mura domestiche e della ristretta cerchia d’amici: sempre, infatti, terrà celata la paternità delle sue opere sotto svariati pseudonimi, come Andrew Mackenzie, Andrea Colli, Sandro Nedi. Il più noto di tutti fu Silvio D’Arzo, con cui firmò l’unico libro che vide pubblicato mentre era in vita, il romanzo All’Insegna del Buon Corsiero.

È lo scrittore stesso che simpaticamente spiega la scelta di tale pseudonimo, in una delle rarissime confidenze ad un amico: “Se t’incuriosisce conoscere, una curiosità meramente glottologica s’intende, la ragione della scelta e la derivazione dello pseudonimo che qualche volta uso per i miei scritti…, c’è da sorridere e da non crederlo, se valesse la pena mentire su una quisquilia del genere. Non è un nome di fantasia, come qualcuno può ritenere, né si riferisce a qualche personaggio di leggenda. Creandolo ho inteso semplicemente richiamare le mie origini. D’Arzo vuol dire ‘da Reggio’. Arzo è la sostantivazione geografica e in lingua di ‘arzan’ che in dialetto significa reggiano. Quindi Silvio da Reggio”Questo pseudonimo, utilizzato all’inizio della sua produzione letteraria, come si diceva, appare dunque legato agli anni della formazione universitaria, che si conclusero con la discussione della tesi in glottologia, intitolata Aggiunte e correzioni all’A.I.S.4 Per il centro 444.5 Se, in questo caso, le parole dello scrittore ci permettono di cogliere l’origine linguistica del nome d’arte, più difficile è trovare una spiegazione esaustiva del suo mimetismo onomastico. Lo pseudonimo, infatti, non fu per Ezio Comparoni un capriccio: la scelta stessa lo tormentava, come ci permettono di capire alcuni passi della lettera ad Emilio Cecchi del 29 agosto 1947: “Scrivo dalla provincia […], con uno pseudonimo da attore di rivista […]. E il racconto uscirà con un nuovo pseudonimo, che debbo ancora trovare, ma che sarà il più normale, umano possibile, e che le farò certo sapere: tutto quello che ho scritto prima del mio incontro con lei voglio che sia cancellato del tutto”6. In quest’ultima affermazione, la scelta di un nuovo pseudonimo appare come la volontà di un netto stacco dalla produzione precedente, la possibilità di convogliare tutte le forze verso un nuovo inizio, un rinnovamento artistico. Sembra avvalorare un’interpretazione di questo genere anche il passo di una lettera a Enrico Vallecchi, il suo editore, lettera non datata, ma da collocarsi sicuramente fra il settembre e l’ottobre del 1947: “… C’è poi un’altra cosa: ormai, dati i tempi mutati, data quest’epoca nuova, dopo una guerra del genere, chiamarsi Silvio D’Arzo è nello stile del peggiore d’Annunzio e di qualche cantante d’operetta: io lo scelsi quando ero ancora un ragazzo, e mi si poteva anche perdonare. Adesso no: non si può: e, dal momento che, per un libro per ragazzi, scritto e stampato per i ragazzi, il fatto che io abbia scritto una volta ‘Il buon corsiero’, non può destare né curiosità né interesse, né influire benevolmente in qualche modo, ne prendo un altro: Aldo Colli: che è comunissimo: oppure Aldo Collin”.7

A considerare attentamente l’aspetto del mutamento del nome d’arte, come sostiene Anna Luce Lenzi8, appare dunque evidente che lo pseudonimo per Ezio Comparoni rispondeva anche alle esigenze letterarie dell’artista, e cioè “che il suo mimetismo onomastico finì per costituire un aspetto dell’ininterrotta ricerca d’identità stilistica, l’unica identità che profondamente premeva allo scrittore”. La stessa Lenzi, poi, approfondisce il concetto, ribadendo che per Comparoni “gli pseudonimi non erano solo una maschera anagrafica; racchiudevano anche il senso che di volta in volta voleva assumere l’artista nei confronti della realtà in sede di trasposizione letteraria. Anche quello di Silvio D’Arzo, tanto per parlare del più durevole, parve intonato a una forma d’arte, alle eleganze della letteratura d’evasione. Il nome andò legato soprattutto al romanzo fantastico All’insegna del Buon Corsiero: con quella patina di nobile arcaismo derivantegli dal vago D’Arzo […]. Altri pseudonimi, come Andrea Colli, Sandro Nedi, indicavano invece la svolta che lo scrittore avrebbe imboccato nei suoi ultimi tempi verso la coscienza del reale, quando l’esperienza bellica gli aveva ormai aperto gli occhi su una tristezza e uno squallore non più soltanto suoi. Ed ecco che si proponeva allora, con una semplicità e convinzione particolare, seria e fanciullesca insieme, di scegliere un nome di quelli “ordinari come la carta gialla”, per usare una sua vecchia espressione: Paterlini Dante, o Ferrari, o Paccini; e si proponeva al tempo stesso di parlare nei suoi racconti di cuoio, di ferro, di cannoni. […]. D’Arzo aveva ideato per il romanzo lasciato, alla morte, appena abbozzato e su cui puntava tutte le sue speranze, uno pseudonimo che faceva parte integrante del titolo: Nostro Lunedì – Di Ignoto del XX secolo. Con questo confondersi in una folla, ignoto fra gli ignoti, ma loro uguale, Ezio Comparoni avanzò di un altro passo, l’ultimo, verso quella dignitosa accettazione della vita che andava cercando”9. Conferma la tesi della Lenzi, l’amico più caro dello scrittore, Canzio Dasioli10, secondo il quale, infatti, ogni pseudonimo di Comparoni costituisce per così dire uno dei tanti ‘assaggi’ al coperto dell’anonimato per avvicinarsi ai suoi modelli letterari, verso una meta, un sogno cullato fin dall’infanzia, ma di cui non si sentiva ancora all’altezza.

Si intrecciano con questa motivazione artistica così importante e significativa per comprendere la produzione letteraria darziana, e in un certo senso si fondono in un nucleo complesso dalle sfaccettature varie e a volte sfuggenti, altre motivazioni di carattere psicologico  – ambientale, che aiutano a capire il suo calarsi in sempre nuovi pseudonimi, quasi alla ricerca di una mai soddisfatta identità e per un bisogno di ritagliare alla sua attività di scrittore uno spazio di anonimato e di silenzio.

Ezio Comparoni si sentiva, infatti, condizionato dall’ambiente di provincia: temeva i pettegolezzi, la pubblicità e lo pseudonimo era condizione di libertà interiore e di concentrazione. Da sempre, poi, si portava dentro, come si è già detto, l’insicurezza della sua condizione di figlio illegittimo, per cui il dato anagrafico – sempre secondo la Lenzi- riuscì a lui: “più di ingombro che di garanzia: tanto da essere paragonato ad uno zaino da abbandonare, secondo le parole del disilluso tenente, che, in un racconto del 1950, attribuisce il proprio nome ad un morto sconosciuto, cui occorre dare sepoltura”.11

A tutto ciò si aggiunga la ritrosia, il fastidio, quasi il timore di essere additato come fenomeno cittadino, come espresse già in una lettera a Vallecchi del 20 giugno 1942: “Mi raccomando, per la mia buona pace provinciale, di tirare via la parola ‘Reggio Emilia’ da ogni pubblicità: e di non dirlo nemmeno a questi librai. Pensate che abbiamo glorie pugilistiche, tenori, direttori di biblioteche che scrivono odi saffiche alle statue, e che il minimo che potrebbe capitarmi sarebbe di vedermi messo fra tanta fama e onore municipali”.12 Ancora a Vallecchi, il 17 febbraio 1943, questa volta quasi a giustificare la sua usuale ritrosia: “…Non giudicatemi male, compatitemi: ma l’ambiente provinciale mi è così insopportabile, che voglio a tutti i costi ignorarlo ed esserne ignorato”.13 Non tralascia di accennare ai suoi timori nemmeno ad Emilio Cecchi, in una lettera del 29 agosto 1947: “…qui, in provincia, dove chi scrive è considerato dai più come uno stravagante, un bohemiens”. (sic).14

1 Nostro Lunedì, op. cit. pag. 240.

2 Op. cit. pag. 102.

3 AA. VV. Silvio D’Arzo uno pseudonimo per legittima difesa, 1994, pagg. 77-78.

4 A.I.S.: Atlante Linguistico Italo Svizzero a cura di P. Scheuermeier, G. Rohlfs, M.L.Wagner

5 Il centro 444 comprendeva i comuni reggiani di Albinea, Montericco e Piscerotto (toponimo quest’ultimo, scritto in modo errato dall’A.I.S., in quanto l’esatta grafia è Pissarotto).

6 op. cit. pag. 104.

7 Silvio D’Arzo – Enrico Vallecchi, Carteggio 1941-1951, “Contributi”, Biblioteca Municipale <<A. Panizzi>>, 1984, pag.205.

8 Lenzi, Anna Luce, Postfazione al volume: Lettere per Ada, ed. Diabasis, 1995, Reggio Emilia, p.35.

9 Ibidem.

10 Carteggio Dasioli –D’Arzo, presso la Biblioteca municipale A. Panizzi di Reggio Emilia.

11 Lenzi, Anna Luce, postfazione al volume: Lettere per Ada, Diabasis, 1995, Reggio Emilia, p.35.

12 Silvio D’Arzo – Enrico Vallecchi, Carteggio 1941- 1951, pag. 53.

13 op. cit. pag.73.

14 op. cit. pag. 104.

 

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La scuola

Neanche l’esperienza scolastica pare avere dato al giovane vivacità e ricchezza di stimoli; anzi, anche in questo campo, come risulta dalle scarse notizie, egli non si inserisce nell’ambiente, ma vuoi per la povertà dei mezzi, vuoi per la precocità dell’ingegno, dopo aver frequentato solo il ginnasio nella scuola pubblica della città, con uno studio di soli tre mesi, riesce a conseguire la maturità classica da privatista, nel 1936, a Pavia, ad appena sedici anni, sotto l’autorevole guida di Giuseppe Zonta.1 Non sappiamo quando si iscrisse all’università di Bologna per frequentare i corsi di Lettere: certo furono anni di sacrifici sia per la madre che per il giovane, nel quale si andò accentuando un senso di precarietà economica, che lo accompagnò per tutta la vita e divenne ancora più intenso ed opprimente quando egli, con l’età, acquista maggiore consapevolezza dei bisogni familiari. Lo si comprende dall’impegno con cui cerca di contribuire al suo sostentamento, sia impartendo lezioni private, sia adoperandosi per conseguire votazioni meritevoli di borsa di studio. È D’Arzo stesso a farci conoscere il suo stato d’animo con le parole di sapore inconfondibilmente autobiografico usate nell’introduzione a Nostro Lunedì2: “Fra gli inconvenienti di una giovinezza appena appena rispettabile e misera, tutta quanta passata (per dire) col pensiero alla media dell’otto, alla borsa di studio, e anche peggio, non c’è niente di più degradante e più sciocco di questo: ti senti subito in colpa appena trovi un mezzo soldo per strada e pensi che è già troppo per te”. Le ripetizioni private continuarono anche dopo la laurea, quando svolse il suo lavoro di insegnante in modo continuativo: “Faccio il supplente: do quattro ore al giorno di lezioni private” – scriveva il 7 agosto ’48 a Cecchi- “non riesco a trovare che qualche raro minuto da dedicare alla cosa che mi sta a cuore: lo scrivere”3. E sempre allo stesso Cecchi tre mesi dopo: “[…] Se lei, signor Cecchi, avesse la bontà di dirmi anche solo tre o quattro righe su quel mio povero racconto, mi farebbe davvero una grazia.” – proseguendo poi in tono più sconsolato -“ Poterlo pubblicare sarebbe assai importante per me, anche per motivi economici: potrei collaborare a qualche giornale, guadagnarmi qualcosa qua e là: ma, in fondo non è essenziale: in fondo ci si abitua a tutto, anche a fare ore ed ore di lezioni private”. 4

L’insegnamento fu, dunque, l’attività prevalente per Comparoni, alla quale dovette dedicare la maggior parte del suo tempo, riservando allo scrivere solo le ore notturne e i pochi intervalli liberi a scuola; sappiamo dalla testimonianza di un amico5 che il Buon Corsiero fu scritto mentre gli allievi eseguivano compiti in classe. D’Arzo cominciò ad insegnare, non ancora laureato, alle Scuole Serali, dall’anno scolastico 1938-39 e dopo la laurea, conseguita il sei novembre 1941, continuò stabilmente, anche dopo aver preso in esame l’insegnamento universitario. Dai suoi ex allievi viene ricordato come un professore di vasta cultura, molto coinvolgente e sebbene un po’ schivo e riservato, sempre umano e comprensivo. Uno di essi, Franco Boiardi, seconda liceo scientifico, a. s. 1946-47, lo presenta così: “Il più spesso delle volte appariva stanco, con gli occhi molto arrossati. Ed era magro, brusco nei modi, anche nel parlare, come se ne fosse disabituato o lo facesse malvolentieri, ma non privo nei nostri riguardi, di una cordialità che sembrava istintivamente trattenere, o ridurre.[…] Parlava, come si diceva, senza infervorarsi, quasi a fatica, ma i suoi giudizi, sempre rigorosi, essenziali, mai ovvi o banali, ci avevano reso gradevole e attesa quell’ora. […] Incoraggiava a vincere le timidezze, ad essere spontanei, veri, a non impancarci a critici, ma ad osare nel linguaggio, senza aver paura di espressioni gergali. Se la prendeva con i nostri arcaismi, col ricorso, nella scrittura, a una sorta di lingua morta, con quella giustapposizione che s’intravvedeva sin troppo tra lo scrivere formale, sia povero che ornato, e il nostro sentire”6. Gianni Montanari, un altro ex alunno, aggiunge7 che aveva un modo di parlare affascinante; che non si abbandonava mai a confidenze e non parlava mai di sé, della famiglia o della casa; che alla prima ora, di solito, era molto nervoso, come se avesse trascorso una notte insonne; che, durante la sua ora, il silenzio e l’attenzione erano assoluti. Ricorda, a sua volta, Luciano Codeluppi: “La sua lezione era un godimento, particolarmente quando parlava di letteratura straniera contemporanea o di cinema”8. A sua volta Mario Mazzaperlini, prima H dell’Istituto Avviamento Professionale, a.s. 1939-40 afferma: “Per questo straordinario docente, se la scuola non doveva essere sofferenza, doveva, però, essere impegno al limite delle possibilità di ciascuno. Per me la straordinaria capacità didattica di questo docente consisteva proprio, essenzialmente, in questo. Il ragazzo andava alle sue lezioni senza batticuore, con la consapevolezza, però, che doveva dare il meglio di sé. Questo era il suo fine educativo: fare in modo che, al di là dei talenti personali di ciascuno di noi, ognuno si impegnasse al meglio delle proprie possibilità individuali. Il mezzo per cercare di aiutarci a raggiungere questo fine fu il dialogo, basato sulla reciproca fiducia. Noi scolari avvertivamo, istintivamente, di trovarci di fronte ad un docente diverso, che si preoccupava non soltanto di istruirci, ma di aiutarci a diventare uomini. Ed anche per questo lo amavamo profondamente”.9

Da queste testimonianze si ricava che Ezio Comparoni affrontava con serietà professionale ed umana la sua attività di insegnante; tuttavia, ad una conoscenza più profonda dell’uomo – scrittore, essa ci appare quasi marginale, mentre emergono con particolare evidenza due nuclei sentimentali che pervadono e percorrono la sua vita e la sua opera, in un continuo intrecciarsi e compenetrarsi:

la sua condizione di figlio illegittimo, sofferta come una macchia, una “colpa originaria”, che pesa su tutta la sua vita e impronta non solo tutto il suo modo di rapportarsi al mondo esterno, ma anche il suo sentimento del vivere e la sua attività di scrittore; la passione per lo scrivere, una tensione insopprimibile, che egli sente come l’essenza del suo io più intimo, da tutelare, coltivare come un bene prezioso ed esclusivo così che possa tradursi nell’opera in forme tanto più integre ed essenziali, quanto più maturate nell’interiorità profonda, nella concentrazione dell’animo, non distratta da condizionamenti esterni.

1 Autore di una Storia della Letteratura Italiana in quattro volumi, pubblicata dapprima in fascicoli dal 1928 al 1932, viene menzionata da Gramsci, nella sua Letteratura e vita nazionale, per l’attenzione rivolta agli influssi sociali sulla produzione letteraria e per l’accuratezza filologica.

2 op. cit. pag. 247.

3 op. cit. pag. 110.

4 op. cit. pag. 115.

5 Silvio D’Arzo nel ricordo di Werther Cadoppi, in AA. VV. Testimonianze e riflessioni…p.169

6 Boiardi, Franco, La ricchezza di averlo come insegnante, in AA. VV. Testimonianze e riflessioni, p.30.

7 op cit. pag. 71

8 op.cit. pag.

9 op. cit. pag. 140

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La provincia

Comparoni trascorre, quindi, le sue giornate fra libri e incontri culturali con gli amici, nell’ambiente della piccola provincia emiliana, anzi neppure cercando di evadere fisicamente dalla città di nascita per conoscere altri ambienti. Se si allontanò da Reggio fu solo perché costretto da qualche necessità esterna: frequentò la facoltà di Lettere a Bologna; il servizio di leva lo trasferì prima a Como, poi ad Avellino alla scuola Ufficiali, infine a Barletta, dove avrebbe dovuto imbarcarsi per il fronte Egeo. Qui, diventò protagonista di un’avventura straordinaria, quasi rocambolesca, che gli ispirò poi due racconti1: l’8 settembre 1943 fu catturato insieme ai commilitoni dai tedeschi, ma, quando già era avviato ai campi di concentramento, durante una sosta del treno in campagna, riuscì a fuggire con un sottotenente nei pressi di Francavilla a Mare trovando rifugio, fino a novembre, presso una casa di contadini, da dove riuscì a tornare senza sostanziale pericolo a Reggio Emilia. Negli anni successivi, ci furono solo uno o due soggiorni a Firenze, uno o due a Roma per il concorso a cattedre di insegnante di Lettere, la breve permanenza sul lago di Garda, su consiglio del medico, nella speranza che il clima del luogo potesse giovare alla sua precaria condizione di salute.

Ezio Comparoni trascorse, quindi, la sua breve vita, come dice lui stesso, da provinciale, ma il sentimento che lo legò alla provincia fu ambivalente: certamente fu forte in lui il vincolo con il luogo natale, e forse fu proprio questo che gli impedì di allontanarsi da Reggio, perfino durante il periodo dei bombardamenti; nello stesso tempo, però, fu pienamente consapevole dei condizionamenti culturali ed umani dell’ambiente; e più volte manifestò la sua insofferenza. Scriveva, per esempio, a Cecchi il 21 luglio 1948: “… io sono quello che sono: e faccio il professore, e vivo in una città di provincia, dove il passeggio verso le sette per la via principale è quasi un’avventura. I giorni, le ore non mi passano mai”.2 D’Arzo aveva l’abitudine, infatti, di osservare il passeggio cittadino: ogni sera a partire dalle sei, ora nella quale uscivano operai ed impiegati riversandosi nella via Emilia, si poneva in disparte, addossato ai muri di Palazzo Bussetti, nella frequentatissima Piazza del Monte, tutto assorto ad indagare le fisionomie: lo spettacolo di una realtà limitata e sempre uguale lungi dal procurargli noia, diventava quasi momento di estraniazione dal contingente, come si può ricavare dalla prefazione a Nostro Lunedì: “mi piaceva molto guardare, ecco tutto: avevo il discutibile dono d’una fantasia superiore alla media che mi permetteva di verniciare di fresco anche gli aspetti più degradanti o più miseri, e un’ironia un poco ignobile per riderci o sorriderci su, e una meridionale pigrizia che mi impediva di conoscere fino in fondo la noia”3. La povertà degli eventi e degli incontri che caratterizzavano l’esperienza ambientale provocavano poi in D’Arzo anche un’insicurezza di comportamento, il timore di avere acquisito maniere inadeguate al vivere. Ad esempio, così scriveva a Emilio Cecchi l’undici luglio 1946: “… non ho parole per chiederle scusa e per ringraziarla e per pregarla di dare, in buona parte colpa alla provincia”4 (Lettera del 11 luglio 1946) , e il 29 agosto 1947: “… Mi lasci, questa volta, parlare da ragazzo e da provinciale…”5

Non vorrei che Lei mi considerasse ambizioso come un provinciale” – scriveva ancora il 20 agosto 1950 – “… non frequentando quasi nessuno, non ho nemmeno il senso del limite: qualche volta credo di essere indiscreto solo chiedendo il nome di una strada, qualche volta sono maleducato addirittura”6.

Il tema della vita provinciale costituisce un vero e proprio Leitmotiv della corrispondenza darziana: in una lettera del 26 novembre 1948 scriveva al suo editore: “Caro Vallecchi ti auguro di cuore di non arrivare a conoscere mai che cosa sia una cittadina di provincia, a novembre, in una continua attesa di risposte che arrivano da lontano7; e alla sua amica Ada Gorini, il 27 novembre 1949: “Forse tutto è stata colpa della provincia e della domenica. (Oltre a tutto pioveva)”.8

1 Una fasciatura ben fatta e Alla giornata

2 Lettere a Emilio Cecchi, raccolte nel volume: Contea Inglese, a cura di Eraldo Affinati, Sellerio editore Palermo, 1987, pag. 109

3 op. cit. pag. 245

4 op. cit. p.101.

5 op. cit. p.103.

6 op. cit. pag.116

7 op. cit. pag.245

8 Lettere a Ada Gorini, contenute nel volume: Contea inglese, a cura di Eraldo Affinati, Sellerio, 1987, pag. 119.

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