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Archive for the ‘letture critiche’ Category

Queste le impressioni del grande scrittore Fabio Stassi su Casa d’altri, letto dopo il nostro incontro a Reggio Emilia

Ho letto casa d’altri in treno, al ritorno, Non ho resistito. Avevo tante cose da fare, ma le ho lasciate perdere. Il racconto mi ha preso dalle prime pagine. Per la meraviglia dello stile, così particolare. Una lingua che simula il dialetto, forse, ma che è la lingua dello scrittore, sua e soltanto sua. Una voce fortissima. Quell’originalità nel mettere le parole… come Verga o Vittorini. E poi l’apparizione di Zelinda. La tensione. La rappresentazione secca e misteriosa del suo dolore. Era tanto che non mi entusiasmavo più così per uno scrittore italiano. E il finale. Sospeso, duro, tagliente, malinconico, così umano. Sì, ha ragione Montale, è un racconto perfetto.

Molto ci sarebbe da dire, e da scrivere. Quel racconto mi è entrato sotto le unghie e la pelle. Più ci penso e più mi rendo conto che è davvero uno tra i racconti italiani più belli che ho letto. La sua chiave è universale, e il suo paesaggio vale per ogni paesaggio. La lingua, soprattutto, un miracolo.

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Il gruppo dei dodici

Se l’isolamento sembra caratterizzare la vita di Comparoni, tuttavia, grosso modo a partire dal periodo universitario, egli frequentò un gruppo di giovani, con i quali non solo condivise i momenti di svago, ma soprattutto intrattenne discussioni letterarie in uno scambio di opinioni e di scelte di letture: il cosiddetto “Gruppo dei Dodici”, di cui rimane una fotografia ricordo. Il gruppo nacque in una sera dell’ultimo dell’anno del 1939, quando i dodici amici si trovarono nella sala del caffè della stazione di Reggio Emilia: il luogo era triste; la guerra, iniziata in Europa, già incombeva sull’Italia; un senso di precarietà e di “pericolo” avvolgeva nell’incertezza il loro futuro. I giovani presero allora l’impegno solenne di ritrovarsi ogni dieci anni “perché ognuno potesse raccontare cosa gli era accaduto”1. Mantennero fede alla promessa e si trovarono dieci anni dopo, nel 1949, in undici, poiché uno di loro era morto; continueranno a riunirsi anche negli anni seguenti, dopo la scomparsa di Comparoni, per mantenere viva la sua memoria. Saranno proprio questi amici gli unici in grado di fornire le poche notizie biografiche su Ezio:  da essi apprendiamo anche che Comparoni influenzava in modo determinante le scelte culturali di tutto il gruppo, indirizzandoli verso la letteratura straniera, soprattutto quella inglese ed americana, di cui era in grado di citare interi brani a memoria. I suoi vasti interessi culturali, congiunti alla vivacità intellettuale lo rendevano avido di letture, per cui intrecciava con gli amici, come essi stessi testimoniano, complicati scambi di libri, che egli quasi mai restituiva, o riconsegnava privi delle pagine bianche e fitti fitti di sue annotazioni. Nella cittadina, infatti, dove i giorni trascorrevano lenti e monotoni, la lettura rappresentava l’unica possibilità di evasione. D’Arzo ne rivendicava il ruolo consolatorio già per l’infanzia, nel suo saggio critico su Stevenson, quando afferma espressamente che il libro può dischiudere al bambino un mondo di sogno ricco di emozioni e sentimenti; egli riconosce allo scrittore scozzese il merito di avere inventato un’isola sapendo: “Che grande valore essa può mai avere alle volte, soprattutto quando si è bambini, malati, e all’intorno non ci sono che le nere strade di una vecchia città”.2 Appare evidente che nel chiuso ambiente provinciale, dove rare o inesistenti erano le occasioni culturali, la lettura diventava ancora più importante, dopo l’adolescenza, quando rappresentava non solo un passatempo, ma il principale mezzo formativo. Tale almeno era sentito dal gruppo di giovani reggiani che si riunivano intorno ad Ezio Comparoni, i quali si rivolgevano ai libri con interesse appassionato, desiderosi di affacciarsi al mondo, consapevoli che la lettura poteva rompere le barriere e dare loro una percezione più ampia e profonda dei problemi dell’uomo e dell’esistenza: “Leggevamo già il vecchio Conrad, e il vecchio Melville, e Cechov: ci salutavamo alle volte citando una frase di Lord Jim o di Bartleby, e per scrivere una novella alla Cechov avremmo dato ogni cosa e anche più. ‘Che umanità…che umanità’ dicevamo, ed eravamo magari capaci di organizzare in settimana un convegno con l’intervento di qualche quarto di gloria locale.” , dice l’autore nell’autobiografica premessa a Nostro Lunedì3, suo ultimo romanzo, rimasto allo stato di mero abbozzo. Essi, infatti, trascorrevano insieme i pomeriggi fra il 1938 e il 1941 “ sui gradini del Caffè Centrale in Piazza del Monte, e intere, lunghissime serate nella sala interna di quel caffè o seduti nella distesa del Cibotto, sotto i portici del Teatro Municipale”,4a discutere di letteratura e cinema. Era soprattutto la letteratura americana, conosciuta attraverso le traduzioni di Pavese e di Vittorini (Americana, era la loro “Bibbia”), a colpire ed affascinare l’animo dei giovani, come espressione di un mondo “nuovo diverso, soprattutto libero”5.. . Nonostante, però, le lunghe e periodiche discussioni con gli amici, Ezio non parlava quasi mai di questioni ideologiche, né strettamente filosofiche: amava, invece, indagare la tecnica dello scrittore e il processo costruttivo dell’opera, evitando con cura le indagini psicologiche, forse nel timore di lasciare trapelare, per quanto indirettamente, qualcosa di sé. Per lo stesso motivo  disprezzava la psicanalisi e ne parlava con sarcasmo, probabilmente perché la sentiva “come un nemico, capace di gettare luce nei più profondi recessi della sua anima, e svelarla traumaticamente”6.

1 Mosti, Augusto, Il gruppo dei dodici nacque al bar della stazione, Reggiostoria, 1981, n°1, pp. 41-42

2 L’Isola di Tusitala, “Paragone”, a. I, n. 6, giugno 1950. Contenuto anche in Contea Inglese, pag.45.

3 Premessa a Nostro Lunedì, in Nostro Lunedì, a cura di R. Macchioni Jodi, Vallecchi, Firenze, 1960, pag. 241.

4 Mosti, Augusto, Il Gruppo dei Dodici nacque al bar della stazione, “Reggiostoria”, 1981, n.1, p.40

5 Ibidem

6Magnani, Paolo, Il male oscuro di Ezio Comparoni, in AA. VV. Silvio D’Arzo uno pseudonimo per legittima difesa,1994,p.103.

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Silvio D’Arzo: la nascita, l’ambiente, la formazione letteraria.

 

La vita di Ezio Comparoni, meglio noto come Silvio D’Arzo, sembra appartenere al protagonista di un libro dell’amatissimo Henry James: straordinariamente “priva di fatti”, secondo la felice formula di Pietro Citati1. Egli nacque nel 1920 da Rosalinda Comparoni e da padre ignoto, a Reggio Emilia, dove trascorse la sua breve esistenza accanto alla madre in un isolamento vissuto come un “volontario esilio”2. Quasi simbolo di questo isolamento fu lo “stanzone” di via Aschieri n°4, il luogo in cui Ezio crebbe, studiò, scrisse, trascorse gran parte della sua vita appartata, sempre cercando di sottrarla allo sguardo indiscreto di estranei e conoscenti, come timoroso di mettere allo scoperto la sua intimità. Sappiamo che egli, vergognoso del suo misero alloggio, sommariamente arredato da un letto, un fornello, un tavolo, con la legna da ardere addossata alle pareti, la stufa di ferro col tubo che attraversava la stanza per meglio riscaldarla, libri e altre cose per terra, in casse da imballaggio, riceveva chi andava da lui sul pianerottolo, dopo essersi prudentemente chiuso la porta alle spalle, non permettendo neanche agli amici di fargli visita. Agli allievi dava ripetizioni nello studio di un amico.3 Non mancarono, tuttavia, in questo ambiente povero d’incontri, alcuni legami che ebbero una grande importanza nella vita culturale ed affettiva del giovane: innanzitutto l’affetto profondo e costante che lo unì alla madre, poi i vincoli d’amicizia che egli strinse, ormai adulto, con un gruppo di giovani reggiani, cui si aggiunsero il particolare rapporto, fatto di fiducia e di stima, attraverso lo scambio epistolare, durato dieci anni, con il suo editore Vallecchi, e quello con il critico Emilio Cecchi; infine, negli ultimi anni della sua vita, il sentimento che nutrì per Ada Gorini.

La madre

La figura dominante nella vita dello scrittore fu senz’altro la madre, Rosalinda Comparoni, originaria di Cerreto Alpi, sull’appennino reggiano. La donna, che, priva di un’occupazione stabile si barcamenava in qualche modo anche leggendo carte e tarocchi nei giorni di mercato (dopo aver fatto inizialmente la cassiera in un cinema cittadino), con difficoltà riusciva a provvedere con quelle misere entrate ai bisogni suoi e del figlio. È lo scrittore stesso, nel racconto L’aria della sera, a parlare del “lunario di tutta Quaresima” che madre e figlio dovettero vivere insieme”.4 Questa povertà, che certamente costituì per entrambi un’incessante fonte di precarietà e di umiliazioni, aggiunse però anche nuovo stimolo al reciproco sentimento di appartenenza, che li portò quasi ad escludere il resto del mondo, dando significato alla loro vita insieme. Scriveva D’Arzo al suo primo (ed unico) editore, Vallecchi, in occasione della morte del padre di lui, Attilio Vallecchi: “Se mi dovesse morire mia madre, credo che odierei il mondo intero: e nei momenti di dubbio, quando sono alle prese con difficoltà letterarie e sento la mia dappochezza, mi rimprovero subito, al pensiero che ho mia madre e che la realtà che vale è solo quella”.5 Rosalinda Comparoni, sebbene fosse una povera ed umile donna del popolo, fu capace di intuire le straordinarie doti intellettuali di Ezio  indirizzandolo verso la cultura e la letteratura, che le apparivano come una nobile conquista, un superbo riscatto della sua condizione familiare e sociale. Ella lasciò una profonda impronta nella vita e nell’opera del figlio, che ne parla come di una “grande e irraggiungibile madre provinciale”6. Non rimase priva di influssi sul figlio neppure la sua loquacità vivacissima, che procedeva spesso per sentenze, con venature ironiche e ricchezza di immagini; così come non rimasero privi di echi, almeno nell’opera di lui, altri aspetti della personalità della madre come la religiosità. Rosalinda Comparoni era cattolica praticante e seguiva, con uno scrupolo che le veniva forse anche dalle consuetudini paesane, i riti liturgici; ma la sua era una religiosità “in bilico tra superstizione e fede, quelle stesse che D’Arzo fa rivivere in Casa d’altri, nel suo duplice carattere di ingenuità e ineluttabilità nella figura di Zelinda”.7

1 Citati, Pietro, Scrisse un racconto perfetto e morì a trentadue anni, “Il Giorno”, 31 marzo 1961.

2 Gianolio, Alfredo, Il mito dell’isola in Silvio D’Arzo, Contenuto in AA. VV.Silvio D’Arzo, uno pseudonimo per legittima difesa, Atti del convegno “Pomeriggio Ezio Comparoni” (Corte Tegge, 11 marzo 1994), Editrice Bertani & C. Reggio Emilia, p.43.

3 AA.VV.Testimonianze e riflessioni, Silvio D’Arzo uno pseudonimo per legittima difesa.

4 Biondi, Marino, Silvio D’Arzo e il mito della provincia, nel vol. Silvio D’Arzo, lo scrittore e la sua ombra,Vallecchi,1984, p.19.

5 S. D’Arzo – E. Vallecchi: Carteggio 1941-1951. “Contributi”, Reggio Emilia, 1977.

6 S. D’Arzo – E. Vallecchi, op. cit. p.86.

7 Lenzi, Anna Luce, Silvio D’Arzo.(Una vita letteraria), Reggio Emilia, 1977, p.12.

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