C’è un episodio, che vorrei richiamare, nel quale Riccardo è obbligato a constatare direttamente la sua ontologica impossibilità di ottenere o di trasformare qualcosa. E’ quello dell’incontro con Nemo, dopo che questi, per difendere il fratello, ha dovuto picchiare e respingere Arseni. E’ Nemo stesso che cerca di parlare a Riccardo, per giustificarsi. Mentre camminano uno di fianco all’altro nella strada, cresce l’insofferenza del ragazzo, insieme a una sensazione diffusa di assenza e di stanchezza che, del resto, non lo abbandona mai. La vetrina di un cinema gli ricorda la sua magrezza, e contemporaneamente egli non può fare a meno di considerare il corpo massiccio di Nemo, le sue grandi mani. Sembra che Riccardo stia cercando di raccogliere in uno sforzo estremo tutta l’energia, poca, di cui può disporre per sfogare la sua rabbia e la sua ribellione, ma tutto risulta assolutamente esiguo e insufficiente. Perfino la sua voce non riesce ad oltrepassare il limite di un tono infastidito, lamentoso, profondamente offeso ma mai veramente imponente:
Riccardo alzò allora un po’ la voce, contrariato o esasperato forse.
– Ma perché parlare sempre d’Enrico? – gridò quasi…
– Basta – disse ancora, ma questa volta a voce anche più bassa, col tono che si usa a volte coi bambini.
Nel fare appello alle proprie energie Riccardo sa anche che esse lo sosterranno solo per un attimo, come una riserva minima:
Ormai la stanchezza stava per lasciargli momentaneamente testa e sangue… ma avvertiva già d’ora che, avvenuto lo scoppio d’ira fra un secondo, egli sarebbe poi tornato ad essere soltanto un’ombra d’uomo che sa solo d’essere sfinito, e che cammina.
E veniamo senz’altro al momento culminante del capitolo, quello in cui Riccardo, esasperato, animato da un fiotto residuo di vitalità, affronta assurdamente Nemo per ottenere chissà quale giustizia o vendetta. La scena è emblematica e va riportata:
Gli si scagliò incontro con le dita aperte, artigliandogli quasi il maglione azzurro con un riaffiorato desiderio d’infranger vetri e spezzettar radici, e cercando disperatamente qualche ricamo o tasca, forse un bottone, perché le sue mani potessero fermarsi e magari entrare, e non essere invece solo qualcosa di furiosamente innocente ed infantile, scivolando impotenti poi lungo la maglia e perdendosi infine chissà dove…
-Arseni mi ha dato la musica – gridò – mi ha dato tutta la musica e i violini; sanguina ancora tutto per il letto. –
Riccardo si muove e agita violentemente ma è assolutamente incapace di ferire o di offendere; le sue dita devono cercare un ancoraggio o un aggancio qualsiasi nel petto di Nemo, e tutto ciò dà l’idea di una realtà fluttuante che lo imprigiona, che gli impedisce di possedere le cose e di sentirsi parte di esse; la sua incapacità – levità – inerzia non è decritta, ma espressa narrativamente con un’evidenza che dà tutta la misura dell’angoscia di chi si accorge della propria sbagliata natura.
Tutto il romanzo è un’esibizione della dolorosa stanchezza di Riccardo, un senso di sfinimento dal quale egli non riesce a liberarsi se non in qualche rarissimo momento, un’astenia fisica e morale che suggerisce l’immagine di un corpo disegnato nell’aria. Alla ricerca silenziosa e disperata del vecchio e del ragazzo, alla condizione di emarginazione nella quale si pongono si addice la loro corporeità minima.
I loro sforzi tendono poi a proiettarsi lungo una dimensione verticale: la ricerca di una casa situata molto in alto, …magari a un quinto piano e anche più su.
Una metafora del volo sarebbe l’ideale continuazione di quella precedente, la sua risoluzione piena. Ma, come ho già detto, la condizione dei protagonisti viene bloccata, la tensione è sempre fallimentare, senza compimento.
La metafora dell’immaterialità e del vuoto si estende naturalmente anche agli ambienti descritti nel libro: a partire dalla prima scena, quella degli imbianchini impegnati a pitturare una stanza
…quasi chiesastica, immensa, non da uomini…, le cui voci bastavano, troviamo scritto, …a far capire che all’intorno, lungo le pareti al centro, non c’erano né armadi né tavoli né cuscini od altro, e che un comò, da solo, lasciato da una parte come dimenticato o trascurato, sarebbe sembrato in quel vuoto una strana cosa, e forse inverosimile…,
alla prima descrizione della casa di Arseni:
E niente più sulla tavola o altrove, fra le mensole, pareva ancora esistere nella sua solidezza o consistenza…,
a quella dello studio di Piadeni:
…quella strana luce violetta nello studio, che pareva nascere appunto dalle cose e rendeva gli oggetti e le idee quasi fantastiche: una luce violetta, come hanno a volte vecchi gioiellieri, che ricordava certi strani silenzi e certe pause, dando allo studio un aspetto di irrealtà, tanto che anche le mani dell’uomo, abbandonate quasi sullo scrittoio, sembravano non aver toccato mai le cose, o, avendole sfiorate di sfuggita, non ricordassero più niente ora di loro.
Seguiranno le altre parti del saggio nelle settimane successive.
Trascendenza, leggerezza, rarefazione: parte II
20 marzo 2014 di Andrea Chesi
di Andrea Chesi
Anche nel romanzo Essi pensano ad altro il mito della fanciullezza torna con la consueta carica metaforica.
C’è, nella personalità dei due protagonisti, soprattutto in quella di Arseni, qualcosa di irrimediabilmente infantile: ”Arseni non rispose al ragazzo una parola, ma s’accontentò di atteggiare le sue labbra a mestolo, incerto forse e un poco rincresciuto e quasi offeso. Egli aveva un modo infantile e primordiale di manifestare i suoi sentimenti più marcati, con implacabile serenità e innocenza, specialmente la paura era in lui qualcosa di grosso, di corposo, come in un bimbo sano e senza sogni.”
Si può dire con più precisione, che il modo con cui il vecchio e il ragazzo cercano l’isolamento passa attraverso un processo di eliminazione di attributi – vincolanti, rigorosi- caratteristici della vita dell’adulto.
È significativo che la ricerca dei due non si configuri nei termini di una lotta, di una battaglia da condurre contro qualcuno, ma soltanto come desiderio di silenzioso allontanamento. Non c’è spazio per atteggiamenti arroganti, c’è soltanto l’imperativo del distacco, sentito come l’unico possibile modo di essere.
“Arseni li guardava attorno a sé, senza collera o stupore… pieno di quella sua incomprensibile innocenza che sconcertava o esasperava tutti… ma l’astio cresceva in loro e li prendeva per quella serenità del vecchio, quasi d’altri mondi o cieli che impediva di giungere fino a lui”.
Questo modo d’essere, D’Arzo ha creduto opportuno presentarlo con caratteristiche simili a quelle di una personalità infantile, perché l’estraneità del bambino al mondo delle convenzioni non è trasgressione o provocazione, ma assoluta spontaneità.
“C’era adesso qualche cosa di vagamente infantile nella stanza, e come un po’ d’odore di lontana infanzia dissepolta da un mucchio di disegni o di ritratti, o un ricordo anzi d’antico innocente giuoco, quasi d’angeli, che ora si volesse ripetere per scherzo. Riccardo e il vecchio, infatti, ascoltavano in camicia accanto all’uscio con una cauta complicità di ragazzo sveglio la notte di befana.”
Ma anche nel caso di Arseni e Riccardo nessuna trascendenza può compiersi (trascendenza perseguita anche fisicamente, in un appartamento situato molto in alto “…magari a un quinto piano e anche più su.”): l’esistenza concreta e “terrena” degli altri uomini pone dolorosi ostacoli alla loro ricerca che risulta perciò sfasata, sbagliata, impossibile.
Per quanto riguarda l’Osteria i riferimenti sono altrettanto evidenti.
Assai frequentemente D’Arzo definisce “ vecchi bambini” gli uomini di Sivilek. La metafora dell’infanzia coinvolge quasi tutto il gruppo umano del racconto, ma, come al solito, in maniera parziale. È presente un principio di slancio, di affrancamento, nelle esistenze innocentemente e lievemente bestiali dei partecipanti alla festa, slancio che rimane però come un presentimento o un ricordo, come una luce morta.
L’innocenza assoluta e invincibile della bambina Maghit è invece un punto d’arrivo, simile alla dimensione di pura libertà che è la realtà del Funambolo nel Buon corsiero.
Viene abbastanza spontaneo leggere sinotticamente Buon corsiero e Osteria.
Accanto al Funambolo-diavolo del primo, si pone l’uomo misterioso e senza nome venuto a turbare la malinconica allegria dei pescatori, nell’Osteria. Maghit, subito fiduciosamente attratta dall’uomo, ripete, evidentemente, il personaggio di Lauretta. Lepic è Lelio, scettico ma, in fondo, superstizioso, fortemente infastidito e irritato dalla familiarità con cui il nuovo venuto riesce a parlare e a giocare con la bambina. La sua irritazione è esagerata, sfasata rispetto alla placida serenità d’altri mondi dell’uomo: “ ma parla di fiori azzurri e gialli” gridò poi… “di fiori gialli e verdi, mai visti io!”.
Infine l’Osteria si conclude, come il Buon corsiero, con una scena di caccia all’uomo; Lepic e lo staffiere, diffidenti e ostili, all’inseguimento di un altro angelico o diabolico Funambolo.
Seguiranno le altre parti del saggio nelle settimane successive.
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