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Archive for the ‘scrittori reggiani’ Category

Gli animali fantastici di Ermanno Cavazzoni

L’ultimo libro di Ermanno Cavazzoni, Guida agli animali fantastici, finalista al premio Chiara, più che una raccolta si potrebbe definirlo un itinerario originale che ripropone un repertorio di animali più o meno fantastici alla maniera degli antichi bestiari.
Un’ironia giocosa pervade il testo che propone una classificazione di animali a partire da autorevoli fonti di autori classici: da Plinio a Licino Muciano, da Eliano a Luciano di Samòsata, ad Aristotele .
Ritroviamo, quindi, i prodigiosi esseri che circolavano nel mondo antico: l’ippocentauro; la manticora; la remora che ha il potere di fermare tutto (se si attacca alla chiglia di una nave, la nave non va più avanti), anche le cause legali, impedire le nozze, ma può essere usata positivamente, dice Plinio, per evitare un parto prematuro; le sirene dall’aspetto di maliziose ragazze (ma è solo la parte emergente sul mare, perché sott’acqua sono pesci e non hanno organi genitali, ma un’unica cloaca come le rane, il loro famoso petto sono solo bolle di galleggiamento e l’aspetto di donna è un caso di mimetismo animale); l’ircocervo, l’onocentauro….
Ma in mezzo a loro, altrettanto fantastici, ci sono gli animali che sono rimasti e si incontrano comunemente: il pollo, ad esempio, con il suo sguardo sospettoso e un po’ sprezzante, o le formiche, sempre di corsa e preoccupate per la crisi economica, la cicala che “effettivamente passa l’estate a cantare, ed è falso che poi d’inverno vada a chiedere il cibo alla formica […] perché la cicala si nutre di rugiada […] [e] urla sempre la stessa canzone […]che è un’affermazione, una specie di sì ripetuto, sì, sì, sì che è anche il suo modo di pensare, che cioè tutto va bene, su tutti i fronti e che al mondo ci vuole dell’ottimismo”.
Man mano poi che ci si addentra nella narrazione, ci si accorge che questi animali presentano peculiarità e vizi propri dell’odierna umanità. Così, “l’uomo che si accompagna a una scimmia deve poi patirne la vanità. Lungi dall’essere una brava moglie, la scimmia si pittura la faccia, si dà il rosso alle labbra e tenta di arricciarsi i capelli in testa anche se non ce li ha, anzi per questa mancanza se la prende con il marito, lo pizzica, gli fa vedere la testa coi pochi peli e grida in modo significativo, per incolparlo”. Per contro, talvolta è l’Uomo che possiede tratti animaleschi: si veda, a tal proposito, la descrizione degli etiopi. “Paolino di Nola, vescovo, nel suo Epistolario, quinto secolo dopo Cristo, dice che gli etiopi sono neri non solo perché cotti dal sole, ma per gli orrendi peccati che compiono in continuazione. […]Paolino di Nola non poteva saperlo ma la sua idea è più vera che mai anche oggi; infatti i luoghi maggiori di peccato sono le coste marine nei mesi di luglio e di agosto, dove la gente arriva pallida e incomincia a peccare, e poiché contemporaneamente si cuoce al sole, come fanno gli etiopi, l’anima si fa nera mano a mano che anche la faccia, che è lo specchio dell’anima, diventa nera”.
Nonostante i suoi limiti e le evidenti carenze, però, il più fantastico tra tutti gli animali resta comunque l’uomo, si legge nel racconto conclusivo: senza piume, a due gambe, ma testimone unico del grande spettacolo dell’universo, “che guarda in cielo e dice: cosa sono quei lumini sospesi? E risponde: le stelle. Perché nessun altro animale le ha mai notate, nel corso di tanti milioni di anni e di tante notti stellate che sono passate su questo pianeta.”

L’AUTORE. Ermanno Cavazzoni è nato nel 1947 a Reggio Emilia e vive a Bologna dove insegna “poetica e retorica” all’Università. È autore di vari libri di narrativa: Il poema dei lunatici (1987, ristampa Guanda, 2008) Le tentazioni di Girolamo (Bollati Boringhieri, 1991); I sette cuori (Bollati Boringhieri, 1992); Scherzo letterario da De Amicis; Le leggende dei santi (Bollati Boringhieri, 1993), traduzione scherzosa e infedele da Jacopo da Varagine; Vite brevi di idioti (Feltrinelli, 1994), Cirenaica (Einaudi, 1999); Storia naturale dei giganti (Guanda 2007); Il limbo delle fantasticazioni (Quodlibet, 2009) e Gli scrittori inutili (Guanda 2010). E’ anche sceneggiatore. Celebre la sua collaborazione con Fellini per La voce della luna (tratto dal suo primo libro Il poema dei lunatici). È stato con Gianni Celati e altri, ideatore e curatore della rivista “Il semplice”.

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L’anno scorso la casa editrice Quodlibet, a distanza di dodici anni dalla prima edizione Feltrinelli, ha riproposto all’attenzione dei lettori il fortunato romanzo Silenzio in Emilia dello scrittore reggiano Daniele Benati.

Accolto con successo di critica quando è uscito e vincitore di diversi premi, ultimamente il libro era divenuto introvabile.

Lieti per la ristampa, dopo le pagine dedicate a Silvio D’Arzo, proseguiamo la nostra rassegna sugli scrittori reggiani con questo autore a nostro avviso assai rappresentativo nel panorama letterario emiliano e non solo.

Silenzio in Emilia racconta dell’esperienza surreale di personaggi morti che “tornano indietro” nei luoghi della loro esistenza terrena per continuare quello che facevano in vita: “Ci sono molte credenze legate ai morti – dice l’autore stesso a inizio del primo episodio – che però in tempi moderni non valgono più. La gente non ci crede o non ci pensa, ecco il perché. Ma dice un tale dalle mie parti che i morti tornano spesso dove hanno vissuto, delle volte passandoci in treno di notte, oppure delle altre compiendo un’azione tipica della loro vita “.

Nel tornare al loro vecchio mondo, le anime, però, avvertono un attrito. Innanzitutto, perché non riconoscono più i luoghi familiari che adesso si sono modernizzati; in secondo luogo, perché non recepiscono la loro condizione metafisica. Questa inconsapevolezza è poi quella che dà origine a situazioni paradossali e spesso comiche, sottolineate da un lessico e da una fraseologia popolare o popolareggiante vivissimi, in cui l’impressione di linguaggio parlato viene restituita con l’utilizzo in chiave espressiva di ripetizioni, anacoluti, ellissi e attraverso la frammentazione del periodo.  Così a Baraldi gli hanno “tolto d’in mano la borsa”, mentre  il protagonista del terzo racconto dice: “vedevo tutta la scanalatura del petto. Vedevo il petto della moglie di Afro che sembrava morbido e profumato, e mi è venuta voglia di metterci il naso in mezzo e di annusare, che però non l’ho fatto”. Si aggiungono poi altre tipiche espressioni dell’oralità reggiana come: “ Veh, Cagnolati!; “è andato là a scuriosare”; la loro società era andata a ramengo”; “Ah, non lo so mica”; “Venga un canchero al Mecco”, ecc.

Il mimetismo linguistico, poi, insieme all’accurata selezione onomastica tutta rigorosamente reggiana dei Badodi, dei Cigarini, degli Ascari, dei Soncini è assai funzionale a renderci familiari questi eccentrici che ci appaiono come lo specchio di un’emilianità concreta e insieme originale, testarda, scontrosa ma anche bizzarra e un po’ strampalata.

Ma la soglia bassa della prospettiva narrativa e il ‘non sapere’ dei personaggi serve soprattutto, stando sempre alle parole dello scrittore, a ridare dignità alle cose banali della vita a cui normalmente non si fa caso: il fantastico di Benati non si manifesta dunque nello straordinario ma nell’ordinario, che viene così sottratto all’automatismo della percezione.

E proprio a partire dalla configurazione del paesaggio, la realtà circostante non ha più niente di consueto: ci si smarrisce in luoghi aperti e “distese di niente”, si fatica a trovare l’orientamento in strade che sembrano tuffarsi lontano in un banco di nebbia, ci si trova immersi in un silenzio irreale che avvolge tutte le cose.

Spazi metafisici e silenzi irreali rappresentano dunque i correlativi oggettivi della condizione sospesa di queste anime in un non-luogo posto a mezza via tra questo mondo e l’aldilà. Nelle avventure di questi morti che tentano di rivivere il loro passato e di cavarsela con “mezzi un poco al di sotto del bisogno“, emerge allora e intensamente il senso della tragicità dell’esistenza. Un tragico che non tocca mai le vette della disperazione ma che nondimeno si percepisce proprio a partire dal quotidiano avvertimento del contrario.

Per porre fine a questa situazione di incertezza, per lasciare definitivamente questa dimensione che pare una dimensione purgatoriale più che infernale, come invece è stato detto e come credono molti dei protagonisti del libro (“ho capito che stavo per morire come i peccatori di Dante Alighieri all’inferno”), è necessario, però, che i personaggi dei racconti rivivano la loro morte, cosa che puntualmente avviene a fine di ogni racconto.

Solo l’undicesimo e ultimo episodio, intitolato Tema finale, che l’autore ci ha detto essere la cornice narrativa dell’intero volume e la chiave interpretativa di tutte le storie, si conclude in modo diverso, con il protagonista, il figlio di Socetti, che va in Paradiso.

E ci va tenendo la bicicletta per mano, sotto la banalissima luce dei lampioni, mentre legge il tema alla sua guida, la compagna di classe di cui in vita era segretamente innamorato, che, guarda caso, di cognome fa Portinari come la Beatrice dantesca.

Alla fine, come direbbe Silvio D’Arzo, “non ci sono paradisi: umano il cercarli, umanissimo il crederci, ma di un triste ridicolo il trovarli davvero“.

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