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Archive for the ‘scrittori emiliano-romagnoli’ Category

D’Arzo, Bertolucci e l’Appennino. Cosa rappresenta questo territorio per lo scrittore e per il poeta? Cos’hanno in comune? E’ quello che il sindaco di Collagna, Paolo Bargiacchi, e la curatrice, professoressa Clementina Santi, col convegno del 16 agosto a Cerreto Alpi, per il sessantesimo anniversario della morte dello scrittore reggiano, invitando Elisa Bondavalli (L’Appennino tra D’Arzo e Bertolucci), Gabriella Palli Baroni (Paesaggio d’Appennino profondo nella poesia di Attilio Bertolucci), Stefano Costanzi (Casa d’altri: la pratica della scrittura e la scrittura come etica in Silvio D’Arzo) e Alfredo Gianolio (Divagazioni intorno a Casa d’altri e dintorni), si sono proposti di indagare.
Cerreto Alpi per D’Arzo, lo ricordiamo, è il luogo nativo di sua madre, quella Rosalinda Comparoni che aveva dovuto abbandonare i suoi monti per trasferirsi in città e allevare tutta sola il figlio illegittimo che portava in grembo, che poi le renderà il suo supremo omaggio di scrittore immortalando lei e il suo paese natale nel capolavoro Casa d’altri.
Anche Casarola, nell’Appennino parmense, per Bertolucci è testimone di un profondo legame ancestrale: qui si trova la casa di famiglia costruita e poi abitata da generazioni prima di lui, come ci racconta in chiave epico-lirica ne La camera da letto.
Luoghi d’origine, quindi, ma, ancor di più, come ho evidenziato nel mio intervento, luoghi archetipici, nel loro essere remoti, impervi, resistenti; luoghi dove la fatica di vivere, soprattutto in passato, poteva diventare così alienante da essere uguale a quella degli animali, e pertanto non degna di essere vissuta (Casa d’altri); luoghi dove la pazienza è il valore essenziale e morale, perché atavica capacità d’adattamento, che nella sua prerogativa di tenacia per il compimento di un’opera, anche ordinaria come il restauro di un tetto, o di dedizione ad una mansione, anche umilissima, come quella di raccoglitrice di patate, diviene l’unico baluardo possibile all’assedio del tempo (Bertolucci).
E ancora, l’ho voluto sottolineare, luoghi epifanici, dove si può anche pensare di trovarsi ai confini del mondo (sempre Casa d’altri); dove il paesaggio acquista significato anche semplicemente attraverso gli accesi colori autunnali che la morta stagione si appresta ad inghiottire, quando “… un cielo vulnerato qua e là da lame preautunnali nell’ardore del giorno ci parla dell’approssimarsi di una stagione non mite” (Bertolucci, da Viaggio d’inverno), diventa correlativo oggettivo della nostra condizione umana.
Il convegno, quindi, come occasione non solo per ricordare due dei maggiori e più originali esponenti della nostra letteratura, ma un’opportunità per riscoprire i nostri posti, per guardarli con occhi diversi e nuovi, come ha confermato anche l’organizzatore, Paolo Bargiacchi, che si è dichiarato molto soddisfatto dell’esito dell’evento e della numerosa affluenza di pubblico:
P.B. “ Abbiamo dato vita a una buona, e a me pare anche riuscita, nonché doverosa e dovuta iniziativa insieme all’Associazione scrittori reggiani. Ho apprezzato la profondità e la serietà dei vostri contributi: voi oratori eravate di assoluta qualità nel panorama di quelli che si occupano specificamente di questi due scrittori”.
D- E’ stato anche un grande, e forse inaspettato, successo di pubblico…
P.B. “Sì, la grossa partecipazione in un giorno come il 16 di agosto, anche se forse era appetibile venire a trascorrere un pomeriggio in montagna, in un luogo così fortunato dal punto di vista ambientale, oltre a testimoniare quanto ormai D’Arzo sia sempre più conosciuto, mi conferma la validità di questa iniziativa.
A un sindaco, infatti, spetta il compito, tra gli altri, di trovare e fornire nuovi spunti e nuove scintille per far amare i luoghi che amministra, oltre che curarne, ovviamente il buon governo.
Promuovere, dunque, un incontro che faccia riscoprire queste case e questi paesaggi attraverso le parole di un grande, grande davvero (purtroppo strappato alla vita in troppo giovanile età – a soli 32 anni – da una forma di leucemia che la medicina oggi avrebbe potuto guarire) corrisponde sia a diffondere la conoscenza di uno scrittore locale che ha saputo portare il proprio luogo d’origine nel panorama di quelli nazionali e non solo (pensiamo alle traduzioni di Casa d’altri in inglese, francese e tedesco, perfino in olandese, come ci ha mostrato Costanzi), sia a suggerire a tutti coloro che hanno voluto fare questo percorso attraverso le voci dei relatori, uno sguardo diverso, nuovo, oserei dire, e lo dico, “letterario” di questi luoghi (penso che non sia casuale che in questo piccolo, grande paesino, possiamo annoverare in poco più di mezzo secolo oltre a Silvio D’Arzo, un passaggio importantissimo e frequenti, successivi ritorni di Cesare Zavattini; qui sono le origini di Joe Sentieri; qui è la dimora e il rifugio prediletto per l’elaborazione di ogni nuovo progetto di Giovanni Lindo Ferretti). Cerreto viene così a rappresentare un po’ la storia di tantissimi campanili italiani nel Bel Paese, che è quella parte un po’ speciale d’Europa dove la cultura e il paesaggio hanno trovato una fusione di notevole interesse. Con questa iniziativa, infine, vorremmo imboccare un sentiero da percorrere e recuperare poi in molti modi: non solo invitando studiosi a conversare di D’Arzo e di Bertolucci nei loro paesi d’origine, Cerreto Alpi di Collagna e Casarola di Monchio delle Corti, tra l’altro entrambi appartenenti oggi al Parco nazionale dell’Appennino tosco- emiliano, ma, proseguendo un fantastico (ma mica tanto) dialogo tra lo scrittore e il poeta (si erano conosciuti, stimati e frequentati) potremmo anche pensare al profilo specifico di una letteratura appenninica. Intanto, ci è piaciuto ospitare non solo studiosi, ma anche le opere di pittori che hanno ridetto in disegni e colori le atmosfere e i personaggi dei suoi racconti e, infine, rivestire delle citazioni di D’Arzo, anche solo di alcune sue frasi, i muri di queste case, segnando un percorso attraverso il borgo che abbiamo voluto giustamente chiamare Pagine di Pietra.
D- E’, infatti, molto bella l’idea delle Pagine di pietra, i pannelli con le parole che in Casa d’altri ritraggono Cerreto, appesi ai muri delle case come fogli di romanzo, così come è stato fatto a Casarola con i versi di Bertolucci. Inoltre, come ha accennato Lei prima, è stato possibile vedere nel fienile di Giovanni Lindo Ferretti la collezione permanente di quadri dell’Istituto D’Arzo di Montecchio Emilia, che merita una visita anche solo per la triste, solitaria capra nell’aspro paesaggio serale di Nani Tedeschi.

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IL SEGNO E LA VOCE: VITA DA ARTISTA

Il mondo di Alfredo Gianolio

 Il segno e la voce: vita da artista, documentario di Nicola Nannavecchia, narra il viaggio di Alfredo Gianolio nell’arte e nella cultura emiliana, soprattutto reggiana, dal dopoguerra ad oggi.

Alfredo Gianolio, avvocato, scrittore, giornalista, classe 1927, amico e collaboratore di Cesare Zavattini e di molti altri artisti, in questo filmato della durata di 90 minuti circa, ci guida alla scoperta del territorio e della gente attraverso racconti, opere e movimenti artistici nati nella nostra terra.

E’ un viaggio autobiografico che parte dal Po di Ligabue e dalla Luzzara di Zavattini, con sosta nelle osterie dei pittori naifs e visita ai luoghi contemporanei dell’arte, passando per Vetto, dove aveva la sua residenza estiva Luciano Anceschi, per giungere infine agli incanti paesaggistici dell’Appennino di Silvio D’Arzo.

Sullo sfondo di questi nostri luoghi, suggestivamente fotografati da Nannavecchia, gli incontri sono tanti, ma non ci si deve spaventare. Perché se è vero che la parola documentario evoca spesso un sentimento di noia, ci si accorge subito, invece, che quelle di Gianolio sono delle conversazioni tra amici che di queste hanno tutta la spontaneità e l’immediatezza, grazie anche alla capacità del regista di individuare e quindi di proporci i passaggi più significativi.

Ecco allora che pittori come Davide Benati, Nani Tedeschi, Alfonso Borghi, Galliano Cagnolati, Ermanno Beretti, scultori come Graziano Pompili, scrittori quali Cavazzoni e Nori ci parlano della loro opera e del senso di appartenenza alle loro radici. Critici come Massimo Mussini o Tullio Masoni ci offrono un supporto teorico alla nostra cultura. Festanti e Farioli ci spiegano l’attività delle istituzioni culturali della nostra provincia e ci rivelano il capitale nascosto del nostro patrimonio. E nemmeno manca la testimonianza di chi ha condiviso le esperienze artistiche con questi artisti come la recentemente scomparsa Paola Ghirri, moglie del “fotografo della luce”, Luigi Ghirri, oppure Annamaria Ternelli Gerra. E ancora: i movimenti culturali nati qui ma che hanno avuto risonanza nazionale come quello di Mulino di Bazzano (Parma), nella corte rurale di Corrado Costa, il gruppo avanguardistico di cui faceva parte anche Spatola: il laboratorio di sperimentazione poetica più importante della neoavanguardia, che “ha portato la cultura fuori dai territori protetti e dagli spazi claustrofobici della pagina scritta per aprire la scrittura – come dice Niva Lorenzini – a interferenze con esperienze verbovisive e fonetiche”.

Se a Nannavecchia chiediamo cosa lo ha spinto a cimentarsi in questa lunghissima e impegnativa avventura della durata di ben quattro anni, ci sentiamo rispondere che intanto lui, barese d’origine, considera Reggio come la sua seconda città. Poi l’incontro con Gianolio alla fine del 2007 e con gli amici del Centro Poesia CulturaArte che gli hanno chiesto se fosse interessato a fare un documentario che voleva essere anche e soprattutto un omaggio ad Alfredo. Questa è stata l’occasione. Poi dice alla presentazione del video: “io mi sono veramente innamorato del personaggio Gianolio e ho aderito con entusiasmo al progetto, anche se debbo dire che poi è stato veramente impegnativo realizzarlo; ma il privilegio di trascorrere questi quattro anni accanto ad Alfredo è stato veramente grande”.

Gianolio, invece, si dichiara ancora sorpreso di se stesso di fronte alla realizzazione del suo documentario. “E’ come se mi fosse franata addosso questa richiesta da parte di tante persone – confessa al numerosissimo pubblico presente in sala – Per quale motivo, mi chiedo? Penso che il motivo principale sia quello della mia vecchiaia. La vecchiaia non è poi quel male che dicono. Ha anche dei vantaggi…Uno, ad un certo punto, si sente come una sorta di archivio ambulante, ha tanti ricordi, tante riflessioni che a volte sembra che siano sepolte, ma poi riemergono improvvisamente. E c’è anche un’altra cosa che mi dà una certa soddisfazione: il fatto di essere anziano, ma anziano con una qualifica speciale, quella di ottuagenario (si pensi al celebre romanzo di Nievo, per esempio). Infine, alcune cose, alcune avventure, capitano anche per caso… O forse tutto parte da due incontri importanti nella mia vita e ai quali mi ricollego: uno è Cesare Zavattini che ho conosciuto quando lui veniva a Luzzara. Veniva a Luzzara tutte le volte che i suoi impegni, anche internazionali, glielo permettevano, perché era il posto dove si trovava meglio. Gli piaceva frequentare non degli intellettuali o degli uomini di cultura ma della gente semplice. E io mi vanto di aver fatto parte di questo gruppo di gente semplice con la quale andavamo nelle trattorie che sono lungo il Po e specialmente dai Nizzoli a Villa Strada. Per questo Nizzoli non poteva mancare nel documentario… Zavattini è importante anche perché è stato uno dei primi intellettuali che si possano definire d’avanguardia. La sua è un’avanguardia letteraria che non si esaurisce nel formalismo o nel Kitsch o nella volontà soltanto di sorprendere, ma scava in profondità nell’animo umano, della società per riscattarsi in modo autonomo, in modo creativo. E’ una commistione di realismo e irrealismo Di quotidianità e fantasia. C’è questo rapporto che ha reso le sue opere ancora tanto interessanti. Poi ho avuto anche la fortuna di conoscere uno scrittore, ma anche cineasta e documentarista: Gianni Celati. Lui anni fa era tra coloro che dirigevano una rivista chiamata “Il semplice” che si ispirava a una cultura orale. Non accademica o meditata, ma una cultura più spontanea. Ecco, a mio avviso, la tecnica cinematografica di Gianni si sposa un po’ con quella di Nicola perché, come sosteneva proprio Celati, il cinema documentaristico è superiore al cinema di tipo tradizionale, narrativo, basato sull’invenzione. Diceva, infatti, che l’invenzione ha sempre qualcosa di irreale e di falso. Ritrarre la realtà quotidiana, invece, è sempre sorprendente e non è vero che si tratta di mera riproduzione. E’ qualcosa di più. C’è anche un’immissione di fantasia, un’immissione di approfondimento del reale che porta a una verità superiore che ci prende di più e che amiamo di più. Io credo che Nannavecchia si sia messo su questa direzione e l’abbia fatto egregiamente. Concludo ricordando ancora una volta che mi sento particolarmente felice di essere vecchio. Mi ricordo un verso di Virgilio dalle Bucoliche, Ecloga I quando Melibeo, la voce del poeta, si rivolge ad un pastore anziano: “Fortunate senex, ergo tua rura manebunt…”. In questa figura, proprio per il fatto di essere vecchio, l’autore vede colui al quale il tempo ha concesso di riflettere appieno sull’esistenza: sul suo sviluppo e sulla sua fine”. 

(Questo mio articolo è apparso nel numero di febbraio del periodico mensile “Monte Piano” come commento alla proiezione del video di Nannavecchia e Gianolio avvenuta al cinema Rosebud di Reggio Emilia, il 23/01/2012)

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