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Il video di uno degli interventi

Io e Gianolio prima del forum

Io e Gianolio prima del forum

il Chiostro della Ghiara

il Chiostro della Ghiara

Da sinistra: Stefano Costanzi, io, Clementina Santi, Alfredo Gianolio, Maria Teresa Pantani.

Da sinistra: Stefano Costanzi, io, Clementina Santi, Alfredo Gianolio, Maria Teresa Pantani.

Gli oratori
Gli oratori

IL SEGNO E LA VOCE: VITA DA ARTISTA

Il mondo di Alfredo Gianolio

 Il segno e la voce: vita da artista, documentario di Nicola Nannavecchia, narra il viaggio di Alfredo Gianolio nell’arte e nella cultura emiliana, soprattutto reggiana, dal dopoguerra ad oggi.

Alfredo Gianolio, avvocato, scrittore, giornalista, classe 1927, amico e collaboratore di Cesare Zavattini e di molti altri artisti, in questo filmato della durata di 90 minuti circa, ci guida alla scoperta del territorio e della gente attraverso racconti, opere e movimenti artistici nati nella nostra terra.

E’ un viaggio autobiografico che parte dal Po di Ligabue e dalla Luzzara di Zavattini, con sosta nelle osterie dei pittori naifs e visita ai luoghi contemporanei dell’arte, passando per Vetto, dove aveva la sua residenza estiva Luciano Anceschi, per giungere infine agli incanti paesaggistici dell’Appennino di Silvio D’Arzo.

Sullo sfondo di questi nostri luoghi, suggestivamente fotografati da Nannavecchia, gli incontri sono tanti, ma non ci si deve spaventare. Perché se è vero che la parola documentario evoca spesso un sentimento di noia, ci si accorge subito, invece, che quelle di Gianolio sono delle conversazioni tra amici che di queste hanno tutta la spontaneità e l’immediatezza, grazie anche alla capacità del regista di individuare e quindi di proporci i passaggi più significativi.

Ecco allora che pittori come Davide Benati, Nani Tedeschi, Alfonso Borghi, Galliano Cagnolati, Ermanno Beretti, scultori come Graziano Pompili, scrittori quali Cavazzoni e Nori ci parlano della loro opera e del senso di appartenenza alle loro radici. Critici come Massimo Mussini o Tullio Masoni ci offrono un supporto teorico alla nostra cultura. Festanti e Farioli ci spiegano l’attività delle istituzioni culturali della nostra provincia e ci rivelano il capitale nascosto del nostro patrimonio. E nemmeno manca la testimonianza di chi ha condiviso le esperienze artistiche con questi artisti come la recentemente scomparsa Paola Ghirri, moglie del “fotografo della luce”, Luigi Ghirri, oppure Annamaria Ternelli Gerra. E ancora: i movimenti culturali nati qui ma che hanno avuto risonanza nazionale come quello di Mulino di Bazzano (Parma), nella corte rurale di Corrado Costa, il gruppo avanguardistico di cui faceva parte anche Spatola: il laboratorio di sperimentazione poetica più importante della neoavanguardia, che “ha portato la cultura fuori dai territori protetti e dagli spazi claustrofobici della pagina scritta per aprire la scrittura – come dice Niva Lorenzini – a interferenze con esperienze verbovisive e fonetiche”.

Se a Nannavecchia chiediamo cosa lo ha spinto a cimentarsi in questa lunghissima e impegnativa avventura della durata di ben quattro anni, ci sentiamo rispondere che intanto lui, barese d’origine, considera Reggio come la sua seconda città. Poi l’incontro con Gianolio alla fine del 2007 e con gli amici del Centro Poesia CulturaArte che gli hanno chiesto se fosse interessato a fare un documentario che voleva essere anche e soprattutto un omaggio ad Alfredo. Questa è stata l’occasione. Poi dice alla presentazione del video: “io mi sono veramente innamorato del personaggio Gianolio e ho aderito con entusiasmo al progetto, anche se debbo dire che poi è stato veramente impegnativo realizzarlo; ma il privilegio di trascorrere questi quattro anni accanto ad Alfredo è stato veramente grande”.

Gianolio, invece, si dichiara ancora sorpreso di se stesso di fronte alla realizzazione del suo documentario. “E’ come se mi fosse franata addosso questa richiesta da parte di tante persone – confessa al numerosissimo pubblico presente in sala – Per quale motivo, mi chiedo? Penso che il motivo principale sia quello della mia vecchiaia. La vecchiaia non è poi quel male che dicono. Ha anche dei vantaggi…Uno, ad un certo punto, si sente come una sorta di archivio ambulante, ha tanti ricordi, tante riflessioni che a volte sembra che siano sepolte, ma poi riemergono improvvisamente. E c’è anche un’altra cosa che mi dà una certa soddisfazione: il fatto di essere anziano, ma anziano con una qualifica speciale, quella di ottuagenario (si pensi al celebre romanzo di Nievo, per esempio). Infine, alcune cose, alcune avventure, capitano anche per caso… O forse tutto parte da due incontri importanti nella mia vita e ai quali mi ricollego: uno è Cesare Zavattini che ho conosciuto quando lui veniva a Luzzara. Veniva a Luzzara tutte le volte che i suoi impegni, anche internazionali, glielo permettevano, perché era il posto dove si trovava meglio. Gli piaceva frequentare non degli intellettuali o degli uomini di cultura ma della gente semplice. E io mi vanto di aver fatto parte di questo gruppo di gente semplice con la quale andavamo nelle trattorie che sono lungo il Po e specialmente dai Nizzoli a Villa Strada. Per questo Nizzoli non poteva mancare nel documentario… Zavattini è importante anche perché è stato uno dei primi intellettuali che si possano definire d’avanguardia. La sua è un’avanguardia letteraria che non si esaurisce nel formalismo o nel Kitsch o nella volontà soltanto di sorprendere, ma scava in profondità nell’animo umano, della società per riscattarsi in modo autonomo, in modo creativo. E’ una commistione di realismo e irrealismo Di quotidianità e fantasia. C’è questo rapporto che ha reso le sue opere ancora tanto interessanti. Poi ho avuto anche la fortuna di conoscere uno scrittore, ma anche cineasta e documentarista: Gianni Celati. Lui anni fa era tra coloro che dirigevano una rivista chiamata “Il semplice” che si ispirava a una cultura orale. Non accademica o meditata, ma una cultura più spontanea. Ecco, a mio avviso, la tecnica cinematografica di Gianni si sposa un po’ con quella di Nicola perché, come sosteneva proprio Celati, il cinema documentaristico è superiore al cinema di tipo tradizionale, narrativo, basato sull’invenzione. Diceva, infatti, che l’invenzione ha sempre qualcosa di irreale e di falso. Ritrarre la realtà quotidiana, invece, è sempre sorprendente e non è vero che si tratta di mera riproduzione. E’ qualcosa di più. C’è anche un’immissione di fantasia, un’immissione di approfondimento del reale che porta a una verità superiore che ci prende di più e che amiamo di più. Io credo che Nannavecchia si sia messo su questa direzione e l’abbia fatto egregiamente. Concludo ricordando ancora una volta che mi sento particolarmente felice di essere vecchio. Mi ricordo un verso di Virgilio dalle Bucoliche, Ecloga I quando Melibeo, la voce del poeta, si rivolge ad un pastore anziano: “Fortunate senex, ergo tua rura manebunt…”. In questa figura, proprio per il fatto di essere vecchio, l’autore vede colui al quale il tempo ha concesso di riflettere appieno sull’esistenza: sul suo sviluppo e sulla sua fine”. 

(Questo mio articolo è apparso nel numero di febbraio del periodico mensile “Monte Piano” come commento alla proiezione del video di Nannavecchia e Gianolio avvenuta al cinema Rosebud di Reggio Emilia, il 23/01/2012)

Il 30 gennaio del 1952 muore nella casa di cura di Villa Ida a Reggio Emilia, a trentadue anni non ancora compiuti, per un linfogranuloma diagnosticatogli l’anno precedente, Ezio Comparoni, oggi noto con lo pseudonimo di Silvio D’Arzo.

Gli amici che lo assistono nelle sue ultime ore, dicono che, pur immobilizzato dal male, riesce ancora a conservare un certo distacco non privo d’ironia: si informa sull’ultima soirée cittadina, chiede dettagli sugli abiti delle signore più in vista e ci scherza sopra.

Dopotutto, la morte gli è ormai familiare: ne ha indagato il senso con assiduità in tutta la sua opera e la consapevolezza della precarietà esistenziale è ormai radicata in lui, grazie anche alla inesausta frequentazione degli amati scrittori angloamericani, Shakespeare, Stevenson, Kipling, T.E.Lawrence, Conrad, James, Hemingway, più qualcuno della marca francese, Maupassant, Villon, messi tutti dialetticamente a confronto. I saggi critici a loro intitolati e poi raccolti postumi in Contea inglese, restano memorabili per l’acume interpretativo e il nitore linguistico: ricordiamo, su tutti, i due dedicati ad Hemingway, nei quali, in netto anticipo sui tempi, rigetta un’immagine dello scrittore come “barbaro”,“sano e felice”, ravvisando, invece, le stimmate, a lui ben note, della solitudine e dell’esclusione. Scrive, infatti a proposito del protagonista dei suoi romanzi, che a ben vedere poi è sempre il doppio dello scrittore: “èterribilmente solitario […]: tanto più solitario quanto più viene a trovarsi, gomito a gomito, in mezzo a fiumane di gente. Egli è l’uomo venuto da via, da molto lontano, che abita il mondo come altri una stanza d’albergo […]. E’ l’Americano, è quello che poi se ne andrà un giorno o l’altro, per una ragione o per l’altra, o anche senza una ragione, così.”.

Straordinaria sensibilità, quella di D’Arzo che, unico al suo tempo sa cogliere, dietro l’apparente vitalismo dello scrittore americano, il vuoto esistenziale che lo avrebbe portato, una decina d’anni più tardi e del tutto inaspettatamente, al suicidio. Ancor più sorprendente se si pensa alla posizione decentrata della provincia in cui abita.

Una provincia, Reggio, verso la quale, insieme ad un sentimento a tratti di oppressione e di limitazione, prova un attaccamento radicale e profondo, come dimostra la sua incapacità a distanziarsene (si allontana per brevi periodi e solo quando obbligato, come per il servizio di leva).

Anche la scelta dello pseudonimo D’Arzo (utilizzato nel 1942 per l’unico suo romanzo pubblicato in vita, All’insegna del Buon Corsiero), è testimonianza di questo legame: Arzo, infatti, come confida lui stesso ad un amico, è la sostantivazione geografica di arzan che in dialetto significa, appunto, reggiano. Quindi Silvio da Reggio. Negli ultimi anni e a guerra conclusa, medita poi di abbandonarlo, a causa di quella vaga e ormai anacronistica ascendenza dannunziana, e poi perché legato a un modo di fare letteratura, quello della Prosa d’arte, che si è ormai lasciato alle spalle. Vuole mutarlo in uno che, pur richiamando la provenienza d’origine, sia, però, dati i tempi ormai cambiati, meno altisonante e più quotidiano, anzi, per usare le sue stesse parole, “ordinario come la carta gialla”.

Tributi al luogo natio li troviamo, poi, disseminati in tutta la sua produzione, ora in maniera più evidente, si pensi al racconto per ragazzi, Penny Wirton e sua madre, dove la settecentesca cittadina inglese di Pictown mostra i tratti tutti emiliani della città natale dello scrittore; ora attraverso la suggestione metaforica di un paesaggio, quello dell’Appennino reggiano in Casa d’altri, immortalato nei colori dolenti delle sere autunnali: “C’è quassù una certa ora. I calanchi ed i boschi e i sentieri dei pascoli ed i prati si fanno color ruggine vecchia, e poi viola, e poi blu”.

Ma ciò che lo tiene ancorato a Reggio è soprattutto l’affetto esclusivo per sua madre, quella Rosalinda Comparoni che, rimasta incinta ormai non più giovane, è scesa in città dalle sue montagne, da Cerreto Alpi, dove ha sempre vissuto, per allevare tutta sola, il figlio illegittimo che porta in grembo e al quale dedicherà poi tutta la vita.

Insieme faranno fronte comune contro una miseria sempre incombente e sbarcheranno il lunario (“di tutta Quaresima”, come lo definisce D’Arzo in uno dei racconti più riusciti) barcamenandosi con lavori saltuari lei, anche i più fantasiosi, come quando legge le carte e i tarocchi nei giorni di mercato; lui, dopo aver conseguito la maturità classica da privatista a soli 16 anni e la laurea in Lettere a Bologna a 21 (con una tesi in glottologia, guarda un po’, su tre varietà del dialetto reggiano), facendo supplenze e dando ripetizioni private. Dedicando così solo le ore notturne allo scrivere, l’attività che più gli sta a cuore,“Niente al mondo è più bello che scrivere – afferma – anche male anche in modo da far ridere la gente. L’unica cosa che so è forse questa”. A scuola, testimoniano i suoi ex alunni, appariva, infatti, spesso stanco e provato, ma sempre pronto ad entusiasmarsi quando parlava dei suoi autori prediletti, non ultimi, Dante, Manzoni e Ariosto.

Il povero stanzone di via Aschieri n. 4 è divenuto, nel frattempo per madre e figlio ormai congiunti in un vincolo simbiotico e indissolubile, il comune riparo, invalicabile, dalla vergogna economica e da quella anagrafica che pesa, specialmente sul giovane, come una macchia indelebile che solo le assidue frequentazioni letterarie fanno un poco sbiadire.

Paradossalmente, proprio nei suoi ultimi giorni di vita, lo scrittore rimane, anche se solo apparentemente, separato dalla madre che se ne sta, inconsolabile, fuori della stanza d’ospedale, come per un tacito accordo, nell’ultima, altissima prova di pudore e riserbo.

Di questo profondo vincolo che unisce madre e figlio ci resta efficace rappresentazione in quello che, a nostro avviso, è il più autobiografico dei racconti darziani, anche se non il solo che ha scritto per i lettori più giovani: Penny Wirton e sua madre, specialmente nel personaggio di Anna Wirton, amorosissimo ritratto di Rosalinda Comparoni.

Anche se è con Casa d’altri, il capolavoro dello scrittore reggiano pubblicato postumo, che la madre viene immortalata in quella che è forse la figura femminile più drammaticamente intensa della nostra letteratura: Zelinda Icci, l’umile lavandaia, che però al pari del suo confratello, di verghiana memoria, Rosso Malpelo, conserva il senso di quella che dovrebbe essere una vita umanamente dignitosa e tutto ha compreso sulla provvisorietà e l’insensata ripetitività dell’esistenza; che ha capito che questa non può essere la sua, la nostra casa, come rivela alla fine ad un prete avvilito da una crisi esistenziale a cui non riusciva a dare un nome.

Casa d’altri. Il punto liricamente più alto della parabola darziana; in cui i temi della solitudine, dell’estraneità, della precarietà del vivere, che pervadono fin dagli esordi tutta la sua poetica perché parte dolorosa della sua esperienza personale, vengono universalizzati in una sintesi felice e originalissima di stile e di immagini.

Casa d’altri. “Il racconto perfetto”, come ebbe a dire Montale. Il più bel racconto del nostro Novecento, diciamo noi.